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Conflitto Israelo-Palestinese

Hamas-Israele, Albanese: “Sconfitta anche dell’ONU, unica soluzione è fine dell’occupazione militare”

L’intervista di Fanpage.it a Francesca Albanese, relatrice Speciale Onu sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi: “L’occupazione militare israeliana che va avanti da 56 anni, che è apartheid di default, ha creato condizioni oppressive per i palestinesi. L’unica via d’uscita è pertanto che si ponga fine all’occupazione militare”.
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Intervista a Francesca Albanese
Relatrice Speciale Onu sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi.
A cura di Ida Artiaco
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Conflitto Israelo-Palestinese

"La situazione nel territorio palestinese occupato era già gravissima prima del 7 ottobre. L'occupazione militare israeliana che va avanti da 56 anni, e che è apartheid di default, ha creato condizioni oppressive per i palestinesi. L'unica via d'uscita è pertanto che si ponga fine all'occupazione militare. Per questo, serve una operazione di peacekeeping che venga inviata nel territorio occupato e faccia da buffer tra israeliani e palestinesi. Al momento, la crisi in corso è una vera sconfitta anche per le Nazioni Unite".

Sono queste le parole di Francesca Albanese, relatrice Speciale Onu sulla situazione dei diritti umani nel Territorio Palestinese occupato, che a Fanpage.it ha fatto il punto della situazione della guerra in corso in Medioriente tra Hamas e Israele, sulle possibili vie d'uscita e sulle responsabilità della Comunità internazionale.

Francesca Albanese (Screen).
Francesca Albanese (Screen).

Dottoressa Albanese, partiamo dall’attualità. Secondo lei su che basi può reggere una nuova eventuale tregua e quante possibilità ci sono per un cessate il fuoco che non sia temporaneo?

"La tregua dei giorni scorsi si è basata sul rilascio degli ostaggi. Quanto poi questo si possa estendere non lo sappiamo, come abbiamo visto nelle ultime ore sono ripresi i combattimenti. Israele ha mobilitato l'esercito per occupare Gaza e lo sta ancora facendo.

Non mi sembra che le condizioni lascino immaginare una fine delle ostilità, che è la speranza di tutti noi, perché ormai la popolazione è allo stremo. Non sta morendo solo sotto le bombe, anche le malattie si stanno moltiplicando, come ha confermato l'OMS, e si rischia di vedere lo stesso numero di vittime causato dai raid anche perché non ci sono strutture sanitarie in grado di curarle".

Il modo in cui si stanno svolgendo le trattative degli ultimi giorni chi indebolisce e chi rafforza non solo tra Israele e Hamas ma anche tra gli attori che svolgono un ruolo di mediazione?

"Io credo che in guerra non ci sia mai nessun vincente, soprattutto alla luce di tutte le morti che ci sono state e della devastazione in corso. È un momento drammatico tanto per gli israeliani quanto per i palestinesi. È pur vero che le vittime palestinesi hanno raggiunto un livello senza precedenti non solo in questo conflitto ma anche facendo paralleli con gli altri conflitti degli ultimi tempi in rapporto alla popolazione. Le cifre sono catastrofiche. Quasi 20mila persone sono morte in 50 giorni, seimila bambini ammazzati in bombardamenti e tremila persone mancanti all'appello, forse decedute sotto le macerie.

La vera sconfitta è però sicuramente quella registrata dalle Nazioni Unite. Questo è un fallimento della comunità internazionale tutta, che non è stata capace di guidare israeliani e palestinesi alla pace perché non si è fatta attenzione alle istanze minime dei secondi, al bisogno di realizzarne i diritti da decenni. L'impunità protrattasi nel tempo ha generato questa situazione che già prima del 7 ottobre era difficile da sanare senza un intervento massiccio della comunità internazionale con misure concrete politiche, diplomatiche ed economiche".

Lei ha scritto in un articolo ed anche nel suo ultimo libro dal titolo J'Accuse che l’inferno di oggi non può oscurare la violenza degli ultimi decenni. Cosa intende dire?

"La situazione nel territorio palestinese occupato era già gravissima prima del 7 ottobre. Basti pensare che nei 16 mesi precedenti ho riportato in qualità di relatrice ONU la morte di 60 israeliani e 460 palestinesi. La violenza di soldati e coloni armati israeliani è stata forte ed è passata quasi in sordina nel mondo occidentale perché purtroppo si parla di Palestina solo in occasioni sporadiche.

Quindi, la situazione era già di una violenza marcata e strutturale legata anche al fatto che quest'anno ci sono state incursioni violente sia da parte dell'esercito, come a luglio con le bombe su Jenin, sia da parte dei coloni estremisti in luoghi sacri per la popolazione araba, cristiana e musulmana. Ci sono state anche continue provocazioni.

L'occupazione militare israeliana, che va avanti da 56 anni, e che è apartheid di default, ha creato condizioni oppressive per i palestinesi. E questo lo dico senza giustificare alcun crimine che i palestinesi possono commettere ai danni degli israeliani ma la condizione non è quella di uno scontro paritario tra le forze in campo: c'è da un lato una potenza occupante che opprime un popolo da 56 anni e dall'altro un popolo oppresso che resiste nei modi e coi mezzi che trova e che non sono sempre né pacifici né legali. Ma c'è soprattutto tanta resistenza palestinese non violenta e di questo non si parla mai".

Lei ha anche più volte parlato di occupazione illegale ai danni del popolo palestinese da parte di Tel Aviv. Ma proprio rispetto a questa occupazione illegale Israele si sta muovendo in senso opposto con l’ulteriore finanziamento delle colonie. Che segnale è questo?

