Ora esistono videogiochi per abusare dei bambini: “Usano gli avatar per commettere violenze”

La mattina di mercoledì 11 marzo è stata battuta dalle agenzie una breve notizia di cronaca passata quasi sotto traccia. La Procura di Catania ha comunicato il sequestro di un "ingente materiale pedopornografico" durante una perquisizione a carico di un uomo poi arrestato in flagranza di reato. Nel corso delle indagini sono stati sequestrati numerosi dispositivi informatici contenenti decine di migliaia di file illegali. Insieme all'arrestato risultano indagati altri tre uomini, tutti tra i 50 e i 70 anni.
Fin qui, pur nella gravità dei fatti, si tratta purtroppo di una dinamica investigativa già vista. Nel comunicato diramato dalla Procura compariva però un passaggio che lasciava intuire qualcosa di diverso. Oltre ai file di pornografia minorile, l'arrestato "aveva la disponibilità di svariati ‘giochi' e strumenti informatici in grado di compiere veri e propri abusi sessuali virtuali su minori". Un dato che la stessa procura ha definito "particolarmente preoccupante", pur non chiarendo bene l'origine di questi giochi. Abbiamo quindi deciso di andare più a fondo. Ecco cosa abbiamo scoperto.
Cosa sono i giochi scoperti dagli investigatori
Descritta nei termini utilizzati dal comunicato stampa, la natura di questi strumenti informatici resta difficile da comprendere. Per capire meglio abbiamo contattato il Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica della Polizia Postale per la Sicilia Orientale che si è occupato delle indagini. Il dirigente della sezione ci ha così chiarito cosa hanno effettivamente scoperto gli investigatori.
La persona arrestata utilizzava un programma che, almeno formalmente, si presentava come un videogioco. All'interno di questo simulatore era possibile creare degli alter ego virtuali per interagire con personaggi generati artificialmente dal software. Tali figure ricalcavano però le fattezze di minorenni e venivano utilizzate dagli utenti per compiere abusi sessuali virtuali su soggetti dalle sembianze chiaramente infantili.
Nessuna chat o piattaforma per adescare minori reali. Nessun abuso con persone in carne e ossa. Dall'altra parte dello schermo non c'era nessuna persona fisica. "Erano avatar, immagini virtuali", ha spiegato il dirigente. "Il soggetto interagiva con queste figure di minori e poteva decidere la tipologia della vittima e le prestazioni cin cui abusarne".
Durante la perquisizione sono stati trovati almeno un paio di questi programmi. Gli investigatori stanno ora cercando di ricostruirne la provenienza. L'ipotesi più probabile è che siano stati scaricati dal Dark Web, dove circolano contenuti illegali difficilmente rintracciabili attraverso i motori di ricerca tradizionali.
L'ipotesi di un sistema gamificato
Un altro elemento su cui si stanno concentrando gli investigatori riguarda il funzionamento interno di questi software. Gli inquirenti stanno verificando se al loro interno esistessero meccanismi simili a quelli dei videogiochi tradizionali: livelli, progressione o premi per l'utente. Una dinamica che trasformerebbe l'abuso virtuale in una sorta di esperienza interattiva costruita per alimentare e rinforzare determinati comportamenti.
Per ora le verifiche tecniche sui dispositivi sequestrati sono ancora in corso. Secondo chi indaga si tratta però di uno scenario mai emerso prima in questo territorio investigativo. "Una realtà difficile anche solo da descrivere per il forte impatto emotivo che genera", ha sottolineato il dirigente.
Il reato esiste anche se il minore è generato da un algoritmo
A questo punto sorge spontanea una domanda. Se i soggetti coinvolti sono solo avatar digitali, come viene inquadrata questa tipologia di condotta dal punto di vista penale?
Come chiarito a Fanpage.it dall'avvocato Simona Ceretta di Lexpertise Legal Network, anche un abuso pedopornografico commesso su entità virtuali rappresenta un reato perseguibile dalla Legge. Il riferimento normativo è l'articolo 600-quater.1 del Codice Penale, intitolato "Pornografia virtuale". La norma è stata introdotta con la legge n. 38 del 6 febbraio 2006 proprio per colmare un vuoto legislativo emerso con la diffusione delle tecnologie digitali. Prima di allora si discuteva se la legge potesse punire immagini che non ritraessero minori reali ma fossero generate artificialmente.
La norma ora fornisce invece una definizione precisa. Per immagini virtuali si intendono quelle realizzate con "tecniche di elaborazione grafica non associate a situazioni reali ma la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni che in realtà non lo sono". Anche i fumetti e gli Hentai, i manga erotici giapponesi, rientrano dunque in questa categoria, ha specificato l'avvocato Giuseppe Croari, un altro legale del foro di Bologna che abbiamo interpellato per approfondire la questione.
Per questa tipologia di reati, il Codice applica le pene previste per la pedopornografia, anche se l'eventuale pena è ridotta di un terzo rispetto ai casi in cui vengono utilizzati minori reali.
Il rischio che l'IA normalizzi l'abuso
Il caso di Catania non è che la punta di un iceberg alimentato da un'accelerazione tecnologica senza precedenti. Se fino a pochi anni fa la creazione di contenuti virtuali richiedeva competenze tecniche elevate, oggi l'avvento dell'intelligenza artificiale generativa consente a chiunque di produrre immagini, video e avatar molto realistici partendo da semplici prompt.
Su Fanpage.it lo abbiamo visto generando una fidanzata artificiale disposta a soddisfare qualsiasi fantasia, umiliandosi e obbedendo anche ai comandi più spinti. La ragazza era stata creata con la piattaforma Character.AI, accessibile a qualsiasi utente maggiorenne dotato di una connessione Internet.
Una simile democratizzazione della creazione che rischia pertanto di moltiplicare la produzione di materiale pedopornografico virtuale, rendendo sempre più labile il confine tra fantasia e realtà e offrendo rifugio a pulsioni criminali in spazi digitali difficili da monitorare.