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Conflitto Israelo-Palestinese

Tregua in cambio di ostaggi: come è stato raggiunto l’accordo tra Israele e Hamas a Gaza

Decisivo nella firma della tregua il ruolo del Qatar e quello di Stati Uniti ed Egitto. Importanti però anche le condizioni sul campo, con il governo israeliano pressato dall’opinione pubblica interna e ben lungi dal raggiungere il suo obiettivo politico: distruggere Hamas.
Intervista a Lorenzo Trombetta
Analista di Limes, corrispondente Ansa e ricercatore con sede a Beirut.
A cura di Davide Falcioni
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A un mese e mezzo dall'inizio dei bombardamenti sulla Striscia di Gaza Israele e Hamas hanno raggiunto ieri sera un accordo per un cessate il fuoco di quatto giorni. Il patto, siglato grazie alla mediazione di Qatar, Stati Uniti ed Egitto, prevede il rilascio di 50 ostaggi israeliani a Gaza – 30 bambini, otto madri e 12 donne in gruppi di 12-13 persone al giorno – in cambio di uno stop di tutte le operazioni militari dello stato ebraico nell'enclave palestinese e della scarcerazione di 150 prigionieri palestinesi, in maggioranza donne e adolescenti della Cisgiordania e Gerusalemme Est detenuti in Israele. Inoltre, l'eventuale rilascio futuro di ogni dieci ostaggi aggiuntivi comporterà un ulteriore giorno di tregua.

"Secondo l'accordo – aggiunge una nota di Gamas – il movimento dei veicoli militari dell'esercito di occupazione che entrano nella Striscia di Gaza sarà fermato, centinaia di camion carichi di aiuti umanitari, generi di prima necessità, assistenza medica e carburante saranno trasportati in tutte le aree della Striscia di Gaza, senza eccezioni, nel nord e nel sud". Inoltre durante la tregua "i raid aerei nel sud della Striscia di Gaza saranno interrotti e nel nord della Striscia saranno sospesi per 6 ore al giorno, dalle 10:00 alle 16:00". Infine, sottolinea Hamas, "l'occupazione si è impegnata a non attaccare o arrestare nessuno in tutte le aree della Striscia di Gaza e a garantire la libertà di movimento delle persone da nord a sud lungo Salah Street al-Din". Ma quali sono state le condizioni che hanno portato a un cessate il fuoco? E chi trarrà i maggiori vantaggi dalla tregua? Fanpage.it l'ha chiesto a Lorenzo Trombetta, analista di Limes, corrispondente Ansa e ricercatore con sede a Beirut.

Lorenzo Trombetta
Lorenzo Trombetta

A quali attori internazionali si deve il raggiungimento di un cessate il fuoco di quattro giorni tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza?

Il Paese che più di tutti gli altri ha giocato un ruolo di primissimo piano nella trattativa per un cessate il fuoco è sicuramente il Qatar: non parliamo di un semplice mediatore, ma di uno Stato che da tempo sostiene e finanzia Hamas e che lo sta facendo anche in queste fasi della guerra. Insomma, di un Paese che detiene un potere significativo all'interno delle dinamiche del movimento di resistenza palestinese. La posizione del Qatar, dunque, non è solo quella di mediazione tra Israele e Hamas, ma si tratta quasi di un attore sul campo visti i suoi legami con il partito che amministra la Striscia di Gaza. Anche il ruolo degli Stati Uniti e dell'Egitto, seppur secondario, è stato molto importante.

Quali sono invece le condizioni sul campo che hanno convinto Israele e Hamas a deporre temporaneamente le armi?