"Io vedo che Israele si sta muovendo nello stesso senso di sempre perché mantiene da 56 anni una occupazione che gli ha permesso di colonizzare gran parte del territorio palestinese occupato, prevalentemente Gerusalemme e Cisgiordania. La costruzione delle colonie nel territorio occupato è un crimine, è una violazione grave del diritto internazionale. Questa situazione si è tollerata dal 1967, anche durante gli anni che si dicevano essere del processo di pace. Israele non ha mai smesso di ampliare le colonie (ce ne sono ormai 300) e lo sta facendo anche adesso mentre bombarda Gaza, ma anche i campi rifugiati di Balata e Jenin, dove non c'è il braccio armato di Hamas.

Si è continuata per altro l'uccisione di palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme Est dove sono state ammazzate 220 persone tra cui molti bambini. Per questo ripeto che serve una operazione di peacekeeping che venga inviata nel territorio occupato, che faccia da buffer tra israeliani e palestinesi e accompagni la de-militarizzazione del territorio palestinese occupato neutralizzando le minacce di Hamas e ritirando le truppe israeliane.

A fronte di tutto questo, lascia sgomenti l'inazione della comunità internazionale, che ha avuto una reazione molto tiepida davanti a tutto quello che sta succedendo".

Si sente spesso parlare di due popoli e due stati per la risoluzione del conflitto al punto che è quasi diventato uno slogan vuoto che ha perso di significato. Lei vede una via d’uscita? Se sì, quale è la più ipotizzabile al momento?

"L'unica via d'uscita è che si ponga fine all'occupazione militare. Sia con i due stati che con altre soluzioni, Israele non può continuare a opprimere e privare dei propri diritti il popolo palestinese. Ciò che è necessario fare nell'immediato è garantire l'estensione del cessate il fuoco che permetta la liberazione di tutti gli ostaggi ma anche dei palestinesi detenuti arbitrariamente".

Abbiamo parlato di ONU, ma come giudica il ruolo del mondo arabo nella crisi mediorientale?

"Il Medioriente di oggi non è quello di 20 o 30 anni fa, molti stati arabi hanno vissuto momenti tragici negli ultimi decenni. La regione è molto indebolita, c'è uno scollamento tra popolo e governanti. Potrebbe fare molto di più, ma non lo fa e c'è predominanza dei paesi occidentali, a loro volta spaccati. Stanno emergendo voci di Stati come Irlanda, Spagna, Francia e Belgio che propongono misure concrete per il rispetto del diritto internazionale, ma per il resto si tende a seguire la posizioni americane chiaramente a favore di Israele quando dovrebbe emergere un atteggiamento pacificatore".

Secondo lei, come sono stati analizzati nel dibattito pubblico italiano i temi della Palestina e della crisi a Gaza? Come sono stati recepiti dall’opinione pubblica, anche sulla base della sua esperienza diretta? Ci sono differenze con altri contesti?

"Si certo. I media mainstream in Italia non sono accurati e tendono a omettere dati importanti e di contesto. Si tende a concentrasi sulla questione israelo-palestinese solo in determinati momenti, spesso ricorrendo a una terminologia parziale. Quello che vedo in Italia è un accanimento contro la verità fattuale. Io svolgo un ruolo terzo, rispettato negli altri Paesi, da governi e media.

Invece nei dibattiti italiani mi sono spesso trovata in situazioni dove le informazioni offerte erano talmente incorrette e andavano riprese a beneficio degli ascoltatori. Ma nel momento in cui dovevo correggere quello che dicevano gli altri, sono stata travolta dalla discussione. Trovo in genere il dibattito in Italia molto violento. Preferisco parlare attraverso i libri come ho fatto con J'accuse".

La sua figura ha catalizzato critiche rispetto al suo ruolo, abbiamo visto che in particolare UN Watch l’ha accusata di conflitto di interessi. Che risposta si sente di dare?

"Il mio mandato è quello di monitorare la violazione del diritto internazionale nel territorio palestinese occupato da Israele da oltre mezzo secolo. È chiaro che la mia voce sia di critica rispetto a ciò che Israele fa ma non mi sono mai limitata a scrutinare le pratiche di Israele. Nei vari rapporti che ho scritto ho parlato anche delle violazioni delle autorità palestinesi.

Però il discorso è che quello che UN Watch fa è quello che in inglese si chiama character assassination, mirano cioè a distruggere la persona in modo da renderla voce controversa e poco credibile, ma lo fanno dicendo fandonie. Per quanto riguarda me, non c'è nulla di vero in quello che sostengono, dal fatto che per esempio io abbia detto che gli israeliani sono dei nazisti. Mai detto e mai pensato come ho già chiarito in una intervista lo scorso anno.

Dicono che non ho svelato un conflitto di interessi e che mio marito era pagato dall'Autorità Palestinese. Anche questo è falso: quando vivevamo in Palestina, come molti internazionali nel territorio occupato palestinese, mio marito ha lavorato con le Nazioni Unite e da bravo economista quale è ha fatto assistenza tecnica all'Autorità Palestinese mandato dall'Onu.

Di recente, Un Watch ha montato una storia per cui io sarei stata pagata da una presunta "lobby palestinese"… Non esiste alcuna lobby e il viaggio è stato pagato dalle Nazioni Unite col budget che non posso utilizzare per andare in Palestina. Vede, diffondono fandonie che altri non si premurano di verificare e purtroppo nel mondo superficiale dell'informazione io divento la figura controversa".

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