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Perché WhatsApp è stata bloccata in Russia: la guerra silenziosa per il controllo della rete

Mosca rimuove l’app dal registro ufficiale e spinge verso Max, la piattaforma statale ispirata a WeChat. Una mossa che rafforza il progetto di “internet sovrano” e un controllo centralizzato delle comunicazioni private.
A cura di Elisabetta Rosso
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La Russia ha bloccato WhatsApp. Mercoledì 11 febbraio 2026, Roskomnadzor – l’agenzia federale russa per le telecomunicazioni – ha rimosso l'app dal registro ufficiale dei servizi internet accessibili, provocando l’interruzione dell’accesso diretto per milioni di utenti. Non è soltanto uno scontro tra una piattaforma e un governo, e non è nemmeno una misura tecnica. Il blocco fa parte di una strategia politica precisa: costruire un ecosistema digitale sempre più integrato nel perimetro dello Stato.

"Oggi il governo russo ha tentato di bloccare completamente WhatsApp nel tentativo di indirizzare gli utenti verso un’app di sorveglianza di proprietà statale. Cercare di isolare oltre 100 milioni di persone da comunicazioni private e sicure è un passo indietro e può solo portare a una minore sicurezza per le persone in Russia", ha dichiarato Meta. L'app citata si chiama Max. È stata sviluppata dal gruppo tecnologico VK (VKontakte) e promossa come alternativa nazionale ai servizi occidentali. Dal 2025, una normativa impone che sia preinstallata su tutti i nuovi smartphone venduti in Russia, accelerandone così la diffusione.

E infatti, il blocco di WhatsApp si inserisce in un panorama più ampio: dal 2022, a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, il Cremlino ha intensificato il controllo su internet e sui social network stranieri, etichettando alcuni come “estremisti” e limitandone l’accesso "per motivi di sicurezza nazionale".

Max, la super-app del Cremlino

Max è stata lanciata nel 2025 per competere con servizi occidentali come WhatsApp e Telegram. È stata presentata come una piattaforma “tutto in uno”, ambisce a integrare messaggistica, pagamenti digitali, servizi pubblici e identità elettronica, ricalcando il modello delle super-app asiatiche come la cinese WeChat.

Per il Cremlino, si tratta di un passo coerente con la strategia del cosiddetto “internet sovrano”, formalizzata con la legge del 2019 che consente allo Stato di reindirizzare il traffico web attraverso infrastrutture controllate a livello nazionale e, se necessario, di isolare il Runet – la rete russa – dal resto del mondo. L’obiettivo dichiarato è proteggere la sicurezza nazionale e ridurre la dipendenza tecnologica dall’Occidente.

Critici e attivisti per i diritti digitali da mesi hanno puntato il dito contro Max, considerata un tentativo di monitoraggio e controllo centralizzato delle comunicazioni private. Le autorità russe, però, negano queste accuse, affermando che l'obiettivo dell'app è semplificare l’accesso ai servizi statali e combattere truffe e attività criminali online. Viene allora da chiedersi quale sia la necessità di bloccare la concorrenza.

La nuova cortina digitale

La stretta su WhatsApp non sorprende. Negli ultimi mesi, Roskomnadzor ha imposto limitazioni alle chiamate su WhatsApp e su Telegram, ufficialmente per "motivi di sicurezza". Anche altre piattaforme di Meta come Facebook, Instagram e perfino YouTube risultano parzialmente bloccate o accessibili solo tramite VPN.

Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, ha dichiarato che WhatsApp potrebbe tornare pienamente accessibile solo se Meta accetterà di conformarsi alle leggi russe e avvierà un dialogo con le autorità. Secondo Peskov, in caso contrario non ci sono prospettive di revoca del blocco.

Il caso solleva interrogativi importanti sul futuro della libertà di comunicazione digitale in Russia e sul ruolo delle grandi piattaforme globali nel mediarsi tra valori di privacy degli utenti e richieste normative che privilegiano il controllo statale. Sicuramente il blocco di WhatsApp segna un ulteriore passo verso una rete sempre più nazionale e meno globale.

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