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Intelligenza artificiale (IA)

La profezia di Pignataro, il secondo più ricco di Italia: “L’IA può sgretolare il lavoro in 4 fasi”

Andrea Pignataro, classe 1970, è la seconda persona più ricca in Italia. In questi giorni ha pubblicato un report che anticipa quale sta diventando il futuro dell’intelligenza artificiale.
A cura di Valerio Berra
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Secondo i dati pubblicati da Bloomberg al momento Andrea Pignataro ha un patrimonio poco inferiore ai 21 miliardi di dollari, il secondo uomo più ricco d’Italia dopo Giovanni Ferrero. Forbes è più generosa: fissa il suo patrimonio personale a 42 miliardi di dollari, comunque sotto Ferrero. Sempre secondo Forbes per qualche giorno è stato l'uomo più ricco d'Italia. In ogni caso, non poco. Pignataro ha costruito il suo successo sui servizi finanziari: ed è proprio questo background che ha portato a far pesare tanto le dichiarazioni che ha rilasciato sull’intelligenza artificiale.

Pignataro ha pubblicato una riflessione lunga nove pagine su ION Analytics, il portale dedicato del gruppo di servizi finanziari alla base della sua ricchezza. Il titolo è The Wrong Apocalypse e ruota tutto attorno all’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro. Nello specifico Pignataro parla dei White Collar, i colletti bianchi. È una formula con cui si indicano in generale gli impiegati, i lavoratori che appunto sono messi a rischio in questa fase dell’intelligenza artificiale.

“Stiamo insegnando all’intelligenza artificiale come renderci inutili”

La tesi principale è che l’intelligenza artificiale rischia di essere usata in modi che al momento possono sembrare utili ma che possono creare un problema più grosso in un futuro molto vicino: “Quando una società di consulenza usa Claude per elaborare analisi per i clienti, non sta solo ottenendo un guadagno di produttività. Sta insegnando ad Anthropic come funziona il sistema della consulenza. Impara la forma, la grammatica e la struttura di questo mondo”.

E ancora: “Ogni interazione insegna alla piattaforma a rendere superflue le aziende che la utilizzano. Questa dinamica, tuttavia, non è inevitabile”. Secondo Pignataro però questo non è l’unico futuro possibile. Il modo per non andare incontro a questo scenario è usarle sistemi open source gestiti direttamente dalle singole aziende:

“Ogni interazione insegna alla piattaforma a rendere superflue le aziende che la utilizzano. Questa dinamica, tuttavia, non è inevitabile. Invece di adottare un'IA a piattaforma chiusa, le aziende possono investire in modelli open-source addestrati sui propri dati, implementati sulla propria infrastruttura, sotto la propria governance”.

Le quattro fasi con cui l’intelligenza artificiale può sgretolare il mondo del lavoro

Al netto di un’inversione di tendenza, Pignataro ha tracciato quattro fasi con cui l’intelligenza artificiale potrebbe distruggere il mondo del lavoro:

Fase 1. È il primo momento di questa apocalisse del lavoro, quello che possiamo intuire anche adesso. L’intelligenza artificiale comincia a svolgere da sola i compiti più semplici nelle aziende di consulenza. Diciamo le attività di routine. Le società di consulenza perdono tutto il flusso di entrate che arriva dalle richieste più facili. Alcune si spostano nella fascia più alta del mercato, altre semplicemente chiudono.

Fase 2. Le piattaforme non si occupano più solo dei compiti semplici ma iniziano anche ad occuparsi delle parti più complesse del lavoro. In questa fase assistono ancora gli esseri umani, senza sostituirli del tutto ma comincia a nascere un problema: servono meno persone per portare a termine gli stessi lavori.

Fase 3. Crollano gli investimenti sui settori legati alla consulenza, le aziende si svalutano in Borsa e questo provoca una contrazione generale di tutto il mercato. Qui Pignataro disegna un impoverimento generale di tutto il settore.

Fase 4. Questo è il momento più drammatico. La perdita di questi lavori non colpisce più solo le aziende, non intacca più solo gli investitori ma colpisce direttamente anche le comunità in cui vivono. Città che ospitano molte di queste aziende, come Londra, iniziano a veder crollare il numero di abitanti con conseguente svalutazione delle case. Alla fine il crollo del mercato arriva anche nelle università: "Le iscrizioni universitarie ai corsi di laurea in economia, giurisprudenza e contabilità crollano, innescando una crisi nell'istruzione superiore che si propaga ulteriormente nell’economia”.

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