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Conflitto Israelo-Palestinese

Israele – Palestina, perché la soluzione “due popoli due stati” è irrealizzabile per lo storico del Medio Oriente

Enrico Bartolomei, storico dell’area euromediterranea: “Occorre una soluzione che si basi sul principio in base al quale la terra di Palestina appartiene a tutti coloro che vi abitano e a coloro che sono stati espulsi o esiliati a partire dal 1948, senza distinzione di religione, identità etnica, origini nazionali o status di cittadinanza attuale. Questa sarebbe l’unica soluzione globale, giusta e duratura”.
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Intervista a Enrico Bartolomei
Dottore di ricerca in Storia dell’area euromediterranea presso l’Università di Macerata. Ha pubblicato numerosi articoli su riviste specializzate e ha contribuito, come editore e autore, a vari libri, tra cui Gaza e l’industria israeliana della violenza (2015) e Esclusi (2017), per i tipi DeriveApprodi.
A cura di Davide Falcioni
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Conflitto Israelo-Palestinese

Due popoli e due stati: Israele e Palestina. Secondo la stragrande maggioranza dei leader occidentali sarebbe questa la strada da percorrere per arrivare a pace e stabilità in tutto il Medio Oriente. Anche il segretario generale dell'ONU Antonio Guterres in un suo recente intervento ha definito questa come "l'unica soluzione realistica", spiegando che "gli israeliani devono poter vedere materializzati i loro legittimi bisogni di sicurezza e i palestinesi devono poter vedere realizzate le loro legittime aspirazioni ad uno Stato indipendente".

Tale formula – alla base del "Piano di partizione" della Palestina mandataria britannica approvato nel 1947 dall'Onu – prevede la nascita di uno Stato ebraico accanto a uno arabo-palestinese. Il sionismo, ideologia fondante dello stato israeliano, ha tuttavia reso impossibile il realizzarsi del progetto di "due popoli e due stati". I palestinesi sono stati infatti espulsi dalle loro terre e attualmente circa 700mila coloni israeliani vivono nei territori occupati in violazione del diritto internazionale, ma con il benestare di tutti i governi di Tel Aviv.

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Secondo Enrico Bartolomei – dottore di ricerca in Storia dell’area euromediterranea, interpellato da Fanpage.it "l’evacuazione anche di una minima parte di coloni provocherebbe una sanguinosa guerra civile in Israele. Se durante gli anni di Oslo la costruzione di nuove colonie avveniva con più discrezione, attualmente i vari governi dell’ultra destra nazionalista e religiosa finanziano e sostengono apertamente i piani di colonizzazione, spingendosi addirittura ad invocare espulsioni e deportazioni di massa dei palestinesi. La Cisgiordania si è ormai trasformata in una enorme prigione a cielo aperto per i palestinesi". Insomma, per Bartolomei la soluzione "due popoli due stati" è ormai irrealizzabile. Le alternative però esistono: uno stato unico o uno stato bi-nazionale dove israeliani e palestinesi possano convivere in pace e con eguali diritti di cittadinanza.

Enrico Bartolomei
Enrico Bartolomei

Anche nelle ultime settimane i leader politici occidentali continuano ad affermare che la soluzione del conflitto israelo-palestinese è quella dei "due popoli, due stati". Questa soluzione è mai stata davvero realizzabile? 

La soluzione "due popoli due stati" non è mai stata realmente un’opzione di pace. Non lo era a livello politico, dal momento che nessuna dirigenza israeliana ha mai accettato la creazione di uno stato palestinese indipendente. Lo stesso primo ministro israeliano Itzhak Rabin, ricordato come leader di pace per la celebre stretta di mano con Yasser Arafat nel settembre 1993 alla Casa Bianca, poco prima di essere assassinato da un estremista ebraico aveva chiarito alla Knesset che Israele non sarebbe tornato ai confini precedenti al giugno 1967, che Gerusalemme sarebbe rimasta unita sotto la sovranità israeliana, inclusi i principali blocchi di colonie. Insomma i palestinesi avrebbero ottenuto al massimo un’entità "meno di uno stato". Persino quella che fu venduta all’opinione pubblica come l’"offerta generosa" del primo ministro Ehud Barak durante il vertice di Camp David nel luglio 2000 si rivelò poco più che la riproposizione del vecchio piano israeliano per l’autogoverno palestinese all’interno di cantoni sconnessi e non autosufficienti, con il pieno controllo militare e frontaliero israeliano.

Il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, a sinistra, e il leader palestinese Yasser Arafat, a destra.
Il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, a sinistra, e il leader palestinese Yasser Arafat, a destra.

Ci sono oggi anche altre ragioni che rendono la soluzione "due popoli, due stati" impraticabile?

La soluzione "due popoli, due stati" non è mai stata realizzabile neanche a livello pratico: già all’epoca della firma degli Accordi di Oslo c’erano circa 250mila coloni nei territori occupati (Striscia di Gaza, Cisgiordania inclusa Gerusalemme Est), mentre attualmente, 30 anni dopo, la cifra sfiora i 700mila. In altre parole, il processo di Oslo ha offerto ad Israele la copertura necessaria per continuare le sue politiche di colonizzazione della terra palestinese. C’è stato solo il "processo" senza la "pace". Israele ha portato avanti una strategia negoziale progettata per prolungare i negoziati all’infinito in maniera da guadagnare tempo per la costruzione di fatti irreversibili sul terreno, da imporre poi come realtà acquisite e non negoziabili in eventuali colloqui. Il processo di Oslo sarà ricordato come il periodo in cui Israele ha consolidato in maniera decisiva la sua dominazione coloniale sui palestinesi.

