
Si può provare a immaginare una scuola senza compiti? È questa la domanda che ci poniamo nel nostro appuntamento settimanale dedicato alla scuola. Sul tema continuano a interrogarsi docenti, genitori, studenti e pedagogisti, e anche noi ci chiediamo quali siano i benefici e quali gli svantaggi di dedicare ore sui libri fuori dalle aule scolastiche, in un tempo che potrebbe forse essere dedicato in modo più proficuo ad altre attività, allo svago e al relax. E mentre persiste la prassi di assegnare compiti, che spesso comportano lunghe sessioni di studio pomeridiane, l'Italia mantiene il suo primato: gli studenti italiani della secondaria sono quelli che dedicano più ore di studio a casa rispetto ai coetanei degli altri Paesi europei, con 9-11 ore di studio settimanali, contro una media europea di 6,5 ore (dati Ocse). Allargando il confronto ad altri Paesi del mondo sembra che solo nelle scuole a Shanghai si assegnino più compiti: lì i ragazzi impiegano in media 14 ore per svolgerli. Ma più compiti a casa non equivale a risultati e performance migliori. Anzi, per molti questa pratica dovrebbe essere abolita, perché non migliora il rendimento scolastico ed è controproducente, soprattutto nella scuola primaria.
IL TEMA DEL GIORNO
Il dibattito sui compiti a casa un anno dopo la circolare di Valditara: pro e contro
La questione era stata sollevata esattamente un anno dal ministro dell'Istruzione Valditara, che in una circolare aveva invitato i presidi a ridurre il carico di lavoro a casa per i ragazzi, soprattutto "in concomitanza con giornate festive". Secondo i dirigenti scolastici quella arrivata da Viale Trastevere è stata una richiesta opportuna, visto che raccomandazioni di questo tipo sono rimaste in passato inascoltate dai docenti, che finiscono con il trasformare i compiti in una pratica burocratica, invece di trattarli come l'occasione per ricevere feedback dalla classe, in modo da orientare al meglio il loro insegnamento.
Valditara nel suo documento del 28 aprile 2025 sottolinea che è "importante che la programmazione delle verifiche da svolgere in classe, così come l’assegnazione di compiti e attività di studio da svolgere a casa, siano accuratamente pianificate da ciascun insegnante, anche avendo cura di valutare quanto già definito dagli altri docenti del team o del consiglio di classe, nonché evitando che siano consegnati sul registro elettronico in serata per l'indomani". La circolare è stata vista come un atto di buon senso da parte di molte associazioni di genitori e da parte dei dirigenti scolastici, mentre alcuni sindacati hanno giudicato l'invito del ministro un'invasione di campo che intacca l'autonomia didattica e la libertà d'insegnamento, perché solo un docente "può capire cosa serva caso per caso": i compiti secondo questa visione sarebbero uno strumento per valutare l'apprendimento, e tocca ai docenti decidere come utilizzarlo.
Per i diretti interessati, gli studenti, il dibattito posto in questi termini, rischia tuttavia di risultare banale e superficiale. Anche perché nella circolare del ministro si fa riferimento al tema delle verifiche in classe, di cui secondo il ministero, occorre tenere conto per evitare di sovrapporre il carico di lavoro a casa a quello in aula. Secondo gli studenti il modello attuale della scuola basato sulle lezioni frontali andrebbe del tutto superato, evitando anche di schiacciare totalmente la valutazione sulle verifiche. Ma è ormai palese che i ragazzi vivano i compiti in classe con estremo disagio: la mole di studio a casa è tra le cose più odiate dai ragazzi a scuola, dopo la sveglia presto al mattino e il sistema di valutazione basato unicamente sui voti.
Le ore di studio in solitaria sono quindi un noioso e inutile retaggio del passato o un necessario momento di concentrazione per fissare concetti e nozioni che si sono apprese durante le lezioni in classe? Sicuramente il dibattito, un anno dopo la circolare di Valditara, è ancora aperto, e non tutte le scuole sembrano aver recepito quelle indicazioni. Lo dimostra una vecchia petizione del 2014 lanciata da un dirigente scolastico di Genova, Maurizio Parodi, che chiede l'abolizione dei compiti casa. Poche settimane fa, in occasione delle vacanze pasquali, la dirigente dell'Istituto comprensivo ‘Gatti Manzoni Augruso' di Lamezia Terme, Antonella Mongiardo, ha deciso di non assegnare compiti nella pausa dalle lezioni per "garantire il diritto al riposo degli alunni" e "consentire alla famiglia di ritrovarsi, per condividere dei momenti di festa e di relax". L'iniziativa è nata proprio sulla scia della campagna ‘Basta compiti'.
