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Ricevi la rassegna speciale a cura di Adriano Biondi

La situazione attuale più o meno la conoscete tutti: dopo la batosta al referendum sulla riforma della giustizia, si sono dimessi la capo di gabinetto di Nordio Giusi Bartolozzi, il sottosegretario Andrea Delmastro e la vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino; poi sono arrivate le dimissioni “spontanee” anche della ministra del Turismo Daniela Santanché e, parallelamente, è cominciata la resa dei conti all’interno di Forza Italia, con la sostituzione di Maurizio Gasparri dal ruolo di capogruppo al Senato. Nel frattempo, dai corridoi di Palazzo Chigi rimbalzano alternativamente due concetti: rimpasto o elezioni anticipate, come risposta alla crisi politica aperta dalla vittoria del No. Insomma, una situazione particolarmente ingarbugliata, che può essere meglio compresa richiamando ciò che era accaduto prima della consultazione elettorale.
Quando Giorgia Meloni ha deciso di buttarsi in prima persona nella campagna elettorale a sostegno del Sì alla riforma, lo ha fatto con una strategia ben chiara: mobilitare il proprio elettorato, cercando di ottenere la definitiva legittimazione per la fase due della sua esperienza a Palazzo Chigi, quella propedeutica a “cambiare marcia”, in modo da portare a casa riforme considerate essenziali per stabilizzare a lungo termine il proprio potere politico (legge elettorale e premierato su tutte). L’obiettivo, nemmeno tanto nascosto, era ed è la riconferma dell’egemonia nel centrodestra di Fratelli d’Italia e del centrodestra nel Paese, in modo da indicare il nome del prossimo presidente della Repubblica e portare a definitivo compimento il progetto del fare dell’Italia il laboratorio europeo della destra identitaria di ispirazione trumpiana.
La presidente del Consiglio era però consapevole di quanto l’operazione fosse rischiosa, perché personalizzando avrebbe compattato l’opposizione e trasformato inevitabilmente il referendum in un voto sul governo. Per questo motivo, si era affannata per scongiurare qualunque ripercussione diretta del voto sulla tenuta del governo, ribadendo in più occasioni che non si sarebbe dimessa e avrebbe continuato la sua reggenza a Palazzo Chigi. Strategia che non solo ha mostrato tutte le sue lacune, come ampiamente dimostrato da ciò che è successo, ma che ora mette la leader di Fratelli d'Italia in una situazione particolarmente complessa.
Perché è evidente che non si potesse andare avanti come se nulla fosse successo e che fosse necessario cambiare qualcosa per non farsi lentamente logorare fino alle Politiche, ma allo stesso tempo bisogna valutare con grande attenzione dove piazzare l'asticella. È opinione comune, ad esempio, che le dimissioni di Bartolozzi non siano sufficienti per riparare a un flop dipeso anche dal fatto che la riforma sia stata scritta male, comunicata peggio e approvata con una serie di forzature ingiustificabili. Ma sostituire Nordio, autore dell'unica vera riforma portata (quasi) fino in fondo, significherebbe ammettere un fallimento più ampio, che necessariamente dovrebbe coinvolgere anche Meloni. Allo stesso modo, però, viene da chiedersi se basterà sostituire Santanché con un suo fedelissimo per convincere gli italiani del fatto che sia tornata "Giorgia aggiustatutto" e che il governo è pronto a veleggiare verso nuove e immaginifiche destinazioni. Ciò perché è chiaro a tutti che la difficoltà vada oltre i tre o quattro dimissionari, che semmai della crisi sono un sintomo. Del resto, una crisi comincia quando un sistema smette di difendere e proteggere chi ne fa parte, adottando doppi o tripli standard a seconda del peso contrattuale dei soggetti coinvolti. Da lì in poi il decorso è scritto, sostanzialmente sempre lo stesso.
Considerazioni che avevano alimentato le speculazioni su quanto potesse essere probabile il ricorso alle elezioni anticipate. Ipotesi flebile benché non del tutto tramontata, nonostante ciò che è filtrato dagli ultimi vertici di maggioranza, ma soprattutto non peregrina, per una serie di ragioni strettamente politiche.
Qualche giorno fa il direttore de Il Foglio, Claudio Cerasa, sosteneva che “votare subito” fosse giusto e conveniente per tutti, soprattutto se l’alternativa consistesse nel “cercare un modo complicato, spericolato e precario per rimettere insieme i cocci di un vaso che si è rotto”. Il ragionamento non verteva soltanto sulla necessità per Meloni di non prestarsi allo stillicidio dei prossimi mesi, ma anche su ragioni contingenti ma di estrema rilevanza:
Può un governo indebolito, con una maggioranza litigiosa, una coalizione stabile ma sfilacciata, affrontare una fase complicata come quella in cui ci si trova oggi, con una crescita che non si schioda dagli zero virgola, un costo dell'energia che sale e una manovra che rischierebbe di essere poco espansiva nelle condizioni attuali, a causa di un deficit un po' più alto del previsto che al momento non consente all'Italia di uscire dalla procedura di infrazione e dunque di avere più margini di azione in economia? Forse no.
