Dopo Netflix anche altre piattaforme dovranno risarcire? Massimiliano Dona: “Occorre studiare i contratti”

La storica sentenza del Tribunale civile di Roma che ha dichiarato illegittimi gli abbonamenti definiti da Netflix tra il 2017 e il 2024 continua a far discutere. Dopo la pronuncia dei giudici, Netflix si trova infatti a dover risarcire tutti gli abbonati che hanno usufruito dei servizi interessati dai rincari per il periodo indicato. Un vero e proprio terremoto che presto potrebbe fare scuola anche in altri Paesi europei. L'associazione Movimento Consumatori, promotrice dell'azione, sta già preparando una class action che partirà solo nel caso in cui Netflix decidesse di non adeguarsi alle decisioni dei giudici. Gli interessati sono già più di 25.000 (abbiamo parlato qui della procedura e di come fare richiesta per prendervi parte), ma ora molti si chiedono se in futuro potrà essere intentata una causa simile anche per altri servizi di streaming, come DAZN o Disney +, che negli anni hanno aumentato i prezzi in modo sistematico. Fanpage.it lo ha chiesto a Massimiliano Dona, avvocato esperto dei diritti dei consumatori e presidente di Consumatori.it. "Stiamo studiando i contratti proprio in questi giorni, perché tutto dipende dalla formulazione del servizio", ci ha spiegato Dona.
Aumento degli abbonamenti: in quali casi si può fare causa
Le rimodulazioni e gli aumenti dei tariffari, ricorda Dona, non sono, di per sé, vietati. Durante la vigenza di un abbonamento, l'azienda può certamente variare il prezzo, purché rispetti due condizioni essenziali:
- Previsione contrattuale, ossia la possibilità di aumento deve essere prevista nel contratto con riferimento a specifiche motivazioni.
- Diritto di recesso. L'aumento deve essere infatti comunicato al consumatore con almeno 28 giorni di anticipo, offrendogli la possibilità di recedere dal contratto senza costi, penali o oneri, poiché si tratta di un recesso giustificato. Se il consumatore non recede, i rincari entrano in vigore.
"La legittimità degli aumenti di altre piattaforme risiede tutta nella prima condizione: bisogna verificare se i loro contratti sono scritti correttamente", prosegue Dona. "Quello di Netflix presentava lacune proprio sulla specificazione delle motivazioni". Certo, queste giustificazioni sono spesso molto generiche e non è facile verificare se vi siano effettivamente le condizioni per giustificare un eventuale rincaro. "Pensiamo alle compagnie telefoniche che giustificano gli aumenti con formule come ‘considerato l'andamento dei mercati europei'. Non è una vera motivazione", sottolinea l'esperto.
Ad ogni modo, questa prassi di genericità è tollerata e se i contratti delle piattaforme risulteranno rispettosi della normativa, al consumatore non resterà che il recesso, con la conseguente perdita dei servizi offerti, o l'adeguamento ai nuovi costi. Se invece le verifiche riscontreranno delle anomalie, allora potrebbe esserci lo spazio per nuove azioni legali. "È un tema delicato, ma servirà tempo per approfondire". Nel contratto Disney+, per esempio, la previsione di motivazioni è molto vaga:
"Ci riserviamo il diritto di modificare il prezzo dell'abbonamento in circostanze come a seguito di modifiche dei costi delle offerte di Contenuti, modifiche delle funzionalità dei Servizi, modifiche alla distribuzione e tecnologia del Servizio Disney+, modifiche al Centro assistenza, modifiche delle nostre attività o del contesto economico".
"È chiaro che la clausola è formalmente corretta ma molto sbilanciata sul piano sostanziale e forse un giudice potrebbe arrivare a ritenerla vessatoria" sottolinea Dona.
Cosa cambia dopo la sentenza contro Netflix
Appurato l'aspetto tecnico, resta da capire se la pronuncia del Tribunale di Roma aiuterà i consumatori a essere più tutelati o semplicemente costringerà le aziende a fare molta più attenzione alla scrittura dei contratti.
