
Quando Jane Goodall, nel 1960, vide per la prima volta uno scimpanzé modificare un ramoscello per pescare termiti da un termitaio, quella scena cambiò per sempre il modo in cui pensavano alla cultura animale. In quel gesto apparentemente semplice, c'era la prima prova dell'utilizzo di uno strumento da parte di un altro animale, ma anche un chiaro esempio di comportamento appreso, trasmesso culturalmente.
Era qualcosa di straordinario, ma il problema è che per decenni il termine "straordinario" è rimasto il criterio implicito con cui si decideva se un comportamento animale meritasse di essere chiamato "cultura" oppure no. E questo ci ha ha fatto perdere moltissimo.
Un nuovo studio pubblicato recentemente sulla rivista iScience da ricercatori del Max Planck Institute of Animal Behavior suggerisce infatti che la cultura degli scimpanzé è grande quasi il doppio di quanto stimato finora e che la maggior parte di essa è fatta di comportamenti molto "ordinari": come trovare il cibo, come mangiarlo, come giocare oppure come curarsi una ferita con una foglia o pulirsi le parti intime.
Cosa consideriamo cultura e cosa no negli altri animali?

Per decenni, la ricerca sulla cultura animale ha funzionato soprattutto per esclusione: un comportamento veniva considerato "culturale" solo se non poteva essere spiegato né dalla genetica né dall'ambiente. Questa logica, metodologicamente solida, aveva così portato a identificare "appena" 39 comportamenti classificati come culturali negli scimpanzé, già il numero più alto tra tutti gli animali non umani. Ma era una stima conservativa per costruzione: includeva infatti comportamenti eccezionali, molto visibili, difficilmente confondibili con altro.
"In noi esseri umani, la vita quotidiana è piena di cultura: il modo in cui parliamo, ci vestiamo, mangiamo. Non pretendiamo che questi comportamenti siano straordinari o indipendenti dall'ambiente", ha spiegato in un comunicato Caroline Schuppli, ricercatrice senior dello studio. "Gli animali, però, sono stati a lungo giudicati con standard molto più severi".
Quando uno scimpanzé ne guarda un altro

Per aggirare questo limite, il team ha scelto di studiare in particolare il cosiddetto peering, ovvero il comportamento con cui un animale si avvicina e osserva attentamente quello che fa un altro individuo. Non si tratta di semplice curiosità o di un'osservazione passiva. Gli scimpanzé lo fanno per imparare intenzionalmente qualcosa, o perlomeno somiglia molto a un tentativo di apprendimento consapevole e, soprattutto, culturale.
Il peering è già ben documentato negli oranghi, nei cebi e in molti altri primati ed è usato come veicolo per acquisire nuove competenze: osservo cosa fai, lo imito e imparo a farlo. Negli scimpanzé era stato osservato soprattutto in relazione a comportamenti molto complessi, come appunto l'uso di strumenti come sassi e rami, ma anche il consumo di frutta fermentata e alcolica. Ma cosa succede se si prova ad analizzare anche comportamenti più "semplici"?
Per oltre due anni, i ricercatori hanno quindi seguito una comunità di 28 scimpanzé di tutte le età, dai piccoli appena nati agli adulti, all'interno della foresta ugandese – dove tra le altre cose è in corso una violenta guerra civile tra clan di scimpanzé – della Budongo Conservation Field Station. Hanno così condotto 1.000 ore di osservazione, con attenzione sistematica a ogni momento in cui un individuo si fermava a guardare un altro da meno di cinque metri, raccogliendo in tutto 366 episodi di peering.
Negli scimpanzé la cultura è ovunque, soprattutto nelle faccende ordinarie

Da quell'analisi sono emersi 69 comportamenti distinti che gli scimpanzé sembrano proprio apprendere per via sociale. Solo due di questi – usare foglie per medicare ferite e per ispezionare parassiti – erano già stati riconosciuti come culturali. Gli altri 67 erano passati del tutto inosservati. La maggioranza, circa il 60%, riguardava il cibo: come identificarlo, come lavorarlo o come consumarlo.
Un giovane scimpanzé che si avvicina alla madre mentre sbuccia un frutto, e la guarda, è trasmissione culturale, esattamente come quando un bambino osserva un adulto usare le posate.
"Il fatto che una parte così grande della dieta degli scimpanzé sia appresa socialmente dice quanto l'apprendimento sociale conti nel loro sviluppo", ha sottolineato Schuppli. "Anche se certi comportamenti sono semplici e si imparano in fretta, acquisire l'intero repertorio culturale richiede comunque anni". La prima autrice dello studio, Nora Slania, è stata ancora più diretta: "La cultura animale non deve essere rara o complessa. Può includere competenze di base usate ogni giorno, come trovare il cibo e sapere come mangiarlo".
Quello che non abbiamo ancora cercato e considerato

Il nodo, alla fine, non è tanto cosa fanno gli scimpanzé grazie all'apprendimento culturale. È soprattutto cosa abbiamo deciso di guardare e cosa, per quello stesso criterio, abbiamo ignorato. Se la cultura venisse definita negli altri animali con lo stesso metro con cui la definiamo negli esseri umani, i risultati potrebbero allora cambiare radicalmente non solo per gli scimpanzé, ma per decine di altre specie.
C'è infine un'altra conseguenza di tutto ciò, molto più concreta. Una cultura più ampia significa anche una maggiore vulnerabilità. I comportamenti che si trasmettono da individuo a individuo possono sparire insieme a chi li mette in atto. Si tratta di un campo di studio quasi inedito, che molti ricercatori stanno iniziando a esplorare solo recentemente. La morte di un animale anziano o esperto diventa così non è solo la perdita di un individuo. Con lui scompare anche un intero bagaglio di esperienze e conoscenze.