Rimborsi Netflix, secondo il presidente di Movimento Consumatori c’è un modo per riavere il 70% degli aumenti

Dopo la sentenza del Tribunale di Roma che ha dichiarato illegittimi gli aumenti applicati da Netflix tra il 2017 e il 2024, più di 100.000 persone hanno già compilato il form messo a disposizione da Movimento Consumatori per la class action che verrà intentata qualora la piattaforma decidesse di non operare i rimborsi disposti dal giudice. Oltre all'aspetto economico – stando alle stime, un utente abbonato per il periodo tra il 2017 e il 2024 avrebbe diritto a un risarcimento di circa 500 euro per i piani premium e 250 euro per gli standard – il caso rappresenta un'occasione per rivedere le dinamiche nella gestione dei tariffari da parte delle piattaforme di streaming e aiutare i clienti a riflettere sull'adozione di un consumo più consapevole. Per affrontare questi temi e capire, in concreto, cosa accadrà agli utenti che hanno le carte in regola per chiedere un risarcimento, Fanpage.it ha parlato con il presidente dell'associazione, l'avvocato Alessandro Mostaccio.
Avvocato, come nasce questa iniziativa che si è conclusa con una sentenza che qualcuno ha definito "storica"?
L'iniziativa nasce dai nostri piani di monitoraggio periodici divisi per settori: streaming, telefonia, energia. Quando individuiamo contratti che necessitano di una "pulizia" legale, stabiliamo delle priorità. In realtà, questo lavoro su Netflix è iniziato circa quattro anni fa. Inizialmente abbiamo perso due giudizi cautelari d'urgenza, sia in primo che in secondo grado, ma non ci siamo scoraggiati e abbiamo deciso di avviare il giudizio di merito presso il Tribunale di Roma, che ci ha dato ragione. Voglio però sottolineare una cosa.
Quale?
La nostra non è stata solo una scelta di policy associativa, ma una necessità legata al contrasto del sovraindebitamento. Analizzando i debiti delle famiglie, notiamo che spesso il problema non è solo il mutuo o il prestito per comprare l'auto di famiglia, ma la somma di tantissimi piccoli abbonamenti (streaming, suonerie, micro-transazioni nei videogame) a cui il consumatore presta poca attenzione perché valgono pochi euro l'uno. Sommati, però, questi importi arrivano a pesare per 100 o 150 euro al mese. Abbiamo voluto accendere un riflettore su come vengono scritte le condizioni contrattuali e su come viene disciplinato lo ius variandi (il diritto dell'azienda di modificare unilateralmente il contratto).

Pensa che questa sentenza possa cambiare le cose per il consumatore, aumentando la consapevolezza sulla gestione del budget familiare e sul potere di recesso?
Assolutamente sì. Da quando è uscita la sentenza abbiamo avuto oltre 300.000 contatti e più di 100.000 persone hanno scaricato il nostro modulo di assistenza. Questo dimostra che il problema è sentito. Il consumatore deve capire che non è un soggetto passivo: di fronte a una rimodulazione peggiorativa, l'arma principale non deve essere solo il ricorso legale, ma l'esercizio del diritto di recesso per stimolare la concorrenza. È un problema di educazione al consumo critico. Spesso abbiamo più piattaforme contemporaneamente e magari non usufruiamo nemmeno dei servizi che paghiamo. Dovremmo invece imparare a monitorare le spese, magari alternando gli abbonamenti. Questa sentenza rappresenta quindi un segnale forte e si contratti cambieranno sempre, le regole del gioco devono rimanere trasparenti.
E dal lato delle aziende? Sarà un'occasione per una comunicazione più trasparente o cercheranno solo di "blindare" meglio i contratti per evitare futuri ricorsi?
Spero entrambe le cose. In queste grandi multinazionali c'è sempre uno scontro tra l'ufficio marketing, che punta ai profitti e ai risultati trimestrali, e l'ufficio legale, che spesso funge da "freno a mano". Questa sentenza dà forza agli avvocati interni di queste piattaforme per pretendere maggiore correttezza. Non credo servano necessariamente nuove leggi. Basta applicare bene il Codice del Consumo. Quello che vogliamo scoraggiare è la pratica di "accalappiare" l'utente con prezzi fuori mercato per poi aumentare le tariffe progressivamente. La trasparenza deve passare per gli strumenti digitali che le aziende già possiedono: se sei una piattaforma con accesso tramite password, usala per comunicazioni chiare, non limitarti a una mail che finisce nello spam!
State già valutando le condizioni contrattuali di altre piattaforme che in questi anni hanno operato aumenti consistenti?
Avevamo già esaminato la situazione all'inizio del 2024 e in questi giorni stiamo aggiornando le nostre analisi su tutte le principali piattaforme. Anche Disney+, ad esempio, ha avuto aumenti importanti. Dobbiamo valutare come sono state riscritte le clausole e se il livello di trasparenza rispetta i criteri indicati dal Tribunale. Al momento però è presto per parlare di nuove cause.
Netflix ha già annunciato che ricorrerà in appello. Come valuta questa mossa e quali rischi intravede per l'azienda?
Giuridicamente è una scelta che posso comprendere, ma dal punto di vista della policy aziendale la trovo di corto respiro. Il danno d'immagine rischia di essere enorme. Netflix non ha una posizione dominante assoluta, è quasi alla pari con Disney. Rimanere nell'immaginario collettivo come la multinazionale che trascina in tribunale i propri clienti per anni è un autogol clamoroso. Se perdessero definitivamente l'appello, dovrebbero pubblicare la sentenza sui giornali e inviare mail di rimborso a 5 milioni di clienti. Se fossi in loro, proporrei una transazione a saldo e stralcio per chiudere il contenzioso e ripartire con una nuova immagine di trasparenza. Continuare la battaglia legale, specialmente con l'ombra di una possibile Class Action che potrebbe vedere centinaia di migliaia di persone costituite, mi sembra una follia.
Realisticamente, quanto possono sperare di recuperare gli utenti a titolo di rimborso?
Se si raggiungesse un accordo transattivo, si potrebbe ipotizzare una restituzione immediata di una quota significativa – ad esempio il 70% – di quanto pagato in eccesso, senza lungaggini burocratiche. Questo sarebbe lo scenario migliore per tutti. Se invece si andasse a sentenza definitiva tra 2 o 3 anni, si tratterebbe di fare un calcolo "da ragioniere": mese per mese, piano per piano, producendo le ricevute dei pagamenti per ottenere il rimborso integrale della differenza illegittimamente incassata. Parliamo di cifre variabili in base al tipo di abbonamento e alla durata del contratto, ma per molti utenti si tratterebbe di somme non trascurabili. Il nostro interesse è chiudere la vicenda con un risultato concreto che ristabilisca l'equilibrio tra azienda e consumatore.