Attenzione perché l’aspetto economico-finanziario avrà un ruolo cruciale in ogni caso. Innanzitutto sulle tempistiche di un eventuale ritorno alle urne. Dato il contesto, infatti, è assai poco probabile che al Quirinale si fidino nel mandare al voto al Paese in autunno, con il rischio che un’eventuale incertezza del risultato elettorale metta a rischio la gestione della prossima manovra economica (che, a causa degli stravolgimenti del quadro internazionale, rischia di essere complicatissima). Più semplice, in teoria, sarebbe andare al voto a giugno. Ma, anche in questo caso, con l’incertezza determinata dall’ennesima guerra di Trump e dei suoi sodali, tra inflazione e nubi nere all’orizzonte, come convincere Sergio Mattarella della necessità di sciogliere le Camere senza tentare strade alternative?
(OT: Ai nostri lettori non sfuggirà neanche che la durata della legislatura comporta anche una serie di benefici diretti per i parlamentari e che si avvicinano i 4 anni e 6 mesi della maturazione della pensione, ma questo ce lo diciamo tra di noi, come se non fosse un fattore importante nelle interlocuzioni di queste settimane)
Non è un caso che in questi giorni alcuni giornali della destra stiano picchiando durissimo sull’ipotesi di andare a elezioni anticipate. In molti sono convinti che sia del tutto irresponsabile andare al voto adesso, considerando l'ampia maggioranza di cui gode il governo e la poca incisività dell'opposizione in questi ultimi anni. Resta comunque forte la richiesta di rimarcare una certa discontinuità con la passata esperienza. L’ex portavoce di Giorgia Meloni, ora direttore di Libero, Mario Sechi, ad esempio, profetizza che le dimissioni di Santanché e Delmastro siano solo l’inizio di ciò che avverrà nelle prossime settimane, perché “la politica di razza” ha un disegno “istintivo ma molto razionale che riguarda un’altra fase del governo”.
Un rimpasto vero, non un semplice maquillage, dunque? E in che modo? Chi dovrebbe essere sacrificato per garantire il rilancio dell'esecutivo?
La questione è di non semplicissimo approccio, per ciò di cui si discuteva prima e per quello che un restyling profondo significherebbe: un’ammissione, seppur parziale, di inadeguatezza e l’ufficializzazione della fine di quella luna di miele col Paese che era stata la matrice dell’intera comunicazione governativa. Secondo i proverbiali “bene informati” chi rischia davvero è il ministro Adolfo Urso, a capo del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, a causa di una gestione criticatissima e di risultati oggettivamente deludenti. Il problema è che sono in pochi a volersi prendere una poltrona che scotta come poche altre, tra crisi industriali aperte, dati sulla produzione che non possono che peggiorare e previsioni nerissime per i mesi a venire. Tant’è che quando era circolata l’ipotesi Zaia dalla Lega si erano affrettati a intervenire per rimarcare il “no, grazie, non ci interessa”. Discorso diverso se si trattasse del Viminale, ça va sans dire, l’ossessione di Matteo Salvini, che si scontra però con il credito di cui il ministro Piantedosi gode ancora presso Giorgia Meloni (salvo sorprese clamorose, diciamo, tra cui consideriamo lo stranissimo caso che coinvolge la giornalista Claudia Conte). Così come improbabile attendersi colpi di scena sul Turismo, ecco. Più complessa è la situazione di Antonio Tajani, che certamente non rischia il posto da ministro degli Esteri ma di sicuro dovrà fare i conti con l'effervescente situazione interna a Forza Italia. Che i Berlusconi non puntino su di lui per il futuro è pacifico, specie dopo il flop referendario. Che siano pronti a indicare un altro nome è invece meno certo.
C'è, infine, una cogente questione di linea politica. Il sostegno incondizionato e persino un po' ridicolo alle intemerate di Donald Trump è stato accolto con grande perplessità dagli elettori, per usare un eufemismo. E non è un caso la scelta, timida ma significativa, su Sigonella. Ma cambiare posizionamento sulla scena internazionale non è semplice, considerando quanto si è esposta Meloni e come la considerino adesso alcuni (ex) alleati nel Vecchio Continente. Allo stesso modo, la deriva della comunicazione del partito, specie sui social, si è rivelata controproducente alla prova delle urne. Urgono cambiamenti, insomma, di forma e di sostanza.
Probabilmente sapremo qualcosa di più il 9 di aprile, quando Giorgia Meloni tornerà in Aula a riferire sulla situazione politica generale. Non a parlamentarizzare la crisi, ci tengono a precisare da Fratelli d'Italia, ma a "spiegare come intende rilanciare l'azione di governo". Di autocritica neanche a parlarne, ovviamente.