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Finalmente si sta per concludere una delle peggiori campagne elettorali della storia recente del nostro Paese. Dopo una prima fase di generale disinteresse, determinato anche da un’agenda mediatico-politica dominata dalle turbolenze del quadro internazionale, abbiamo assistito a un’accelerazione e una radicalizzazione del dibattito, che ha portato a punte tra il grottesco e il paradossale. Va detto che la personalizzazione del referendum, con la trasformazione della consultazione in un voto su Giorgia Meloni, non è la principale ragione di questa deriva, almeno non l’unica. Data l’estrema complessità tecnica delle modifiche in discussione, infatti, la quasi totalità delle forze politiche e dei mezzi di comunicazione ha cercato di procedere per semplificazione, quando non addirittura per approssimazione.

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Una scelta logica e probabilmente inevitabile, ma che ha avuto delle conseguenze.

Ci si è mossi secondo un doppio binario: da un lato spazio ai tecnici della materia, dall’altro grande impegno per divulgare (o confutare) i contenuti della riforma del governo, cercando di renderli accessibili a un pubblico più ampio. L’estrema complessità della discussione tra gli addetti ai lavori e i limiti dello sforzo interpretativo dei media hanno però favorito la trasposizione della contesa sul piano più schiettamente politico. Ne è venuto fuori un coacervo di semplificazioni interpretative, posizionamenti ideologici e letture strumentali, che ha reso molto complicato per i cittadini farsi un'opinione scevra da logiche di appartenenza. In questo senso, la polarizzazione è stata un approdo ineluttabile.

Intendiamoci, il merito della riforma (di cui ho cercato di parlarvi ampiamente in questa guida al voto) ha certamente avuto un peso determinante nelle scelte, tanto dei partiti che dei cittadini. Ma piuttosto prevedibilmente nella valutazione finale entreranno altri fattori, chissà se più decisivi, e altre domande latenti, incentrate sulle conseguenze politiche del voto del 22 e 23 marzo. Una di queste, di cui proverò a occuparmi in questa newsletter, è "cosa accadrà" se dovesse vincere il Sì o il No.

Se vince il Sì

L’approvazione della riforma della Costituzione sarebbe il fiore all’occhiello di questa legislatura targata Giorgia Meloni. Non c’è alcun dubbio sul beneficio che la maggioranza trarrebbe da una vittoria elettorale, anche in termini di crescita della credibilità e del consenso. Dopo mesi di grande difficoltà, segnalata anche dai sondaggi elettorali, Meloni potrebbe rivendicare il successo come risultato dell’unità e della compattezza di una coalizione che, in effetti, ha mostrato pochissime crepe alla prova del referendum. Contrariamente a quanto accaduto nell’opposizione, i distinguo sulla riforma della Costituzione sono stati pochissimi e, chi più chi meno, tutti hanno remato nella stessa direzione. Anche sul piano internazionale, la vittoria del Sì si tradurrebbe in un boost per l’immagine di Meloni, non esattamente nel suo periodo migliore.

Aver personalizzato il referendum sarà stata la scelta giusta, insomma.

Portare a casa la riforma della Giustizia servirebbe ad esempio ad allontanare le critiche sulla velleitarietà dell’azione di governo. Dopo quattro manovre di bilancio decisamente prudenti, una serie di riforme abortite e qualche passaggio a vuoto di troppo, Meloni ritroverebbe un’ulteriore legittimazione popolare per spingere il piede sull’acceleratore e preparare a dovere la lunga campagna elettorale per le Politiche del 2027. La legge elettorale, una manovra spregiudicata, una nuova e prevedibile stretta su sicurezza e immigrazione e via discorrendo: tutto lascia pensare che la presidente del Consiglio interpreterà il Sì al referendum come una sorta di lasciapassare. C'è addirittura chi ipotizza che Meloni possa decidere di staccare la spina al governo, in modo da spingere il presidente della Repubblica a sciogliere le Camere e anticipare la fine della legislatura per andare a nuove elezioni nel più breve tempo possibile: una speculazione, considerando che Mattarella difficilmente si presterebbe a giochetti di questo tipo, ma che rende l'idea dell'iniezione di fiducia che rappresenterebbe la vittoria referendaria.

