Siamo entrati nella chat Telegram creata prima dell’accoltellamento del 13enne: “Ti seguiremo in diretta”

Ore 1.23, su Telegram arriva un messaggio: “Cosa succede se ti ritrovi nella situazione di Hugo Jackson?”. Il riferimento è al 15enne svedese arrestato nel 2021 per aver accoltellato un suo insegnante. Aveva fatto irruzione nella sua scuola trasmettendo l’attacco in diretta streaming su Twich. Non è un caso che venga citato in quella conversazione Telegram. All’interno della chat, uno degli utenti ha pianificato di fare qualcosa di molto simile il giorno successivo.
Il gruppo è stato creato il 24 marzo, all'interno ci sono pochi membri, tra questi il 13enne che il giorno dopo ha accoltellato la sua professoressa di francese a Trescore Balneario (Bergamo). “Ti guarderò domani con i miei amici sul bus”, scrive un utente, poi aggiunge: “Stai dormendo?” . Nessuna risposta. “O sta dormendo o si sta preparando o la polizia lo ha già preso”. Sono questi i messaggi scambiati nella chat privata la sera prima dell’accoltellamento.
Siamo riusciti a entrare in quella chat e a ricostruire le ore che precedono l’aggressione. Abbiamo anche parlato con una delle utenti presenti nel gruppo, che si definisce "tra le sue amiche più strette". Ne emerge un ambiente chiuso dove la violenza non è solo raccontata, ma anticipata e condivisa. Un incubatore d’odio dove ragazzi giovanissimi parlano di vendetta e accoltellamenti.

Cosa abbiamo letto nella chat Telegram
Siamo entrati in questo sistema per capire come hanno reagito gli utenti alle dichiarazioni del 13enne. Scorrendo la conversazione è evidente come un gruppo ristretto di utenti stia aspettando con trepidazione l’accoltellamento. "La trasmetti qui la diretta", scrive un utente. Il tredicenne risponde: "Non riesco a fare la chiamata in questo gruppo". Poi sparisce. Sono le 7:16 del 25 marzo.
Da quel momento, la chat si riempie di messaggi: "Dove sta trasmettendo?", "Prova ancora", "Cosa sta succedendo?". Poi il video arriva. Prima la strada, poi l’ingresso a scuola, fino al momento dell’aggressione. Poco dopo, intorno alle 8, alcuni utenti abbandonano il gruppo ed eliminano i propri account.
Rimane una sola ragazza del gruppo originale. Per capire meglio abbiamo deciso di contattarla. Racconta che ha conosciuto il 13enne su TikTok, non vive in Italia, probabilmente negli Stati Uniti, visto che nel gruppo comunicavano in inglese e la sera prima hanno calcolato il fuso orario per poter assistere alla diretta. Quando le ho chiesto come mai era stato creato un gruppo a parte, lei ha risposto: “Noi eravamo i più stretti”. Ha poi aggiunto: “Lui aveva pianificato tutto ma non mi sarei mai aspettata che arrivasse a tanto”.
Ci racconta anche che ha provato a fermarlo: “È l’ultimo messaggio che gli ho inviato, gli ho detto di non farlo”. Non possiamo sapere se questo è vero, non conosciamo l'identità della ragazza, sappiamo solo che ha partecipato alla diretta e che era all’interno del gruppo creato la sera prima dell'accoltellamento. Sappiamo anche che sul gruppo non ha scritto messaggi per fermarlo. La ragazza ha anche creato un nuovo gruppo dove ha condiviso i messaggi inviati dal 13enne e il manifesto pubblicato prima dell'accoltellamento. In un ultimo scambio, ci dice: "Mi manca".

La violenza come spettacolo: il bisogno di essere visti
Il 13enne prima dell’accoltellamento ha anche pubblicato un messaggio intitolato Manifesto The final solution. Un post molto lungo e dettagliato dove spiega cosa lo ha spinto ad accoltellare la sua insegnante. La sua amica ha raccontato anche che il 13enne avrebbe voluto uccidere il padre ma che alla fine gli è mancato il coraggio.
Il 13enne spiega che non è solo un atto di vendetta, ma è un modo per rompere una routine noiosa nel modo più estremo possibile. Scrive anche che le regole non sono qualcosa che dovrebbe seguire, ma infrangere, e che per questo ha scelto la vendetta, vuole punire chi gli ha fatto del male.
Questi messaggi sono ricorrenti prima delle stragi, degli attacchi o di azioni autolesioniste. Le conversazioni nei gruppi diventano vetrine. Non semplici spazi di scambio, ma luoghi in cui l’azione viene anticipata, narrata e, soprattutto, attesa. L’atto violento non è più solo un gesto individuale: diventa contenuto, spettacolo, evento da condividere. “La trasmetti qui la diretta”, scrive uno degli utenti. È una richiesta che trasforma l’aggressione in qualcosa da consumare collettivamente.
È qui che si innesca il primo passaggio: la ricerca di riconoscimento. Il manifesto, il titolo (“The final solution”), il linguaggio enfatico, la volontà di spiegare e giustificare il gesto. Non è solo rabbia, è costruzione di un personaggio che esiste solo se c’è un pubblico.

Quando il gruppo normalizza la violenza
Ma il secondo passaggio è ancora più rilevante: la dinamica di gruppo. Numerosi studi parlano di echo chamber, camere dell’eco, ambienti in cui le idee vengono continuamente riflesse e rafforzate senza contraddittorio. In questi spazi chiusi le convinzioni tendono a radicalizzarsi proprio perché vengono condivise da persone simili, senza essere messe in discussione. Telegram offre un ambiente in cui la rabbia – sentimento comune nell'adolescenza – può crescere e consolidarsi, dando legittimazione a pensieri che altrimenti resterebbero isolati .
Nel caso delle chat analizzate, questo processo appare in forma accelerata. Un gruppo ristretto, selezionato, che condivide linguaggio, codici e riferimenti. L’atto violento viene discusso, anticipato, quasi preparato insieme. Anche chi non partecipa direttamente contribuisce a creare il contesto: aspettando, incitando, chiedendo aggiornamenti.
È quello che alcuni ricercatori definiscono il loop di radicalizzazione: più si partecipa a una comunità chiusa, più si interiorizzano linguaggi e visioni estreme, che poi vengono riprodotte e amplificate anche fuori dal gruppo. Allo stesso tempo, queste comunità offrono qualcosa che spesso manca altrove: appartenenza. Un senso di identità condivisa, costruito anche attraverso la contrapposizione a un “nemico” comune. Intercettando così ragazzi soli, che non riescono a trovare aiuto e supporto altrove.
