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Conflitto Israelo-Palestinese

Perché evitare l’escalation è la prima preoccupazione anche della Repubblica islamica dell’Iran

Per alcuni attivisti locali una guerra su larga scala dopo l’attacco dell’Iran contro Israele potrebbe significare, in caso di raid più incisivi, la fine della Repubblica islamica per come la conosciamo oggi. Per questo, anche Teheran non vuole l’escalation del conflitto.
A cura di Giuseppe Acconcia
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L'operazione “Vera promessa” che nella notte tra sabato e domenica ha visto impegnato l'Iran nel lancio di droni e missili contro Israele ha segnato una svolta senza precedenti nella politica estera della Repubblica islamica. Nonostante quasi tutti siano stati intercettanti prima di arrivare a Teheran, dalla Giordania, dagli Stati Uniti e da alcuni paesi europei (Gran Bretagna e Francia), in Siria e in Iraq, e nonostante tanti avessero avvisato dell'imminenza di un attacco, il disco verde dei pasdaran a un raid diretto contro Tel Aviv è stata una vera sorpresa rispetto alla tradizionale prudenza nelle scelte di politica estera delle autorità iraniane.

Alcuni missili balistici non sono stati intercettati e hanno raggiunto la base aerea Nevatim nel deserto del Negev e le alture del Golan. Gli attacchi hanno causato dodici feriti lievi, tra cui una
bambina. E hanno dimostrato l'importanza per Israele della cooperazione bellica con gli alleati occidentali e regionali. Dal canto suo, la Repubblica islamica non ha potuto far finta di niente dopo
il raid israeliano dello scorso primo aprile che aveva colpito il consolato iraniano nel quartiere di Mezzeh a Damasco uccidendo 13 persone. Tra di loro si trovavano anche sette ufficiali delle guardie rivoluzionarie iraniane, tra cui uno dei comandanti delle milizie al-Quds, Mohammad Reza Zahedi, e il suo vice, Mohammad Haji-Rahimi.

Il raid è stato fatto nell'interesse iraniano?

Sebbene sia l'Iran sia gli Stati Uniti sembrano augurarsi che l'attacco iraniano contro Israele non avrà ulteriori conseguenze, i raid del 13 e 14 aprile daranno al premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ampi spazi di manovra bellica. Questo significa che la guerra a Gaza potrà andare avanti, che un cessate il fuoco non è necessariamente alle porte e che le autorità israeliane potranno asserire d'ora in avanti che il problema non è Hamas nella Striscia ma il ruolo regionale iraniano. E così non sembra molto saggio da parte iraniana essere passati dalla retorica delle minacce di un possibile attacco a un vero raid diretto verso Israele. O in altre parole di aver portato la guerra per procura che coinvolge Teheran e Tel Aviv in Siria e in Libano al passaggio successivo: lo scontro diretto tra Iran e Israele.

Impressionante è stata anche la triangolazione con la quale l'attacco si è realizzato. Mentre i droni iraniani viaggiavano verso Israele, da ore erano andati avanti i raid del movimento sciita libanese Hezbollah dal Sud del Libano e la nave portacontainer, Msc Aries, di proprietà israeliana, era stata sequestrata nello Stretto di Hormuz dai miliziani yemeniti sciiti Houthi. Una volta di più Teheran ha dimostrato che quando decide di agire ha una rete ben collaudata di gruppi, milizie e movimenti dalla Siria all'Iraq, dal Libano allo Yemen, pronta a seguire o imitare le sue mosse.

Un vero attacco o un mero avvertimento?

L'altro tema centrale per capire le dinamiche di guerra di queste ore è verificare se si è trattato di un semplice avvertimento da parte iraniana o di un attacco vero e proprio, foriero della così tanto invocata escalation del conflitto. Sicuramente è stato più un atto dimostrativo che un attacco su larga scala. Ma da dimostrazioni di forza come queste le autorità iraniane hanno più da perdere che da guadagnare. E fino a questo momento mai si erano lasciate andare a raid del genere contro Israele e Stati Uniti, neppure dopo l'uccisione della guida delle milizie al-Quds, Qassem Soleimani, a Baghdad nel gennaio 2020.

In quel caso si erano accontentati di raid mirati in Siria e in Iraq che avevano avuto ben pochi effetti sugli interessi statunitensi, in ritirata, nella regione. "Molti militari iraniani stanno investendo in attività economiche, costruendo edifici, dighe, mercati, o sono attivi nel mercato petrolifero. Una guerra su larga scala metterebbe in crisi i loro profitti", ci spiega un attivista iraniano da Teheran. In altre parole, la guerra serve più a soddisfare gli interessi occidentali che quelli iraniani. Non solo, in caso di un’escalation del conflitto, di nuovi attacchi israeliani (“risponderemo all'attacco” dicono a Tel Aviv) e di altri raid più incisivi da parte iraniana, una guerra su larga scala potrebbe significare la fine della Repubblica islamica per come la conosciamo oggi. Il ruolo regionale iraniano è sì cresciuto negli ultimi anni inesorabilmente ma più per le mancanze occidentali e statunitensi che per un reale interesse militare iraniano di esportazione del modello post-khomeinista.

