Akram Rasho Khalaf nasconde la faccia mentre parla degli abusi subiti dai terroristi (Foto AP/Maya Alleruzzo)
in foto: Akram Rasho Khalaf nasconde la faccia mentre parla degli abusi subiti dai terroristi (Foto AP/Maya Alleruzzo)

“Mangerai quando sarai in paradiso ma per arrivarci dovrai farti esplodere”, così i fanatici dello Stato islamico indottrinavano i bambini della minoranza religiosa dei yazidi, rapiti dopo l’occupazione di Mosul e della provincia irachena di Ninive. Le confessioni dei piccoli sopravvissuti ad anni di prigionia sono il peggior ritratto della barbarie terrorista: lasciati per giorni senza cibo, li costringevano a lottare tra loro per un pomodoro. Per convertirli in strumenti di morte, ai bambini, alcuni di soli sette o otto anni, venivano fatti vedere filmati di decapitazioni o di altri kamikaze. Gli uomini del sedicente Califfato islamico li addestravano anche all'uso delle armi e a indossare cinture esplosive per compiere attentati suicidi. I ragazzi, ormai al sicuro nei campi per sfollati allestiti nel nord dell’Iraq, hanno raccontato la loro esperienza all'Associated Press. “Ho ancora molta paura. Non riesco a dormire bene, li vedo anche quando sogno”, ha confessato Ahmed Ameen Koro, un diciassettenne che adesso vive con la madre e due fratelli, gli unici sopravvissuti della sua famiglia, in un affollato campo profughi a Dahuk, nel Kurdistan iracheno.

La cattura di Ahmed: “Sembravano dei mostri”

I combattenti dell’Isis arrivarono nel villaggio di Ahmed all'alba del 3 agosto 2014. La sua famiglia cercò di fuggire ma non c’era posto per tutti nell'auto del padre. Così il ragazzo, all'epoca quattordicenne, il fratello Amin di un anno più piccolo e quattro cugini furono costretti a scappare a piedi. Il padre promise loro che li avrebbe prelevati lungo la strada, ma non arrivò mai all'appuntamento. Fu catturato assieme al resto della famiglia e da allora del padre di Ahmed non si hanno più notizie. Anche i ragazzi furono sequestrati dai fanatici e condotti, assieme a centinaia di bambini, in una scuola a Tal Afar, una città vicina già in mano all'Isis. Qui i terroristi separarono le donne dagli uomini. “Sceglievano le ragazze che gli piacevano di più – ha ricordato Ahmed – e le madri piangevano disperate nel vedere come le figlie venivano strappate dalle loro braccia”. “Sono ancora molto spaventato – ha proseguito il ragazzo – erano tutti grandi uomini barbuti, sembravano dei mostri”.

Addestrati per diventare kamikaze

Ahmed e altri duecento ragazzi yazidi furono inviati in un campo di addestramento dove la loro giornata iniziava molto presto con le letture del Corano per proseguire con le istruzioni militari con pistole e kalashnikov. I terroristi li obbligavano a vedere video su come indossare una cintura esplosiva, gettare una granata o decapitare una persona. “Ci dicevano: non siete più yazidi, ormai siete dei nostri”, ha continuato Ahmed. “Quando sarei più grande, ti farai esplodere”, il suo agghiacciante ricordo di quel periodo.

Akram, ferito e ridotto in schiavitù

Akram Rasho Khalaf è inquieto quanto parla della sua prigionia, si agita quando racconta la paura e la fame e le sofferenze patite. Quando aveva solo sette anni fu rapito dagli estremisti islamici. Il tentativo di fuga della sua famiglia si infranse contro i colpi dei fucili d’assalto dei miliziani. Il bambino porta ancora su di sé le orribili cicatrici dei proiettili che quel giorno lo colpirono alla pancia e alla mano. Dopo essere stato trasportato all'ospedale di Mosul, venne sottoposto ad un delicato intervento chirurgico. Quando aprì di nuovo gli occhi, i suoi genitori non c’erano più. E da allora non li ha mai più rivisti.

Dopo l’operazione, i terroristi lo portarono a Raqqa, in Siria. Nell'autoproclamata capitale del Califfato, i jihadisti torturavano i ragazzi tirandogli delle palle in testa. Se qualcuno dei piccoli piangeva, veniva picchiato. A chi non si lamentava, veniva promesso un futuro da kamikaze. “Ci dicevano: quando crescerai ti farai saltare in aria, a Dio piacendo”, ha detto il bambino. Quando chiedevano chi volesse raggiungere il paradiso – ha continuato il racconto Akram – alcuni di noi non sapevano cosa rispondere. Continuavano a ripeterci che erano nostri amici, ma i bambini erano spaventati a morte”. Il piccolo, però, non era abbastanza forte per essere un combattente, e così, i terroristi lo costrinsero a diventare il loro schiavo.

Il riscatto e la fuga

Dopo due anni di prigionia, lo zio ricevette una foto di Akram e un’offerta di riscatto. Per il bambino, gli estremisti chiedevano 10.500 dollari, una somma che la famiglia riuscì comunque a trovare, grazie all'aiuto di parenti in Germania. Pagata la somma, Akram venne riconsegnato il 29 novembre dell’anno scorso. Adesso è al sicuro assieme a due fratelli e altri parenti nel campo profughi allestito nel nord dell’Iraq.

Diverso destino, invece, quello di Ahmed. Il 4 maggio del 2015 riuscì a scappare con il fratello ai suoi rapitori. Una volta abbandonato il campo di addestramento a Tal Afar, si nascosero in una moschea per una notte intera, prima di decidersi a fuggire. Una viaggio a piedi lungo quasi novanta chilometri fino a raggiungere le posizioni dei Peshmerga curdi sulle montagne di Sinjar. “Non avevamo acqua, eravamo così assetati che abbiamo rischiato di morire”, ha ricordato adesso.

I traumi della prigionia

Le conseguenze della lunga prigionia per i bambini rapiti dall’Isis sono devastanti: lo zio di Akram ha raccontato che il nipote soffre di insonnia e, nei pochi momenti in cui riesce a dormire, le sue notti sono popolate da incubi. Le stesse ansie del fratello di otto anni e della sorella di cinque, caduti anche loro nelle mani degli estremisti.

"A volte diventano molto aggressivi – ha detto lo zio – e cominciano a picchiare gli altri bambini”. Tipiche reazioni violente agli abusi a cui hanno assistito, ha affermato Carl Gaede, un assistente sociale specializzato in traumi di guerra consultato da Associated Press. “Abbiamo visto episodi simili anche in altri bambini e i genitori hanno dovuto nascondere coltelli e altri oggetti pericolosi nel timore che i figli li usassero contro di loro”, ha aggiunto Gaede, da tempo impegnato nel trattamento dei superstiti alla brutalità dei fanatici islamisti. Il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha dichiarato che “i membri dello Stato islamico hanno perpetrato un vero e proprio genocidio contro la comunità yazida. E secondo lo studio condotto da Valeria Cetorelli e altri ricercatori pubblicato pochi giorni fa dal Public Library of Science Medicine, sono circa 3.100 i membri di questa minoranza religiosa uccisi dalla follia jihadista, mentre altri 6.800 sarebbero stati rapiti.

Le orribili esperienze vissute da questi bambini e adolescenti tarderanno molto tempo in cancellarsi. Quando ad Ahmed viene chiesto quali sono i suoi sogni per il futuro, il ragazzo risponde sicuro: “Quando sarò più grande voglio vendicarmi dell’Isis”.