Anche perché l’opposizione ne uscirebbe a pezzi. È facile prevedere che la vittoria del Sì darebbe il via alla resa dei conti all’interno di una coalizione che si è ancora una volta presentata divisa e lacerata a un appuntamento cruciale. Nella consueta analisi della sconfitta entrerebbero le scelte piuttosto peculiari di parti consistenti dei partiti di opposizione o presunti tali. Il caso più eclatante riguarda ancora una volta il Partito democratico, dove non solo una parte importante della minoranza interna ha annunciato il voto in dissenso rispetto alla linea della segretaria Elly Schlein, ma si è addirittura impegnata pancia a terra nella campagna elettorale per il Sì. In tali condizioni e avendo sul groppone l'ennesima batosta elettorale, la costruzione del campo largo sarebbe ancor più tormentata, considerando le già preesistenti differenze tra le tante anime del centrosinistra su questioni centrali come la politica estera ed economica. Perdere sulla giustizia, terreno su cui la maggioranza del Pd, il M5s e Avs erano riusciti a costruire una rete che teneva dentro società civile e corpi intermedie, rischierebbe di far deragliare l'intero progetto.

Anche perché, sia detto per inciso, la radicalizzazione della campagna elettorale ha fatto sì che l'opposizione si chiamasse preventivamente fuori dalla discussione sulle leggi attuative della riforma della Giustizia (del resto, come ci ha confessato Giuseppe Conte, come fidarsi di Nordio e Meloni?). Un'occasione enorme che la maggioranza potrebbe sfruttare per completare la propria riforma in senso radicale, completando il lavoro, per così dire, sulle tante questioni "sospese" del testo varato dal governo.

Se vince il No

Ospite di Pulp Podcast, lo spazio di approfondimento di Fedez e Marra, Giorgia Meloni ha contestato la tesi di chi vede nel voto referendario un modo per disarcionarla: "Penso sia una trappola anche per quelli che mi detestano, perché non si vota su Meloni, ma sulla giustizia. Le elezioni politiche sono fra un anno, se anche vincesse il No io non mi dimetterei, perché è mia intenzione completare il mio mandato e poi sottopormi al giudizio degli italiani. Temo che se voti No allora ti tieni una giustizia che non funziona e anche Meloni".

È un dato di realtà: la presidente del Consiglio non si dimetterà e andrà avanti con il suo percorso di governo. O meglio, proverà a farlo. Perché sarà innegabile il contraccolpo dopo aver personalizzato la contesa ed essersi esposta a tal punto. Meloni dovrà prendere atto della bocciatura popolare, malgrado abbia debordato su social e media, occupando le trasmissioni amiche delle reti pubbliche e private e investendo molto su una comunicazione di tipo non tradizionale. Dovrà riflettere sul senso di una strategia che l’ha portata a esasperare i toni, compattando il fronte del No e non riuscendo nemmeno a mobilitare il proprio elettorato. Sarebbe la prima vera crepa nel rapporto con i cittadini, destinata a rafforzare quel trend negativo che da settimane è segnalato dai sondaggi politici.

Soprattutto, una vittoria del No certificherebbe il fallimento del governo sul tema delle "grandi riforme", trasformando definitivamente la favoletta di Meloni "aggiustatutto". È questo, probabilmente, uno degli aspetti politici più rilevanti, che potrebbe pesare molto nella lunga corsa alle Politiche del 2027. Malgrado una stabilità con pochi precedenti, infatti, il bilancio finale del governo rischia di essere piuttosto magro, una collezione di "vorrei ma non posso" e di mezzi interventi, più che un elenco di successi e di riforme portate a casa. L'operato di alcuni ministri, che saranno ricordati per essere stati collezionisti di gaffe, sarà messo in discussione e non è escluso che qualche equilibrio interno ai partiti di maggioranza possa cambiare (non solo in Fdi, penso alla precaria posizione di un Tajani esplicitamente sfiduciato da Marina Berlusconi). In un simile contesto, anche la narrazione vittimista di Meloni rischierebbe di non reggere, perché a "fermare" l'azione di governo non sarebbero stati altro che i cittadini, massimi depositari della sovranità.

La grande incognita, semmai, è se il centrosinistra, questo centrosinistra, possa essere in grado di capitalizzare un'eventuale vittoria referendaria. Risposta non scontata, considerando che ancora una volta ci si è presentati a pezzi alla prova del voto. E, cosa non secondaria, che ogni leader vorrà mettere il cappello sul successo del No, accelerando quella resa dei conti interna che dovrebbe poi portare all'individuazione del/della leader e della piattaforma programmatica.

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