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A scuola siamo stati tutti abituati ad ascoltare gli insegnanti spiegare le proprie materie di riferimento, partendo da ciò che è più semplice fino ad arrivare a ciò che è più complesso da comprendere. Il docente – in cattedra – tiene la lezione e gli studenti ascoltano e rielaborano quelle nozioni. Ma cosa succede se invece di fare lezioni “frontali” la scuola italiana cominciasse a prevedere lezioni “circolari”?

Si tratta di un approccio più flessibile rispetto al metodo d’insegnamento tradizionale. Cosa significherebbe nel pratico? Non avremmo una semplice trasmissione di conoscenze ma si rivoluzionerebbe il modo di apprendere, con gli studenti che non recepirebbero passivamente le informazioni ma diventerebbero protagonisti attivi del ragionamento critico. Vediamo di fare chiarezza.

IL TEMA DEL GIORNO

Lezioni circolari e modello Reggio Emilia: quando la conoscenza non è "unidirezionale" ma basata sul dialogo docenti-alunni

Quando a scuola si parla di “lezioni circolari” si ci riferisce ad una vera e propria rivoluzione della gestione del gruppo classe. Il concetto alla base è semplice: la conoscenza non è più “unidirezionale” – dal docente allo studente – ma le idee circolano liberamente. L’applicazione più famosa di questo concetto è il cosiddetto Circle Time, letteralmente “tempo del cerchio”, una metodologia nata negli anni Settanta, oggi pilastro della scuola inclusiva.

Cosa prevede? Si spostano fisicamente i banchi e ci si siede tutti in cerchio, per abbattere la gerarchia cattedra-banchi, e l’insegnante non è più unico trasmettitore del sapere ma si siede nel famoso cerchio assumendo il ruolo di mediatore. Dunque, a differenza della tradizionale lezione frontale, mirata all’acquisizione di nozioni pure, la lezione circolare punta a stimolare il dialogo tra tutti i partecipanti al cerchio. All’estero questa filosofia educativa è molto diffusa, per esempio nei licei e nelle Università di USA e Regno Unito, dove soprattutto negli istituti d’élite ci si ispira al cosiddetto metodo Harkness: le aule addirittura non hanno singoli banchi ma un unico enorme tavolo ovale attorno a cui siedono docenti e studenti che dibattono tra loro.

Ma un esempio di lezione circolare arriva anche dal cosiddetto Reggio Emilia Approach, nato in Italia nel secondo Dopoguerra grazie al maestro e pedagogista Loris Malaguzzi. È talmente famoso nel nostro paese e anche nel resto del mondo che nelle scorse settimane la principessa del Galles, Kate Middleton, ha visitato la città emiliana per vedere da vicino i suoi asili modello. Cosa ha di speciale questa vera e propria filosofia? L’idea centrale è che la scuola debba lasciare spazio all’autonomia, alla curiosità e alla partecipazione dei bambini, favorendo un rapporto il più possibile paritario con educatrici ed educatori. Così, ogni mattina gli alunni si riuniscono in cerchio nella cosiddetta “piazza”, cioè nello spazio centrale della scuola, per l’Assemblea. Non esiste l’appello tradizionale e ci si siede in cerchio per decidere insieme cosa fare nel corso della giornata, all’interno di un dialogo circolare in cui tutti, insegnanti e alunni, sono protagonisti. Ma un approccio del genere sarebbe fattibile in tutte le scuole?

L'APPROFONDIMENTO

"Abbiamo bisogno di eliminare le barriere: via cattedre e banchi che separano": parla l'esperta

Abolire le lezioni frontali per abbassare i livelli di frustrazione tra gli studenti. Non è una formula matematica esatta, ma può funzionare. E forse, visto l'aumento degli episodi di violenza di cui gli articoli di cronaca sono pieni, vale la pena tentare. Magari non proprio ricalcando il modello di Aristotele, che amava discorrere con i propri allievi passeggiando all'aperto, nella natura, ma attuando un modello che ci si avvicina molto. Ne abbiamo parlato con Gaia Terzulli, giornalista che si occupa di scuola, che ha da poco organizzato un talk dal titolo ‘Cara frustrazione, ho bisogno di te', in cui si è interrogata con alcuni professionisti del settore sul tema della violenza a scuola. Ma perché oggi qualcuno demonizza la lezione frontale e preferirebbe sperimentare la lezione circolare che capovolge il vecchio paradigma? Il nodo centrale è la frustrazione dei ragazzi certo, di cui l'insofferenza nei confronti dell'autorità è uno dei sintomi.

