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Ricevi la rassegna speciale a cura di Adriano Biondi

Il caso Crosetto è finito inevitabilmente sulle prime pagine dei giornali italiani. Non sarebbe potuto accadere altrimenti, considerando non solo la portata del fatto in sé, ovvero un ministro della Difesa di un Paese del G8 e della Nato bloccato a Dubai durante un’operazione militare di portata epocale da parte dei propri alleati, ma anche per le tante contraddizioni del racconto fornito alla stampa e agli organismi parlamentari. Come vi abbiamo raccontato, infatti, fin dall'inizio la versione dell’esponente di Fratelli d’Italia, affidata a un post sul suo profilo X (dal tono per lo più vittimista) faceva acqua da tutte le parti. Non è andata meglio con le successive interviste e, men che meno, con l’audizione parlamentare alle Commissioni Difesa ed Esteri.
Peraltro, la scelta di insistere sul frame del vittimismo è sembrata fin da subito piuttosto infelice. In un contesto così complesso, di fronte a fatti di estrema gravità e a una situazione oggettivamente imbarazzante per il nostro Paese (con il ministro della Difesa “sorpreso” da un attacco di tale rilevanza, il ministro degli Esteri all’oscuro di tutto e i servizi di sicurezza assenti), Crosetto si è più volte lamentato di quanto gli avversari politici non stessero tenendo conto della sua fatica e dei suoi sacrifici, finendo persino per giocarsi la carta populista del “pago di tasca mia tre volte il costo del viaggio di ritorno” (perché poi tre volte?). Come se non bastasse, al vittimismo e al populismo spicciolo si è aggiunto il benaltrismo. Rispondendo ai giornalisti, infatti, il ministro si è lamentato delle insistenti domande su quella che considera una vicenda chiarita (la versione del momento è che si è trattato di un mix fra vacanze e impegni istituzionali), mentre "l'Italia può essere attaccata".
Il punto, ovviamente, è un altro e Crosetto lo sa benissimo. Ma se questo è un esempio da manuale di pessima gestione della crisi, il disastro comunicativo del ministro è stato determinato anche da un altro fattore. Solitamente, in casi di questo tipo, interviene un ulteriore livello di controllo, che consiste nella pianificazione di una strategia difensiva e nella scelta coordinata della comunicazione da adottare. La manifestazione più nota di questa gestione è il cosiddetto “spin” che viene inviato a giornali, parlamentari, esponenti politici, con cui si indica la linea da tenere, si suggeriscono interpretazioni, si fanno filtrare delle informazioni importanti per inquadrare la situazione. Lo scopo è quello di “controllare la narrazione” o quantomeno indirizzare il dibattito su crinali più favorevoli. Nel caso della vacanza-missione di Crosetto questo passaggio è mancato quasi del tutto e persino sui giornali amici la difesa dell’operato del ministro è stata piuttosto timida e si è preferito concentrarsi su improbabili tentativi di collegare “la sinistra agli ayatollah”.
In molti hanno notato una certa freddezza di Giorgia Meloni, che si è limitata a un commento generico sulla questione, provando a spostare la discussione su un piano diverso. Piuttosto strano, considerando l’iperpresenzialismo di queste ultime settimane della presidente del Consiglio (ovunque tranne che in Parlamento, sia chiaro) e il rapporto privilegiato che ha sempre avuto col ministro della Difesa, un pilastro della sua costruzione politica. E non c’è dubbio che il collega di governo Antonio Tajani si sia trovato (nuovamente) in imbarazzo, non solo di fronte alla stampa internazionale. Infine, va rilevato il grande fastidio filtrato dai nostri servizi di sicurezza, per essere finiti al centro di accuse di superficialità e incompetenza, dopo l’intemerata del ministro della Difesa a Dubai. Elementi che hanno spinto governo, maggioranza e stampa di area a cercare un'uscita rapida dalla polemica. Senza grande successo, come ha dimostrato il primo vero dibattito parlamentare da settimane a questa parte.
Il punto è che sarebbe un errore bollare la vicenda del ministro-turista come un semplice inciampo. In primo luogo perché la questione è tutt'altro che chiusa e sono ancora tanti i punti che necessiterebbero di chiarimenti sostanziali (sul mancato utilizzo della scorta, sulla rilevanza degli impegni istituzionali, sul confine tra ruolo istituzionale e vita privata, sul grado di conoscenza della situazione complessiva e sulle valutazioni fatte prima di decidere di andare a Dubai). Soprattutto, perché emerge uno scenario decisamente preoccupante, che sembra essere il risultato di scelte ben precise di posizionamento operate dal nostro governo in politica estera. Per mesi la nostra presidente del Consiglio ci ha raccontato la favoletta dell'Italia "centrale" nello scacchiere internazionale, confidando nell'asse con la presidente della Commissione Europea von der Leyen e, soprattutto, nella benevolenza della nuova amministrazione statunitense. Persino di fronte ad attacchi violenti agli alleati e alle fondamenta stesse della costruzione politico-culturale europea, Meloni ha insistito con la storiella dell'unità dell'Occidente. Nel corso degli anni ha giustificato o addirittura difeso le scelte e le dichiarazioni del presidente Trump, anche quando si sono configurate come vere e proprie minacce ai rapporti commerciali o all'integrità territoriale dei nostri alleati. Ha avallato il board of peace, si è battuta per una risposta tenue ai dazi trumpiani, ha scongiurato interventi decisi dell'Ue contro i tecnocapitalisti della sorveglianza. Ha rifiutato non solo l'ombrello nucleare francese, ma anche di prendere atto della disgregazione del vecchio mondo, in termini di alleanze e coperture di difesa. Ha scelto, si spera consapevolmente, la subalternità agli Usa (per ragioni strategiche, di affinità ideologica o altro ancora importa relativamente). Conseguentemente, si è posta in una situazione complessa con i partner europei. Che se è vero che non possono fare a meno del nostro Paese, allo stesso tempo sanno che non possono fidarsi fino in fondo.
Il bilancio, finora, è piuttosto magro: gli Stati Uniti e i loro alleati ci trattano con sussiego, limitandosi a qualche pacca sulla spalla quando facciamo bene il nostro ruolo di quinta colonna. Gli alleati europei ci tollerano a stento. Tajani col cappellino in mano al circo trumpiano e Crosetto al sole di Dubai, ignaro dell'apocalisse che gli Usa stavano per scatenare sull'Iran, sono le fotografie più imbarazzanti di una situazione che va ben oltre loro.