Se i figli fanno ricerche sul suicidio, andare nel panico è l’errore più grande: cosa dice l’esperto

L'annuncio di Instagram sull'introduzione di una funzione che avviserà i genitori quando i figli effettuano ricerche ripetute su contenuti legati a suicidio e autolesionismo riaccende il dibattito sul ruolo delle piattaforme digitali nella prevenzione del disagio giovanile.
Se infatti la novità è stata presentata da Meta come strumento di tutela, non tutte le associazioni che si occupano di salute mentale, però, hanno accolto con entusiasmo l'iniziativa. Alcune realtà sottolineano infatti come la mossa di Instagram rischi di apparire più come un'operazione d'immagine che come una soluzione strutturale, e alcuni temono anche che notifiche di questo tipo possano generare reazioni impulsive o allarmistiche nei genitori, senza fornire strumenti adeguati per interpretarle. Per capire meglio opportunità e criticità della misura, Fanpage.it ha contattato Antonio Iovieno, responsabile nazionale progetti di Telefono Amico Italia, associazione che offre ascolto e supporto a chi manifesta disagio emotivo e pensieri suicidari.
Cosa pensa dell'iniziativa di Meta?
Si tratta comunque di un segnale importante perché riconosce che il tema riguarda anche il mondo digitale e che le piattaforme hanno una responsabilità nella prevenzione. Coinvolgere i genitori è sicuramente utile, a patto che favorisca un dialogo sul problema e non un controllo punitivo. La tecnologia può sì essere un campanello d'allarme, ma non è né il problema, né la soluzione. La notifica di Instagram, non vuol dire per forza che il ragazzo si voglia suicidare, ma sicuramente che vuole parlare con i genitori.
Cosa intende?
Il rischio suicidario nasce da una sofferenza profonda, reale, che poi può trovare online uno spazio di espressione. Il punto centrale resta dunque la capacità degli adulti di ascoltare senza giudicare. In questo senso, dall'inizio del periodo post-pandemico le richieste di aiuto ricevute dalla nostra associazione sono aumentate costantemente. Qualcuno potrebbe leggere questo un trend con preoccupazione, ma da un lato è indice di una maggiore disponibilità a parlare del proprio dolore. E questo può essere importantissimo per chi è un cerca di sostegno. Parlare di suicidio non aumenta il rischio. Rompere il silenzio riduce l'isolamento.
C'è il rischio, come hanno suggerito alcune associazioni, che le notifiche ai genitori possano generare reazioni sproporzionate e scatenare il panico?
Il rischio esiste. Trovarsi una notifica che avvisa che il figlio o la figlia sta cercando informazioni sul suicidio può effettivamente scatenare il panico. Per questo, oltre a monitorare i ragazzi bisogna iniziare anche a fare un lavoro di educazione digitale sugli adulti, i quali spesso non conoscono a fondo i linguaggi online e possono interpretarli in modo distorto. Se un ragazzo cerca su Google informazioni sul suicidio, non significa automaticamente che sta per togliersi la vita. Rimane certamente un campanello d’allarme riguardo una sofferenza reale e per affrontarlo occorre calma e lucidità.
Qual è la prima cosa da fare per un genitore che riceve l'avviso?
Non reagire d’impulso, ma fermarsi e aprire uno spazio di ascolto. L'ansia è comprensibile, ma la priorità è restare in relazione. Molti ragazzi esprimono frasi drastiche per comunicare un disagio che, approfondito, può rivelarsi circoscritto: dietro un "voglio morire" può esserci, per esempio, una delusione sentimentale. Il confronto può calmare rapidamente la tensione e aprire un canale di comunicazione per un dialogo più aperto.
Quale errore evitare assolutamente?
Delegare tutto a uno specialista con l'atteggiamento di chi vuole "aggiustare" il figlio. Un supporto psicologico può essere utile, anche per il genitore, ma se diventa una fuga dalla relazione segnala la difficoltà dell’adulto ad accettare il disagio. Il primo passo resta costruire o rafforzare il rapporto, perché senza relazione diventa difficile aiutare davvero.