Uno dei problemi del modello di lezione frontale è spesso la difficoltà da parte degli studenti di mantenere la concentrazione per più di pochi minuti: "Sono perennemente disturbati da diversi stimoli, l'iperconnessione non aiuta: i telefoni sono sul banco, occupano il loro spazio creativo", dice Terzulli. "Per questo la trasmissione del sapere ‘one to one' è oggi più complicata". Il setting didattico andrebbe rivisto: "Servono lezioni all'aperto, in spazi culturali più attrattivi come musei o biblioteche". Ma non è solo un problema di luoghi fisici alternativi, la lezione circolare potrebbe essere organizzata anche nelle aule scolastiche: "Il punto è rompere una barriera molto simbolica, la cattedra che separa e crea una separazione netta tra chi divulga e chi deve recepire. Bisogna anche rendere la conoscenza un momento di dialogo. Solo così si favorisce l‘ascolto attivo, il confronto paritario e la didattica partecipativa", osserva Terzulli. Una lezione circolare sollecita anche feedback visivi ed emotivi: "Oggi il rapporto dialettico con l'insegnante appare sacrificato. Disponendo i banchi in cerchio, con il docente al centro, come fa il professor John Keating interpretato da Robin Williams ne ‘L'Attimo Fuggente', è quasi impossibile per gli studenti distrarsi. Ci si guarda tutti in faccia e l'emulazione tra i ragazzi funziona molto: guardando il compagno che interviene e prende appunti anch'io sarò più incentivato a farlo. Così le lezioni diventano dei simposi, dei luoghi in cui il sapere circola, non sono più una mera ricezione di nozioni".

Forse oggi i ragazzi sono più insofferenti di prima all'autorità, a regole e modelli gerarchici. Perché succede questo? Una delle ragioni è la società del controllo in cui viviamo, che ci ha abituato a un'ipervigilanza: "Basti pensare ai registri elettronici e alle chat che aggiornano continuamente i genitori su note, voti e compiti. Tutto questo depotenzia la capacità del ragazzo di introiettare la disciplina, limitandone l'autonomia, e incrina il rapporto di fiducia tra genitori e figli e tra ragazzi ed educatori", spiega la giornalista. Le giornate sono programmate in modo molto meticoloso, i ragazzi sono impegnati a tutte le ore in una serie di attività spesso predisposte al dettaglio dai genitori. È inevitabile che sorga una reazione a questo controllo eccessivo, che si traduce in un rifiuto dell'autorità da parte dei ragazzi, con la messa in discussione degli educatori, figure un tempo naturalmente riconosciute. "Se si ipervigila su una vita che deve imparare a orientarsi nel mondo, comprendendo i propri limiti, la reazione non può che essere di totale intolleranza della regola. Si spiega anche così l'attacco alla figura del docente, che può sfociare nell'aggressione fisica", dice l'esperta. "Il messaggio che arriva dai genitori è un'assenza di fiducia, per cui il ragazzo incassa una frustrazione: ‘Non sono all'altezza', pensa".

In questo quadro pesa anche l'interferenza familiare nel patto educativo tra studenti e insegnanti. Se il genitore non fa altro che contestare le decisioni dell'insegnante, lo delegittima agli occhi del figlio: "In passato avevamo l'insegnante-generale, oggi siamo passati al totale depotenziamento del suo ruolo, squalificato dalle stesse istituzioni – aggiunge Terzulli -. Spesso però sono per primi i genitori a parlare degli insegnanti in termini denigratori, anche per mettere a tacere il proprio senso di colpa, provocato dal poco tempo a disposizione per i propri figli".

A cura di Ida Artiaco e Annalisa Cangemi

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