Israele accetterà mai di ritirare i propri coloni dai territori occupati, affinché possa sorgere uno stato di Palestina geograficamente omogeneo?

Impossibile. Molti coloni sono fanatici armati, pronti a tutto; l’evacuazione anche di una minima parte di essi provocherebbe una sanguinosa guerra civile in Israele. Se durante gli anni di Oslo la costruzione di nuove colonie avveniva con più discrezione, attualmente i vari governi dell’ultra destra nazionalista e religiosa finanziano e sostengono apertamente i piani di colonizzazione, spingendosi addirittura ad invocare espulsioni e deportazioni di massa dei palestinesi. La Cisgiordania si è ormai trasformata in una enorme prigione a cielo aperto per i palestinesi, chiusi in enclave sconnesse e circondate dalle colonie e dalle infrastrutture coloniali (strade, recinzioni, zone militari, posti di blocco, muro di separazione). Israele ha il pieno controllo su oltre il 60% della Cisgiordania occupata – designata dagli accordi di Oslo come Area C – oltre alle risorse naturali e ai confini.

Inoltre, il cosiddetto processo di pace ha consentito a Israele di liberarsi persino degli obblighi che una potenza occupante ha nei confronti della popolazione occupata secondo le convenzioni internazionali, delegando il mantenimento dell’ordine all’Autorità Palestinese, un organo di autogoverno ormai privo di qualsiasi legittimità agli occhi dei palestinesi, e scaricando sulla comunità internazionale i costi dell’occupazione coloniale.

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Questo non deve stupire, la colonizzazione di quanta più terra possibile con la minima presenza di palestinesi al suo interno è il principio che guida le politiche dello Stato israeliano fin dalla sua nascita, e fa parte della sua ideologia fondante, il sionismo. Nel 1948 questo principio si è tradotto nella pulizia etnica, cioè nell’espulsione forzata di gran parte dei palestinesi dalla loro patria. Nel 1967, dopo l’occupazione del restante 22% della Palestina e una nuova ondata di espulsione, Israele si è trovato di fronte alla necessità di dover gestire una considerevole popolazione palestinese, ma senza poterla incorporare nello Stato, per non compromettere il principio della maggioranza demografica ebraica. A questo punto ha scelto l’apartheid, cioè il sistema che meglio garantisce la separazione tra nativi e coloni e che permette di confinare quest’ultimi nel minor spazio possibile. La continua presenza dei palestinesi sulla terra rappresenta il principale ostacolo al successo del progetto coloniale sionista: non sorprende perciò che Israele abbia dichiarato una vera e propria guerra totale alla popolazione civile di Gaza, mentre alti dirigenti incitano apertamente al genocidio o all’espulsione dei palestinesi in Egitto.

Se non è quella dei "due popoli, due stati", quale è la soluzione alternativa per una pace giusta e duratura tra israeliani e palestinesi?

Occorre una soluzione che si basi sul principio in base al quale la terra di Palestina appartiene a tutti coloro che vi abitano e a coloro che sono stati espulsi o esiliati a partire dal 1948, senza distinzione di religione, identità etnica, origini nazionali o status di cittadinanza attuale. Questa sarebbe l’unica soluzione globale, giusta e duratura non solo al problema dei palestinesi cittadini di seconda classe in Israele, ai palestinesi sotto occupazione coloniale nei territori occupati di Cisgiordania e Striscia di Gaza e ai palestinesi rifugiati e in diaspora, ma anche per gli ebrei israeliani. Chiaramente questa soluzione è incompatibile con il sionismo in quanto Israele cesserebbe di essere uno Stato esclusivo per gli ebrei, come ribadito dalla Legge fondamentale approvata nel 2018. Per quanto riguarda la forma istituzionale che prenderà questa soluzione –Stato unitario o binazionale – è un discorso aperto che dovrà essere affrontato in futuro. Se ci pensiamo, in realtà c’è già un solo governo tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, ma con un sistema di gestione separato e discriminatorio per ebrei israeliani e palestinesi.

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Nei due Paesi esistono già oggi partiti politici che sostengono attivamente la soluzione dello stato unico o bi-nazionale?

In realtà la creazione di uno "Stato democratico, unitario e non confessionale" in Palestina era l’obiettivo storico dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina fin dalla fine degli anni Sessanta. Il fallimento degli accordi di Oslo, lo scoppio della Seconda Intifada e l'impraticabilità della divisione territoriale su base etnico-religiosa ha suscitato un rinnovato interesse tra i palestinesi per questa soluzione, oggi attualizzata nelle due formule dello Stato unico, vale a dire un singolo governo su tutto il territorio con uguali diritti di cittadinanza, o uno Stato bi-nazionale, vale a dire le due comunità nazionali gestiscono separatamente i propri affari interni, ma all’interno di un contesto politico condiviso. Diversi intellettuali e persone di alto profilo morale, palestinesi e israeliani antisionisti, hanno lanciato appelli e si sono uniti in una campagna globale chiamata “One Democratic State Campaign”, che sta avendo una certa risonanza internazionale. Affinché questa visione possa realizzarsi occorre però che la comunità internazionale imponga a Israele sanzioni simili a quelle che colpirono il Sud Africa durante l’apartheid, e che contribuirono a porvi fine. L’importanza strategica che Israele riveste ancora per gli Stati Uniti, insieme all’impunità internazionale di cui gode, persino di fronte a una guerra genocida come quella in corso a Gaza, non fa pensare che questo momento sia vicino.

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