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Il colpo è stato forte, probabilmente inatteso. Le proporzioni della sconfitta certamente imprevedibili. Le conseguenze politiche tutt’altro che scontate o sterilizzabili con qualche maquillage di tipo comunicativo. Insomma, tra sorpresa per il flop nelle urne e timore per le inevitabili ripercussioni sulla maggioranza, i giornali della destra hanno fatto molta fatica a scegliere una linea per analizzare la sconfitta al referendum sulla riforma Nordio-Meloni. Del resto, gli stessi esponenti della maggioranza sono andati un po’ in ordine sparso, almeno prima che Meloni e i suoi fedelissimi provassero a imporre una comunicazione, che essenzialmente verteva intorno ai concetti di rammarico per l’occasione persa e rispetto per le scelte degli elettori. Una lettura debole, anche se piuttosto obbligata.
Dopo anni di luna di miele col Paese, in effetti, questa è la prima indiscutibile battuta d’arresto per il centrodestra e non era semplice passare all’analisi della sconfitta, soprattutto in un frame narrativo che è sempre stato quello del “tocco magico di Giorgia Meloni”, dell’Italia tornata protagonista nel mondo, della classe dirigente “pronta e preparata” e della missione da completare.
In tale contesto è particolarmente interessante fare una rapida carrellata delle analisi politiche e dei commenti apparsi in queste ore sui giornali di area. Sul piano della gestione della crisi siamo in un terreno quasi inesplorato, considerando i pochissimi argomenti a disposizione, a causa di una campagna elettorale scellerata e di una hybris che ha portato a sottovalutare le tante preoccupazioni di un elettorato spaventato e confuso, tra crisi internazionali, incertezza economica e perplessità di fronte al tentativo di incrinare l’equilibrio fra i poteri di cui la Costituzione è massima garanzia.
Se, come dicevamo, i principali esponenti politici del centrodestra hanno scelto la prudenza e le frasi di circostanza (anche per provare a scongiurare, o almeno rimandare, la resa dei conti interna alla coalizione), diverso è stato l'orientamento di alcuni giornalisti di area. Che, per dirla in parole povere, hanno scelto di alzare ancora il livello dello scontro, attingendo da un grande classico: la demonizzazione dell'avversario e la mistificazioni delle sue ragioni. Il caso più evidente è quello de Il Giornale, del resto in prima linea nella fallimentare campagna del Sì. Partiamo dall'editoriale del direttore, l'ex parlamentare del Partito democratico Tommaso Cerno, che si lamenta del fatto che "di giustizia si sia parlato mezz'ora" e poi attacca:
Elly Schlein e Giuseppe Conte, come due comete gemelle, hanno sfilato per Roma invocando primarie e voto anticipato, immaginando nuovi simboli, liste elettorali e di tornare a comandare. Insomma l'obbiettivo non era salvare nessuna Costituzione, anche perché non era in pericolo, ma puntare dritti su Palazzo Chigi, come al solito.
Perché dentro quel campo largo la sinistra ci ha infilato di tutto: giovani antagonisti che in questi mesi hanno riempito le piazze (da Gaza a Maduro fino all'Iran) sempre e solo bruciando manifesti con la faccia della premier o mettendola a testa in giù. Insieme a loro hanno votato migliaia di islamici ormai scesi in politica al fianco della sinistra, come il Giornale vi racconta da tempo.
Per inciso e non soltanto in riferimento a Cerno, è interessante notare come gli stessi che hanno giustificato o avallato le scempiaggini e le strumentalizzazioni di Meloni&co (da Garlasco alla famiglia nel bosco, fino ai migranti e all'allarme sicurezza) ora ci stiano spiegando che il No ha vinto perché non si è votato sul merito della riforma. Ma Il Giornale tocca vette altissime quando dipinge la coalizione del No come "un'armata che mescola estremismo, fanatismo islamico e pulsioni brigatiste". Il pezzo è di Pasquale Napolitano e vi segnalo anche questo passaggio:
Il fronte del No gioca tutte le carte. Senza limiti. E alla fine porta a casa la vittoria al referendum sulla giustizia. Islamici, rivoluzionari, Generazione Gaza, patronati all'estero, centri sociali: è un'armata che mescola estremismo, fanatismo islamico e pulsioni brigatiste. La Cgil si mobilita con sedi e patronati.
Il campo largo politico rivendica il successo politico. Ma a pesare sul verdetto è il voto che arriva dalle frange radicali con cui ora Schlein e Conte dovranno fare i conti.
Gabriele Barberis invece si concentra sulla "vendetta" dei giudici, lanciando un vero e proprio allarme democratico e ipotizzando che ora "possono arrestarci tutti":
Dietro l'esplosione di gioia dei magistrati del No non c'è solo tensione accumulata, ma anche altre sensazioni facilmente riconoscibili. Oscillano tra il senso di rivalsa e il sollievo dello scampato pericolo. Cantare «Bella Ciao» o lanciare il coro «Chi non salta Meloni è» non lascia presagire nulla di buono sulla ripresa della loro attività nelle varie procure e tribunali. […] Vedere le toghe che hanno la titolarità dell'azione penale insultare i governanti o minacciare gli avversari mette davvero i brividi. Parliamo di quelli che possono arrestarci tutti.
