
Il popolare detto inglese "Monkey see, monkey do", "la scimmia vede e la scimmia fa", potrebbe avere davvero basi neuroscientifiche. Un nuovo studio condotto dall'Università di Yale e pubblicato sulla rivista Neuron ha infatti dimostrato che alcune scimmie riescono a cooperare osservandosi attentamente a vicenda, interpretando movimenti del corpo, postura e soprattutto lo sguardo del partner. I ricercatori hanno chiamato questo comportamento "social gaze", ovvero "sguardo sociale".
L'esperimento con coppie di uistitì e una leva da tirare contemporaneamente

Lo studio è stato condotto sui uistitì dai pennacchi bianchi (Callithrix jacchus), piccoli primati sudamericani molto sociali, che vivono in gruppi familiari e che collaborano spesso tra loro. Gli scienziati volevano capire come il cervello dei primati trasformi le informazioni sociali in azioni coordinate, un meccanismo fondamentale non solo per la cooperazione nelle scimmie, ma anche per gli esseri umani.
Per farlo, i ricercatori hanno addestrato alcune coppie di uistitì a svolgere un semplice compito: ciascuna scimmia doveva tirare una leva e, per ottenere una ricompensa, i due dovevano farlo quasi contemporaneamente, entro un secondo l'uno dall'altro. Se il tempismo era corretto, arrivava il premio sotto forma di cibo. A prima vista potrebbe sembrare un compito banale, ma in realtà richiedeva una notevole capacità di osservazione reciproca.
Le scimmie dovevano infatti capire quando il partner fosse pronto ad agire. E per riuscirci, osservavano continuamente gli occhi, i movimenti della testa e la postura del proprio compagno, raccogliendo indizi utili per prevederne le intenzioni. Secondo gli autori dello studio, il segreto della cooperazione stava proprio in questo continuo "monitoraggio sociale" reciproco. Le scimmie non agivano infatti d'impulso, ma aspettavano di avere abbastanza informazioni sul comportamento del proprio partner prima di decidere quando muoversi.
Come il cervello raccoglie informazioni sull'altro individuo

Durante l'esperimento, i ricercatori hanno anche registrato l'attività cerebrale degli animali concentrandosi su una regione chiamata corteccia prefrontale dorsomediale, una parte del cervello coinvolta nei processi sociali e decisionali. Qui hanno osservato un fenomeno interessante: l'attività dei neuroni aumentava gradualmente mentre le scimmie raccoglievano informazioni sull'altro individuo e si avvicinavano al momento dell'azione condivisa.
In pratica, il cervello sembrava accumulare "prove" prima di prendere una decisione. È un meccanismo già noto nelle neuroscienze come "accumulo di evidenze" e viene spesso usato per spiegare le decisioni individuali. Per esempio, quando dobbiamo scegliere tra due alternative, il nostro cervello raccoglie informazioni fino a raggiungere una sorta di soglia che porta poi alla decisione finale.
La novità dello studio è che questo stesso principio sembra funzionare anche nelle decisioni sociali e cooperative. In questo caso, però, le informazioni non arrivano dall'ambiente, ma dal comportamento di un altro individuo.
Cosa significa per noi esseri umani

Noi primati siamo del resto animali fortemente "visivi": usiamo soprattutto la vista per interpretare il mondo e leggere le intenzioni degli altri. Per questo segnali corporei e facciali, come lo sguardo, le posture o i piccoli movimenti, sono diventati fondamentali durante l'evoluzione per comunicare e coordinarsi. Questo meccanismo potrebbe però avere origini molto antiche ed essere più diffuso anche in animali sociali, anche in specie che "prediligono" sensi differenti. I roditori, per esempio, fanno maggiore affidamento su odori, contatto fisico e vibrazioni dei baffi.
Secondo i ricercatori, capire come il cervello trasforma i segnali sociali in cooperazione potrebbe aiutare anche la medicina umana. Alcuni disturbi neurologici e psichiatrici, come i disturbi dello spettro autistico, influenzano infatti proprio la capacità di interpretare segnali sociali e comunicativi. Studiare questi meccanismi negli altri primati potrebbe quindi offrire nuove informazioni su come anche il nostro cervello costruisce le relazioni sociali.
Lo studio suggerisce inoltre che cooperare bene significa anche imparare a conoscere l'altro. Quando due individui sviluppano un legame forte, spiegano gli scienziati, potrebbero non avere più bisogno di osservare continuamente ogni piccolo dettaglio, perché il cervello costruisce nel tempo una sorta di "modello mentale" del proprio partner capace di prevederne il comportamento. In fondo, la cooperazione – nelle altre scimmie come negli esseri umani – sembra nascere proprio così: osservando, interpretando e imparando dagli altri.