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“Abbiamo salvato 5 cani e 13 gatti dal mercato della carne”. La testimonianza da Yulin, dove è iniziato il Dog Meat Trade

Davide Acito, attivista italiano, da anni è impegnato in Cina per combattere il fenomeno del commercio di carne di cane. Ogni anno, dal 21 giugno, si svolge nella cittadina del sud della Cina il festival: "La difficoltà principale è sempre la stessa: i fondi. Dal momento che salviamo gli animali, tra le numerose cure che devono affrontare, la documentazione e il trasferimento in Europa i costi sono ingenti. Andiamo avanti grazie alle donazioni, infatti senza questo non sarebbe possibile continuare"

22 Giugno 2026
16:24
Intervista a Davide Acito
Fondatore di APA Action Project Animal
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Davide Acito a Yulin

Ogni anno è sul "fronte". Quello di Yulin, dove si svolge il "Dog Meat Trade", ovvero il cosiddetto "festival" nato nel 2009 per incentivare le vendite dei mattatoi in cui si allevavano i cani e i gatti per il mercato della carne e che non si è fermato nemmeno durante la pandemia da covid-19. Anche ora, Davide Acito, presidente di APA Action Project Animal, è in Cina dove lo abbiamo raggiunto per farci raccontare come e se le cose sono cambiate, cosa sta facendo insieme al suo team in questi giorni di un Fetival che ogni 21 giugno è rappresentativo di un mercato che uccide 30 milioni di cani ogni anno tra le più indicibili sofferenze in tutta l'Asia.

⁠Prima di tutto: dove ti trovi adesso e cosa state facendo?

Siamo a Yulin già da tre giorni e abbiamo concluso la missione: abbiamo salvato 5 cani e 13 gatti. Siamo riusciti a tirare fuori due Golden Retriever, un Pastore Belga e altri due cani, di cui uno ancora con il collare. Adesso sono in viaggio verso il nord della Cina per mettere al sicuro gli animali che abbiamo recuperato, dovranno fare una quarantena e tra due giorni torno in Italia con un cane. Abbiamo poi mappato dei nuovi macelli con capacità elevate di macellazione e abbiamo anche notato un aumento del numero di gatti presenti all’interno del commercio e per questo siamo riusciti a salvarne appunto tredici.

Davide, facciamo un punto. Aiutaci a descrivere cos’è il fenomeno associato a Yulin, al di là della definizione semplificata di “festival” e quali sono le principali distorsioni o semplificazioni con cui viene raccontato all’estero?

Quello che in Occidente viene chiamato “Yulin Dog Meat Festival” in realtà non è proprio un festival nel senso classico. È una festa legata al solstizio d’estate che si celebra in tutta la regione del Guangxi, non solo a Yulin. Yulin è diventata famosa perché in quella zona il consumo di carne di cane è sempre esistito e, in quel periodo dell’anno, diventa più evidente. Con il tempo però l’attenzione si è spostata completamente su questo aspetto, e così a livello internazionale è diventato conosciuto come “Dog Meat Festival”.

Una delle grandi distorsioni è pensare che rappresenti tutta la Cina. Non è così. È una pratica locale, e molti cinesi non mangiano carne di cane e sono anche contrari a questo commercio. Un’altra cosa che spesso si sbaglia è pensare che succeda solo in quei giorni: in realtà il commercio esiste tutto l’anno, semplicemente in quel periodo diventa più visibile.

Dopo anni di attivismo sul posto, che cosa ritieni sia cambiato davvero sul campo dal punto di vista delle pratiche locali ?

Se confronto oggi con quando ho iniziato, circa dieci anni fa, qualcosa è cambiato. La cosa più evidente è che non vedi più certe scene in strada come una volta. Prima i camion arrivavano in città e tutto avveniva in modo molto visibile. Oggi questo non succede più. Però non vuol dire che il problema sia sparito. Si è solo spostato fuori dalle città, nelle strutture più nascoste o nei retrobottega dei mercati. Quindi è cambiata soprattutto la visibilità, non il fenomeno. Infatti i mercanti all’interno dei market cittadini stanno scomparendo mentre aumentano i macelli fuori dalle città.

E' quanto è cambiata la percezione da parte del mondo occidentale rispetto a questo evento?