Cosa ne pensano gli iraniani

"Molti iraniani sono contrari a questi attacchi", ha commentato un attivista di Tabriz. Una fetta movimentista dell'opinione pubblica iraniana, vicina alle proteste “Donna, vita, libertà”, scoppiate nel 2022 dopo la brutale uccisione di Mahsa Amini, vede Israele come l'estensione di un occidente che vuole più diritti per tutti e non come lo stato che sta commettendo un genocidio a Gaza. E così le immagini dei festeggiamenti dei parlamentari nel Majlis a Teheran e gli assembramenti in piazza Palestina, nella capitale iraniana, nella notte tra sabato e domenica, non rappresentano di sicuro un sostegno unanime alle scelte dei pasdaran di queste ore. Ancora una volta la società civile iraniane appare polarizzata tra i sostenitori del regime, da una parte, e i giovani e la classe media, dall’altra, che aspirano al cambiamento nel senso di un'apertura verso l’occidente, anche verso Israele.

Le dinamiche geopolitiche

"Le pressioni per questo attacco venivano dai conservatori iraniani, ma anche da Israele e dall’occidente", ha commentato un attivista di Isfahan. Di sicuro questi attacchi contro Israele non
avrebbero avuto luogo se gli Stati Uniti avessero assunto un atteggiamento meno permissivo nei confronti di Tel Aviv. È vero che nelle ultime settimane il Consiglio di Sicurezza Onu ha approvato,
tardivamente, la risoluzione che chiede il cessate il fuoco immediato con l'astensione degli Stati Uniti, ma Joe Biden continua a mostrarsi troppo compiacente rispetto alle scelte di politica estera di Netanyahu, molto criticate anche all'interno del paese con le continue proteste anti-governative che ne chiedono le dimissioni e elezioni anticipate.

D'altra parte, l'Iran potrebbe aver puntato molto sul sostegno che ha assicurato a Mosca, che non ha condannato l'attacco del 13 aprile, nella guerra in Ucraina con la fornitura di droni per sperare che, in caso di conflitto su larga scala, arrivi un concreto sostegno russo e cinese a Teheran. Iran e Russia sono anche fianco a fianco del presidente siriano Bashar al-Assad. Di sicuro la guerra a Gaza ha motivato molto questi paesi nello stigmatizzare l'ipocrisia occidentale, i doppi standard, l'ingiustizia globale di un mondo dominato dagli Stati Uniti spingendoli a portare come esempio gli effetti che queste ingiustizie stanno avendo a Gaza, e in tutto il Sud globale, con il massacro sistematico di donne e bambine innocenti.

Tuttavia, non è chiaro fino a che punto Mosca e Pechino vorranno muoversi in caso di una guerra su larga scala che veda l'Iran come protagonista. Potrebbero lasciare Teheran a se stessa, come è successo secoli fa, quando la Persia ha dovuto crearsi una propria strategia di sopravvivenza per evitare di essere manipolata da parte di tutte le grandi potenze mondiali.

I raid iraniani e la guerra a Gaza

Questi attacchi sono finalmente soddisfacenti per l'opinione pubblica del Nord Africa e del Medio Oriente che non ne poteva più dello strapotere regionale israeliano? Renderanno l'Iran il vero leader regionale, superando paesi sunniti compiacenti verso Israele come l'Egitto o le dichiarazioni, troppo spesso contraddette dai fatti, dell'indebolito presidente turco, Recep Tayyip Erdogan? Di certo, le mobilitazioni di piazza da Tunisi ad Algeri, dal Cairo a Istanbul hanno mostrato come la società civile in questa parte del mondo, così come in Europa e in altri continenti, non ne può più delle politiche genociadiarie di Israele ma anche dell'inerzia dei paesi arabi che non sembrano interessati a muovere un dito per i palestinesi ma farebbero di tutto per compiacere Tel Aviv.

Sicuramente i raid iraniani contro Israele nella notte tra il 13 e il 14 aprile serviranno ad alimentare la retorica propaganda israeliana secondo la quale dietro gli attacchi di Hamas del 7 ottobre c'è stato l'Iran e quindi ad accrescere il già diffuso odio israeliano verso Teheran. Ancora una volta questo chiarisce che non può esserci pace regionale se non si chiude immediatamente con un cessate il fuoco la pagina orribile della guerra a Gaza. Solo questo potrà permettere di calmare gli animi e evitare un’estensione del conflitto che ormai è già in atto.

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