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Forse abbiamo trovato la navicella fantasma dispersa da 60 anni sulla Luna: perché è così importante

Sessant’anni dopo lo storico atterraggio sovietico, due team indicano siti diversi per il lander. Tra analisi delle immagini e intelligenza artificiale, la verifica attesa da Chandrayaan-2.
A cura di Elisabetta Rosso
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Nel cuore della corsa allo Spazio degli anni Sessanta, la missione sovietica Luna 9 segnò una svolta: il 3 febbraio 1966 riuscì nell’atterraggio morbido sulla Luna. Il lander diventò il primo oggetto costruito dall’uomo a posarsi con successo su un altro corpo celeste e a trasmettere immagini dalla sua superficie. Eppure nessuno, finora, è riuscito a identificarne la posizione esatta sul suolo lunare. Ora, grazie a nuove tecniche di analisi digitale delle immagini e all’uso dell’intelligenza artificiale, la “tomba” di Luna 9 potrebbe essere stata localizzata.

Luna 9 fu lanciata dall’Unione Sovietica tre anni prima dell’Apollo 11, atterrando nell’Oceanus Procellarum e trasmettendo immagini alla Terra. Nonostante il successo, le coordinate ufficiali pubblicate all’epoca – in un articolo sul quotidiano sovietico Pravda – erano così imprecise che le missioni seguenti non hanno mai identificato con precisione la sonda nei dati orbitanti. La fotocamera ad alta risoluzione del Lunar Reconnaissance Orbiter (LRO) della NASA, attiva dal 2009, ha raccolto immagini centinaia di volte più dettagliate della superficie lunare, ma Luna 9 è così piccola che individuarla è come “cercare un ago in un pagliaio spaziale”. Dicevano.

La ricerca del lander: le ipotesi dei due team

Due team internazionali hanno lavorato sui dati raccolti dalla Lunar Reconnaissance Orbiter Camera della NASA e sostengono di aver individuato potenziali siti dove si trovano i resti della sonda. Ma i risultati non coincidono.

Da un lato c’è un gruppo di appassionati guidato dal divulgatore russo Vitaly Egorov, che ha passato anni a confrontare i panorami storici trasmessi da Luna 9 con le immagini orbitali attuali. Utilizzando anche strumenti come LROC QuickMap, una sorta di “Street View lunare”, Egorov ha ampliato il raggio di ricerca e coinvolto il pubblico in una caccia collettiva ai pixel anomali nei dati. Secondo lui, una zona della superficie lunare corrisponderebbe ai rilievi fotografati dalla sonda negli anni Sessanta, anche se rimane un margine di errore di diversi metri.

Il gruppo guidato da Lewis Pinault dell’University College London, invece, ha applicato un algoritmo di machine learning chiamato YOLO‑ETA (You Only Look Once -Extraterrestrial Artifact) per scansionare un’area attorno alle coordinate stimate. L’intelligenza artificiale, addestrata a riconoscere siti di atterraggio artificiale basandosi su esempi come quelli delle missioni Apollo, ha individuato una serie di candidate che presentano disturbi superficiali potenzialmente compatibili con un veicolo spaziale.

James Stuby, basata su un’immagine della NASA – Lunar and Planetary Institute, Lunar Orbiter Photo GalleryLunar Orbiter 3,
James Stuby, basata su un’immagine della NASA – Lunar and Planetary Institute, Lunar Orbiter Photo GalleryLunar Orbiter 3,

La verifica arriverà da spazio

Né l’approccio umano né quello algoritmico hanno finora prodotto una prova definitiva. Gli esperti sottolineano che elementi come i resti dei moduli di atterraggio, i detriti o le tracce lasciate dai retrorazzi dovrebbero essere visibili per confermare la scoperta.

La svolta potrebbe arrivare a marzo 2026, quando l’orbiter indiano Chandrayaan‑2 passerà sulla regione interessata e scattare immagini ad altissima risoluzione. Se uno dei due siti proposti corrisponderà a quello reale, dopo 60 anni si potrà finalmente dire dove riposa Luna 9.

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