Molto simile è l’impostazione che troviamo anche su Libero: il Sì ha perso a causa della saldatura fra estremisti e centrosinistra parlamentare, ma soprattutto a causa della marea di fake news che avrebbero convinto dei poveri sprovveduti a sollevarsi contro Giorgia Meloni. L’ex portavoce della presidente del Consiglio, Mario Sechi, inserisce però un ulteriore elemento nel suo editoriale: la sconfitta della parte produttiva del Paese, che avrebbe votato Sì, e la vittoria dell’Italia “assistita”, che “crede alle promesse dai tempi di Lauro”. Questo passaggio, in particolare, merita considerazione:
Tra i tanti spunti, il primo, il più interessante, mi sembra quello che riguarda la separazione non delle carriere ma del Paese in due parti: la prima è quella produttiva, del Nord, dei ceti che sono dedicati all'impresa, l'Italia del fare che ha votato Sì; la seconda è quella del Mezzogiorno, un'Italia assistita, attaccata come la cozza di Giovanni Verga allo scoglio del reddito senza lavoro, alle pensioni di invalidità, alle promesse che dai tempi di Lauro arrivano fino al presente con le mirabolanti trovate economiche del presidente della regione Campania, Roberto Fico, già noto alle cronache per non aver mai combinato niente prima di approdare alla Presidenza della Camera. Sono due Italie alle quali bisogna guardare con realismo. Tra poco più di un anno andremo al voto, il governo deve organizzare due piani, uno per i ceti produttivi e uno per il Mezzogiorno che non ha votato la riforma.
Viene qualche dubbio, considerando la distribuzione del consenso e le prime analisi (che suggeriscono una maggiore complessità), ma tant’è: aggiungiamo anche “è colpa dei meridionali” alle possibili opzioni per il fallimento della proposta del governo. Per il resto, il direttore segnala come la sinistra barricadera abbia “offerto cinicamente la testa di Meloni, non in difesa della Costituzione, ma per il loro bottino elettorale, in nome dell'ayatollah, di Hamas, di Hezbollah (celebrati nei tg e nei talk dell'inesistente TeleMeloni)”, riuscendo a “coalizzare i giovani, contro Netanyahu, contro Trump, passando da Khomeini a Khamenei, dal padre al figlio.”
Una linea rafforzata anche dal pezzo di Alessandro Gonzato, secondo cui la sinistra “è in preda al delirio”, e da quello di Giovanni Sallusti, secondo cui al campo largo non resta che un”binomio dominante puramente novecentesco, addirittura schmittiano: amico/nemico”. Insomma, Meloni domina comunque e detta la linea, malgrado la sconfitta.
Dell’idea che la sinistra non sia pienamente legittimata a festeggiare il risultato elettorale è anche Il Secolo d’Italia, la cui direzione editoriale è di Italo Bocchino, alla vigilia molto esposto, per usare un eufemismo, rispetto a come sarebbe andata a finire. Scrive il direttore responsabile Antonio Rapisarda:
A vincere con il referendum, insomma, è stato un Frankenstein: un assemblaggio di umori, istinti, reazioni instillati per mesi nelle piazze più radicali con cui a sinistra pensano di “dar vita” a un progetto. […] Dunque feticismo costituzionale (pazienza che la “Carta” sia stata ritoccata e stravolta più volte, con tanto di forzature a maggioranza, proprio dalla sinistra), assistenzialismo e appalto di indirizzo politico-economico al “diritto giudiziario”. Ciò significa che ogni velleità di cambiamento dovrà vedersela con gli interessi e il “particulare” dei seguenti apparati: il massimalismo travestito da sindacato di Landini, la retorica resistenziale ma soprattutto il diritto di veto dell’Anm su qualsiasi provvedimento.
Ne è convinto anche Il Tempo: la sinistra ora sarà "ostaggio delle toghe", la cui azione ora, come sostiene Fazzolari, sarà "più invasiva". Su questo punto, è invece molto interessante leggere Ermes Antonucci su Il Foglio, giornale convintamente schierato sul Sì (seppur con un'impostazione molto diversa dagli altri e decisamente più coerente), perché tocca un tema reale, la possibilità di riformare la magistratura dopo il dato delle urne. Nel suo pezzo, "Il No al referendum segna l'involuzione definitiva della nostra Repubblica giudiziaria", racconta i tanti tentativi andati a vuoto di riformare la giustizia in passato e conclude:
Nessun governo ha più avuto il coraggio di affrontare la questione giustizia sul piano strutturale. Fino al tentativo di Nordio, consentito dalla caduta di credibilità della magistratura causata dallo scandalo Palamara del 2019. Lo scandalo non è bastato, la "finestra di opportunità", come la chiamano i politologi, si è chiusa prima del previsto. Il trionfo del No lo conferma. Ogni ipotesi di riformare la magistratura, con un'Anm ancora più rafforzata nel suo protagonismo politico, è destinata a rimanere nel cassetto per decenni. Si spera non per sempre, per il bene della democrazia italiana
Chiudiamo segnalando solo un paio di titoli de La Verità, perché bastano a rendere l'idea di quanto sia stata pesante la batosta: "I magistrati si prendono i pieni poteri" e "Il fronte del No continua a raccontare balle". Da chi ha spinto su Garlasco, sull'allarme pedofili e stupratori, sulla famiglia del bosco eccetera, sinceramente, ci saremmo aspettati maggiore originalità. Coraggio.