
Cuccioli, gente che non può fare a meno di volere il cane di razza e cercarlo a prezzi convenienti o pagare cifre esagerate senza capire di essere truffati. E, ancora, questo elenco continua con allevatori che ingannano gli acquirenti e la legge ma il protagonista principale di tutta questa storia è uno, in particolare: un veterinario.
Un medico, infatti, è stato condannato in Cassazione (sentenza n. 17555 del 7 aprile 2026) per aver firmato documenti che attestavano vaccinazioni e microchippature, senza però aver mai visto i cuccioli di cui dichiarava il perfetto stato di salute. E arrivando al terzo grado di giudizio, la sentenza “fa giurisprudenza”, come si usa dire: significa che il principio stabilito dai giudici è destinato a diventare un esempio che dice, sostanzialmente, che quando un veterinario compila o certifica la scheda identificativa di un cane, non sta redigendo un semplice documento privato ma un vero e proprio atto pubblico.
Facendo un passo indietro per ricostruire quanto accaduto, tutto ha inizio in Piemonte. Durante il primo grado di giudizio, infatti, il tribunale di Cuneo aveva condannato il veterinario a un 1 anno e 8 mesi di reclusione. La Corte d'Appello di Torino, poi, aveva in parte cambiato le cose, facendo scendere la pena a un 1 anno di reclusione. Anche in secondo grado però era stata confermata la colpa dell'imputato, proprio sottolineando il suo ruolo come professionista che ha la qualifica di pubblico ufficiale.
La firma del medico praticamente è diventata un’accusa penale e ciò è stato appunto confermato anche dagli ermellini: un veterinario non può fare dichiarazioni mendaci altrimenti il rischio non è una sanzione disciplinare o amministrativa, ma una contestazione per falso in atto pubblico.
Ciò che avveniva, in buona sostanza, era che il medico non aveva mai a che fare direttamente con i cuccioli ma solo con gli allevatori che gli chiedevano la documentazione necessaria per la vendita. Attraverso i certificati che venivano rilasciati, avvalorati dalla firma del veterinario, alcuni animali erano anche mostrati online diversi da quelli reali con tanto di falsificazione su pedigree, provenienza e identificazione.
Ciò che la Cassazione ha ora stabilito ha una forte rilevanza giuridica che a cascata diventa un importante precedente nella vita reale, in un mondo di compravendite di cani fatto di continue truffe e sfruttamento degli animali. I giudici hanno chiarito che il veterinario, quando svolge attività collegata all’identificazione degli animali, esercita una funzione che tutela la fede pubblica.
Tutto ciò, attenzione, non riguarda però solo chi truffa ma anche e soprattutto chi viene truffato. Perché, come scriviamo spesso, il problema della compravendita illegale di cuccioli dipende sempre dalla domanda costante di animali che però le persone cercano a basso prezzo oppure di determinate razze senza però rivolgersi ad allevatori seri.
Microchip, registrazioni anagrafiche e documentazione sanitaria rappresentano gli strumenti che consentono di accertare provenienza, proprietà e condizioni dell’animale: non bisogna mai ritenere questi aspetti superficiali.