
Una nuova proposta per salvare gli "ippopotami di Escobar" condannati a morte dal governo colombiano arriva dall'India: un miliardario, Anant Ambani, vuole farli vivere nella sua tenuta privata dove detiene già oltre 150 mila animali.
E' una storia infinita quella degli "ippopotami della droga", ovvero i discendenti degli animali che furono importati in Colombia dal famoso "re del narcotraffico" nella sua tenuta, la hacienda Napoles, insieme a moltissime altre specie selvatiche di cui amava circondarsi. Alla sua morte tutti gli animali furono trasferiti in diversi zoo ma i quattro grandi mammiferi che all'epoca vivevano lì furono lasciati allo stato brado. Sono diventati nel tempo una specie aliena di circa 200 esemplari che crea problemi da diversi punti di vista, sia nella "competizione" con gli esseri umani che con le altre specie, non avendo predatori naturali in un luogo della Terra in cui appunto non sarebbero mai esistiti se non fossero stati portati lì.
Pochi giorni fa, il governo colombiano, a fronte di tutti gli insuccessi nel corso del tempo per la tutela e la conservazione della specie e della biodiversità, aveva annunciato che si sarebbe proceduto con l'uccisione degli animali. Nessuna ipotesi di salvaguardia, del resto, è mai andata a buon fine. I costi per trasferirli in strutture che potessero accoglierli sono stati giudicati sempre troppo alti e nessuna offerta da parte di privati, santuari o giardini zoologici era mai arrivata a buon fine.
Ora è arrivata la nuova proposta da parte del figlio di un noto miliardario indiano che si è offerto appunto di ospitare gli ippopotami di Pablo Escobar nel suo zoo privato.
Non è la prima volta, in realtà, che Ambani si fa avanti per chiedere il trasferimento in India questa volta di 80 ippopotami, ma il luogo in cui vorrebbe che gli animali trovassero la "loro casa" non piace a chi davvero vorrebbe che al centro di tutto vi fosse davvero il loro benessere.
Si tratta infatti di una proprietà a Vantara, nello stato del Gujarat, che già ospita oltre 150.000 animali, tra cui molte specie in via di estinzione. L'area, però, è stata più volte segnalata come un posto in cui l'etica nei confronti degli animali lascia molto a desiderare, tanto che il CITES ha segnalato già che ci sono state diverse violazioni degli obblighi relativi al commercio di specie selvatiche protette. Secondo quanto si può riscontrare sui media locali rispetto a articoli e approfondimenti sulla famiglia Ambani, si ha l'impressione che le accuse nei loro confronti siano sostanzialmente simili a quelle che erano mosse nei confronti dello stesso Escobar: hanno creato uno zoo privato per appagare il loro desiderio di collezionare specie esotiche.
Il governo indiano, però, sostiene Ambani e ritiene quel luogo un vero e proprio santuario gestito da un filantropo, con tanto di benestare dello stesso primo ministro indiano, Narendra Modi, che ha ribadito la sua piena fiducia nei confronti del come viene gestita la struttura a Vantara e con un'indagine della Corte Suprema indiana dalla quale non sono stati riscontrati illeciti.
In un post pubblico sul profilo ufficiale del santuario che conta 40 milioni di follower, Ambani ha reso nota la proposta: "Sh. Anant Ambani, fondatore di Vantara, ha formalmente richiesto al governo della Colombia di rivalutare questa decisione e di considerare un'alternativa: una traslocazione sicura, guidata scientificamente, che porterà gli 80 animali a Vantara a Jamnagar, Gujarat. Riconoscendo le complessità della situazione e gli sforzi intrapresi, Vantara ha offerto il suo sostegno presentando una proposta da considerare. La proposta presenta un'alternativa completamente finanziata, soggetta alla direzione e all'approvazione delle autorità colombiane in ogni fase, riflettendo la convinzione di Vantara che ogni vita è importante e che abbiamo la responsabilità di proteggere la vita ovunque possibile".
La palla ora passa di nuovo al governo colombiano che aveva appunto rifiutato la prima proposta indiana nel 2023, avanzata per 60 ippopotami: allora erano state principalmente le spese relative alla logistica a fermare l'accordo.