Secondo me all’inizio c’era molta più attenzione. Era un tema nuovo, forte, e quindi aveva un impatto enorme. Oggi invece c’è una specie di assuefazione. Non è che la gente non sia interessata, ma non è più una novità. E quando qualcosa non è più nuova, inevitabilmente perde un po’ di attenzione mediatica. Lo scenario reale è comunque molto più complesso di come viene raccontato spesso. Non rappresenta tutta la Cina e non riguarda tutta la popolazione. È una pratica di poche regioni che però è diventata un simbolo internazionale. Negli anni è cambiata soprattutto la forma come dicevo ma non si può dire che sia finito il commercio. È ancora una situazione che ha bisogno di tempo per concludersi.

Nella tua attuale presenza lì, quali indicatori concreti stai usando per capire se c’è stato un cambiamento strutturale o solo una trasformazione superficiale del fenomeno?

Noi guardiamo soprattutto i mercati e quello che succede fuori dalle città. Per esempio a Nanning c’erano decine di commercianti di cani nei mercati, più di trenta. Col tempo sono diminuiti fino a ridursi a circa una decina. All’inizio sembrava un segnale molto positivo, ma poi abbiamo capito appunto che non è sparito il commercio, si è solo spostato. Meno visibile nei mercati, più concentrato nelle strutture fuori città dove è tutto più difficile da controllare. Quindi il vero indicatore non è quanto vedi nei mercati, ma quanto davvero si muove nel sistema è questo dato se non si ha una chiara visione del network è difficile da capire.

⁠Hai sviluppato nel tempo relazioni o canali di dialogo con attori locali? Se sì, come sono evoluti nel tempo e che effetti hanno avuto?

Sì, assolutamente. Senza attivisti locali e veterinari sul posto non potremmo fare nulla. Nel tempo abbiamo costruito una rete di persone che ci aiutano sul campo. Le relazioni si sono rafforzate negli anni, anche se oggi è tutto un po’ più silenzioso rispetto al passato ma il lavoro continua.

Facciamo un passo indietro, come sei finito la prima volta a Yulin, perché ci sei andato e perché hai deciso di farne la ragione della tua vita?

Ci sono arrivato quasi per caso. Ho letto un articolo quando ancora se ne parlava pochissimo e ho iniziato ad approfondire. Più capivo cosa succedeva, più mi rendevo conto che non potevo ignorarlo. Così sono partito e ho organizzato la prima missione con attivisti locali. Da lì è iniziato tutto. Negli anni abbiamo salvato più di mille cani e oltre duecento gatti destinati al macello. Ogni volta che uno di loro trova una famiglia è una sensazione difficile da spiegare. Gli animali sono una parte di me e a loro ho fatto una promessa: non mi fermerò finché l’ultima gabbia non sarà vuota e tutto questo non sarà finito.

Hai fondato in Cina  una struttura per gli animali recuperati. Come sta andando e come vi finanziate?

Si. si chiama Island dog village ed è una parte fondamentale del nostro lavoro. È il posto dove arrivano gli animali salvati e dove vengono curati prima dell’adozione. La difficoltà principale è sempre la stessa: i fondi. Dal momento che salviamo tra le numerose cure che devono affrontare la documentazione e il trasferimento in Europa i costi sono ingenti. Andiamo avanti grazie alle donazioni, infatti senza questo non sarebbe possibile continuare.

In che misura le politiche cinesi sul consumo di carne di cane e sul benessere animale stanno incidendo su Yulin e contesti simili? Vedi un’evoluzione normativa che rende il fenomeno destinato a ridursi indipendentemente dall’attivismo internazionale?

Ad oggi non esiste una legge nazionale che vieti il consumo di carne di cane. Nel 2020 c’è stata una bozza del Ministero dell’Agricoltura che ha riclassificato cani e gatti come animali da compagnia e non più come bestiame, ma resta una bozza e non una legge. Alcune città come Shenzhen e Zhuhai hanno introdotto divieti più concreti sulla vendita e sul consumo di carne di cane e gatto. Però a livello generale non vediamo ancora un cambiamento strutturale che faccia pensare a una rapida fine del fenomeno.

Dopo tanti anni sullo stesso tema, è cambiato il tuo approccio?

Sì, è cambiato. All’inizio era molto più basato sulla pressione internazionale e sulla sensibilizzazione dell’opinione pubblica occidentale. Oggi invece credo molto di più nel lavoro dall’interno, soprattutto con le nuove generazioni cinesi. Perché se cambia la mentalità delle persone sul posto, allora il cambiamento diventa reale e duraturo. È un lavoro lungo, probabilmente molto più lento di quanto vorremmo, ma credo sia l’unica strada che può portare a un cambiamento vero.

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