"Il vero problema etico, su cui abbiamo avviato anche una petizione, è la pratica di "catturare" un cliente con un prezzo d'attacco per poi cambiare le carte in tavola poco dopo. È un tradimento della relazione: mi seduci con un'offerta e, appena ti ho scelto, aumenti la tariffa", afferma Dona. "Al di là dei cavilli giuridici e dei rimborsi, resta quindi un enorme tema reputazionale. Netflix ha costruito il suo successo proprio sulla relazione con il consumatore e sul superamento dei vecchi modelli. Subire una debacle del genere ha un impatto d'immagine enorme. Credo pertanto che questa sia l'occasione per approvare normative che ridisegnino queste regole a favore di un maggior rispetto per il consumatore, come l'obbligo di congelare un'offerta per un periodo minimo garantito. Nulla sarà più come prima".
Quanto sono aumentati i prezzi: da DAZN e Disney Plus i maggiori rincari
Tra il 2017 e il 2024 Netflix ha applicato quattro aumenti di prezzo, con un rincaro complessivo di 8 euro al mese per gli abbonati premium e di 4 euro per il piano standard. In Italia, tuttavia, diverse piattaforme di streaming hanno effettuato, nell'arco di pochi anni, ritocchi al rialzo ancora più frequenti sui propri piani tariffari. Abbiamo ricostruito la situazione e due su tutte si sono distinte per il continuo aumento degli abbonamenti.
La prima è Disney Plus. Quando è sbarcata in Italia nel marzo 2020, in pieno lockdown, il servizio poteva vantare un'offerta davvero competitiva: 6,99 euro al mese o 69,99 euro per l'abbonamento annuale. Già nel 2022, però, i prezzi hanno cominciato a lievitare, complice anche l'inserimento di nuovi piani per eliminare la pubblicità. L'annuale sale a 89,90 euro e il piano senza pubblicità passa a 8,99 euro al mese. È l'inizio di una continua escalation. L'anno dopo l'annuale rimane inalterato ma lo standard passa a 11,99 euro mensili. Nel 2024 l'annuale passa a 139,90 euro. Oggi l'abbonamento premium costa 159,99 euro e 15,99 euro al mese (precisiamo che Disney+ presenta diversi piani, ma tutti hanno avuto aumenti proporzionali).
Il secondo caso eclatante è invece quello di DAZN, che in Italia trasmette le partite di Serie A, Serie B, Liga, nonché altre discipline sportive come il Volley e la Boxe. Nel 2019, quando la piattaforma trasmetteva in esclusiva solo alcune partite di Serie A, il prezzo era di 9,99 euro al mese o 99 euro per l'abbonamento da 12 mesi. Al netto di un servizio rivedibile, soprattutto nei primi mesi, i costi aumentano a 29,99 euro al mese nella stagione sportiva 2021/2022 grazie ai diritti di esclusiva sul massimo campionato di calcio italiano. Negli anni successivi vengono via via introdotte nuove modalità per permettere la visione in contemporanea da diversi dispositivi. Nel 2026, i prezzi per DAZN sono di 49,99 euro al mese e 379 euro annuali per il servizio Full (valido per due dispositivi nella stessa abitazione) e 71,99 euro al mese e 619 euro annui per il servizio Family (due dispositivi con mobilità). Ciò significa che a partire dal 2019, gli utenti hanno dovuto fare i conti con un aumento di circa 400% per il piano base e di quasi 600% per le formule più complete.
In questi anni anche altri servizi come Spotify e Amazon Prime hanno aumentato le proprie tariffe, ma con molta meno frequenza e meno aumenti "traumatici". Spotify ha aumentato di uno/due euro i suoi piani nel 2023 e ha operato un ulteriore ritocco di un euro al mese in più per il servizio Premium individuale e tra 0,50 e tre euro per i piani Duo, Family e Student. Per quanto riguarda Amazon Prime, invece, nel 2022 si è passati da 3,99 euro a 4,99 euro al mese e da 36,00 euro a 49,90 euro per l'annuale. Oggi la piattaforma offre diverse soluzioni (con o senza pubblicità) e la modalità Student, più conveniente con i 24,95 euro all'anno.