L’intelligenza artificiale è un’ottima scusa per licenziarvi: benvenuti nell’era dell’AI Washing

Pensate l’effetto da fuori. Titolo 1: “X Consulting licenzia 10.000 dipendenti: saranno sostituiti con l’intelligenza artificiale”. Titolo 2. “X Consulting licenzia 10.000 dipendenti: il piano aziendale era ottimista, il prodotto non funziona più”. Che impressione vi lasciano? Nel primo caso si tratta di un’ottimizzazione, certo dolorosa. X Consulting abbraccia il futuro della tecnologia ed è pronta a lasciare a casa dei dipendenti pure di continuare il suo sviluppo. Nel secondo caso X Consuting ne esce un po’ azzoppata: che futuro ci può essere per il suo prodotto se funziona cosi male?
Ecco, benvenuti nell’era dell'AI Washing. Si nascondo i tagli con l’accetta dietro a una maschera di innovazione. Il termine aleggiava da tempo nei commenti sotto le notizie dei grandi tagli aziendali visti nel settore delle Big Tech. A febbraio il New York Times ha deciso di sigillarlo in un articolo che che sillaba anche la sua pronuncia in linguaggio fonetico: /ā-ī wȯ-shiŋ/. Il sistema è lo stesso usato per il Green Washing o il Rainbow Washing.
Il portale che monitora i licenziamenti delle aziende
Su Fanpage.it abbiamo raccontato questa storia a puntate. L'ultima è in questi giorni, con il caso di InvestCloud. Se volete dare un occhio più largo potete cercare il portale Layoffs.fyi che tiene insieme tutti questi dati mettendo insieme le notizie prese da Bloomberg, Wall Street Journal e The New York Times. I dati sono tracciati dal 2020. Prendiamo solo gli ultimi tre anni:
- Nel 2023 ci sono stati 264.320 licenziamenti firmati da 1.193 aziende tech
- Nel 2024 ci sono stati 152.922 licenziamenti firmati da 551 aziende tech
- Nel 2025 ci sono stati 124.201 licenziamenti firmati da 271 aziende tech
- Nel 2026 ci sono stati 38.645 licenziamenti firmati da 60 aziende tech
Dal 2023 ad oggi secondo questo monitoraggio ci sono stati 580.088 licenziamenti firmati da aziende tech. Viste le fonti, è chiaro che parliamo soprattutto di Stati Uniti. Dietro questo processo di licenziamento c’è molto di più, a partire dalla campagna di assunzioni iniziata dal 2020 quando con sembrava che il mondo sarebbe diventato molto diverso da come lo conoscevamo.
Certo. Questo non vuol dire che nell’elenco dei licenziamenti non ci siano anche posti di lavoro che vengono tagliati per essere sostituiti effettivamente dall’intelligenza artificiale. Ma forse in tutti questi maxi piani di licenziamento motivata dall’intelligenza artificiale ci sono anche decisioni sbagliate di manager, cali di fatturato e crisi da cui sarà difficile uscire anche con l’aiuto di qualche algoritmo. Soprattutto perché in diversi casi non è stato chiaro con cosa vegnono sostituiti i lavoratori.
Quando l’intelligente artificiale copre plotoni di sviluppatori
C’è anche una seconda accezione di AI Washing. Oltre che per giustificare i tagli in azienda, l’IA può diventare ottima anche per dare una spolverata di glitter a prodotti polverosi. Ci sono già stati diversi casi di startup che dicevano di usare gli algoritmi per ottimizzare i processi per poi delegare tutto a legioni di sviluppatori. Possibilmente da remoto.
È il caso, clamoroso, di Bulder.AI, una startup che negli ultimi anni era riuscita a raccogliere fondi da decine di investitori. Diceva di aver sviluppato una piattaforma in grado di creare app e siti web su richiesta. Nell’estate del 2025 è emerso che parte del lavoro che la startup vendeva come frutto dell’intelligenza artificiale era stato realizzato da centinaia di tecnici sotto contratto in India. Non è tuti IA ciò che è codice.