Potresti essere licenziato per colpa dell’AI Washing: la tesi di Sam Altamn

Abbiamo già sentito parlare di un futuro in cui l’intelligenza artificiale ci libererà dal lavoro, così come di scenari apocalittici in cui milioni di persone perderanno il posto in pochi anni. E se fosse – al momento – tutta una copertura? È più o meno questa la tesi di Sam Altman. Durante l’India AI Impact Summit, il Ceo di OpenAI ha puntato il dito contro l’IA Washing.
La tesi è semplice. L’intelligenza artificiale non sta tagliando posti di lavoro, ma per le aziende è la scusa perfetta per licenziarti. Il termine AI‑washing, mutuato da “greenwashing”, infatti indica una strategia comunicativa che sfrutta il fascino mediatico dell’intelligenza artificiale per giustificare tagli di personale che in realtà derivano da fattori diversi: eccessi di organico post‑pandemia, calo della domanda o semplici ristrutturazioni.
“Non so quale sia esattamente la percentuale – ha detto Altman – ma alcune aziende stanno attribuendo ai licenziamenti qualcosa che avrebbero fatto comunque, mentre in altri casi c’è una vera sostituzione di alcune categorie di lavoro con l’IA”.
Tra allarmismi e dati: cosa sta succedendo
È vero, ci sono previsioni che stimano un possibile dimezzamento delle posizioni d’ingresso negli uffici o tagli significativi nell’occupazione “bianca”, ovvero nei lavori d’ufficio più routinari. Eppure studi recenti mostrano un quadro più complesso.
Un rapporto del National Bureau of Economic Research (NBER), basato su un sondaggio di quasi 6.000 dirigenti negli Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Australia, indica che oltre il 90% delle aziende non ha osservato alcun impatto significativo dell’IA su posti di lavoro o produttività nei tre anni successivi al lancio di strumenti generativi come ChatGPT.
Anche le stime sui licenziamenti “collegati all’IA” restano modeste se confrontate con il totale delle riduzioni di personale annuali. Gli economisti dello Yale Budget Lab osservano che non ci sono al momento segnali convincenti di un cambiamento strutturale nel mercato occupazionale legato all’IA: né variazioni sostanziali nella composizione delle professioni, né aumenti evidenti nella durata della disoccupazione per occupazioni con elevata esposizione all’IA.
Questi dati suggeriscono che, almeno per il momento, l’intelligenza artificiale non sta causando un’ondata massiccia di licenziamenti: i numeri reali dell’occupazione continuano a essere modellati da una combinazione di condizioni macroeconomiche, concorrenza globale, costi di capitale e cicli aziendali.
La tesi di Altman: la trasformazione dell'IA
I dati fotografano il presente. Questo non vuol dire che l’intelligenza artificiale non impatterà sul mercato del lavoro in futuro. Secondo Altman, però, le prospettive rimangono rosee. Per il Ceo di OpenAI siamo di fronte a una “grande trasformazione”. La tecnologia farà emergere nuove categorie professionali "troveremo nuovi modi di lavorare come sempre è accaduto”, ha detto.
“Sebbene alcune attività possano essere automatizzate” – in particolare mansioni ripetitive o basate su dati – “nuovi ruoli e competenze nasceranno proprio grazie alla diffusione dell’AI, come è accaduto dopo precedenti rivoluzioni tecnologiche.”
Cosa sta davvero cambiando nel mercato del lavoro
Su un punto Altman ha ragione: l’intelligenza artificiale non si limita a sostituire il lavoro umano, ma tende a trasformarlo. Aumenta la domanda di competenze complementari all’automazione, quali pensiero critico, gestione di sistemi complessi e creatività.
Allo stesso tempo stiamo assistendo a un rallentamento nelle assunzioni di profili junior in alcuni comparti, questo vuol dire che l’intelligenza artificiale riprogetta i percorsi di ingresso nel mondo del lavoro e le traiettorie di carriera di chi è alle prime esperienze.
È ancora presto però per tirare le somme. La Storia insegna che l’impatto di una nuova tecnologia sui posti di lavoro non è immediato. Rivoluzioni del passato, dal telegrafo alla microelettronica, hanno mostrato un ritardo temporale fra adozione diffusa e trasformazioni occupazionali evidenti.
L' "AI-washing" denunciato da Altman mette in luce un rischio comunicativo prima ancora che economico: usare la tecnologia come capro espiatorio per scelte aziendali dettate da cicli di mercato, riduzioni dei costi o strategie di riorganizzazione. Questo non significa che l’impatto occupazionale non arriverà. Significa, piuttosto, che la trasformazione è più lenta, stratificata e complessa di quanto suggeriscano le profezie – in un senso o nell’altro.