Recentemente quella raccolta firme su Change.org (che al momento ha quasi 42mila firme) è ripartita con nuove sottoscrizioni. Segno che il tema non si è affatto esaurito e continua a dividere. Chi sostiene l'utilità dei compiti a casa ritiene che aiutino la memorizzazione delle nozioni imparate in classe e che allenino l'autonomia dei ragazzi, sviluppando la loro capacità di organizzarsi e gestire il tempo. Tra i favorevoli c'è anche chi ritiene che i compiti a casa siano utili anche per coinvolgere i genitori nel percorso scolastico dei propri figli, ferma restando la necessità di non sovraccaricare le famiglie.
Chi invece chiede l'abolizione dei compiti pensa che siano solo causa di stress per genitori e figli, oltre a ridurre il tempo dello svago e a risultare inefficaci dal punto di vista del miglioramento del rendimento. Molti studi dimostrano infatti che non c'è nessuna correlazione tra compiti a casa e successo scolastico. Ma c'è di più: i compiti sono un elemento negativo perché accentuano le disuguaglianze. Solo le famiglie benestanti infatti possono permettersi di seguire i figli, anche perché possiedono più strumenti e hanno un livello più alto d'istruzione. Chi non ha modo di farsi aiutare a casa rischia di rimanere indietro.
L'APPROFONDIMENTO
I compiti a casa sono per le famiglie benestanti: ai ragazzi più vulnerabili la scuola non pensa
Il problema dello stress a scuola è centrale. Un recente sondaggio europeo commissionato da GoStudent dice che 9 studenti su 10 in Italia mostrano segni di ansia e stress legati alla scuola. Addirittura l'80% dei genitori italiani intervistati denuncia che i propri figli mostrano segni di stress legato alla scuola. I sintomi più comuni includono irritabilità (41%), stanchezza (33%) e dolori fisici psicosomatici (26%), superiore alla media europea del 23%. Sono percentuali che non possono essere ignorate, e i compiti a casa hanno un peso nell'aumentare il disagio degli studenti. Ma i compiti a casa sono un limite soprattutto per un'altra ragione: penalizzano chi ha già difficoltà e aumentano le disparità tra studenti, quelle stesse disparità che la scuola in teoria dovrebbe eliminare.
La questione è stata affrontata da vari pedagogisti. Per esempio Cristiano Corsini, professore ordinario di Pedagogia sperimentale all'Università Roma Tre, che si è occupato a lungo del tema, ci sono abitudini didattiche disfunzionali, ma consolidate, "basate sull'idea che all'insegnante basti spiegare e che il lavoro sulla qualità dei processi di apprendimento non competa alla scuola, ma alla famiglia". Delegando alle famiglie la gestione dei compiti però si mettono a rischio gli studenti più vulnerabili, quelli che provengono da contesti difficili. Se i genitori non hanno un alto livello d'istruzione, magari perché sono entrambi stranieri e non hanno studiato in Italia, difficilmente potranno essere d'aiuto ai figli. "In pratica – dice Corsini – i compiti a casa rappresentano uno degli elementi portanti di una scuola che tende a premiare le famiglie che hanno maggiori opportunità e a punire quelle che ne hanno meno". E questo è un fatto secondo noi inoppugnabile.
In alcuni casi addirittura sono gli stessi genitori, quelli appunto delle classi medio-alte, che si sostituiscono ai figli nello svolgimento dei compiti. Eppure per alcuni esperti, come la psicologa e psicoterapeuta Daniela Ambrogio – tra i meno critici sul tema – i compiti a casa potrebbero rappresentare invece un'opportunità per insegnare ai genitori "a non sostituirsi ai figli", aiutandoli invece ad affrontare "con la loro guida e discreta presenza le difficoltà in prima persone", in modo che i ragazzi riescano a costruire la fiducia nelle proprie risorse e la propria autostima. In un mondo ideale questo potrebbe essere condivisibile, ma è una realtà ben lontana dai ritmi di vita nelle nostre città, in una società ormai iper-performante in cui i genitori spesso lavorano entrambi da mattina a sera e non riescono a dedicarsi alla cura dei ragazzi. In questo quadro i compiti a casa possono diventare un'attività logorante, un aggravio di fatica che comprime ulteriormente quel poco tempo di qualità che i ragazzi potrebbero trascorrere in famiglia, magari chiacchierando a tavola per raccontare la propria giornata a madri e padri sempre più distanti e che vedono sempre meno. E tu cosa ne pensi?
Di Ida Artiaco e Annalisa Cangemi