Israele era molto riluttante a concedere una tregua. L'avanzamento delle sue forze armate nella Striscia di Gaza si sta infatti rivelando molto complicato e l'obiettivo che si è preposto il governo Netanyahu – di annientare Hamas – è ben lungi dall'essere raggiunto. A più di un mese dall'inizio dei bombardamenti i risultati veramente rilevanti sono stati pochi e la famosa rete sotterranea di tunnel di Hamas resta di fatto intatta. Nel frattempo il numero dei soldati israeliani uccisi è aumentato nelle ultime settimane e i miliziani proprio negli ultimi giorni hanno mostrato la capacità di colpire con anche Tel Aviv. Insomma, gli israeliani sono molto lontani dal conseguire il loro scopo. Anche per questo hanno bisogno di tirare fuori degli ostaggi: va data una risposta alle crescenti pressioni dell'opinione pubblica. Sappiamo infatti che negli ultimi tempi sono aumentate le proteste delle famiglie degli ostaggi contro il governo, accusato neanche troppo velatamente di aver fatto troppo poco per riportare a casa i loro cari.

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Sappiamo già chi sono i prigionieri palestinesi che verranno liberati? 

Stando quanto emerso finora i prigionieri palestinesi che verranno liberati da Israele saranno donne e minori; tra loro, quindi, non dovrebbero esserci prigionieri politici né quadri dirigenti di Hamas. Naturalmente non è escluso che però ci sia una parte di trattativa segreta e che vengano scarcerati personaggi politicamente più rilevanti per la resistenza palestinese.

Chi, tra Israele e Hamas, potrà trarre i maggiori vantaggi militari da questi quattro giorni di cessate il fuoco?

Sicuramente Hamas. L'organizzazione che amministra la Striscia di Gaza è in svantaggio dal punto di vista degli armamenti e non ha alcun controllo dei cieli perché non dispone di un'aviazione né di una contraerea. Ricordiamo che questa non è una guerra simmetrica e che in questo scenario una sospensione va sempre a favore di chi è più debole dal punto di vista operativo, perché può riorganizzarsi in maniera più veloce e disporre di migliori conoscenze del terreno. Non sappiamo, tuttavia, quale sia la vera entità dei danni causati da Israele ad Hamas in questo mese e mezzo di guerra: stando a quello che sappiamo non sarebbe stata intaccata la struttura militare sotterranea di Gaza e si è ben lontani dal "decapitare" i vertici politici di Hamas.

La decisione di Netanyahu di accettare una tregua è stata contestata dall'ala di estrema destra del suo governo. Il governo israeliano rischia di subire degli scossoni politici?

Ricordiamo che quello di Israele è un governo che è stato formato sotto la pressione post 7 ottobre e composto da un variegato spettro di cosiddetti falchi e colombe, con esponenti che chiedono di intensificare ulteriormente gli attacchi nella Striscia di Gaza e nel sud del Libano. Queste frange estreme sono state tenute a freno soprattutto dagli Stati Uniti, che stanno facendo di tutto per evitare un allargamento del conflitto a tutto il Medio Oriente. Ad ogni modo: non sappiamo cosa riuscirà a portare a casa il governo Netanyahu, ma credo che il leader israeliano rimarrà al suo posto fino alla fine del conflitto. Il dissenso però aumenterà: qualsiasi governo in questa situazione si troverebbe a dover compiere scelte molto difficili. A Gaza, lo ricordiamo, ci sono più di 200 ostaggi, tra loro anche militari di alto rango. Andranno fatti dei compromessi, e a qualcuno quei compromessi non piacerà ad alcuni partiti e pezzi dell'opinione pubblica interna di Israele.

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L’accordo che entrerà in vigore domani potrebbe portare in futuro a una tregua di lunga durata tra Israele e Hamas?

Non credo. Per Israele una tregua di qualche giorno è accettabile e probabilmente replicabile anche in futuro, ma una fine dei bombardamenti in questa fase è impossibile. Se ciò avvenisse, per Tel Aviv significherebbe rinunciare ai suoi obiettivi politici, in primis la distruzione di Hamas. Credo quindi che la prossima settimana riprenderanno i raid sulla Striscia di Gaza: potrebbero esserci cambiamenti operativi, ma di sicuro non si arriverà presto a una pace stabile. Sono sicuro che si continuerà a combattere anche nel 2024.

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