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Conflitto Israelo-Palestinese

Cosa aspettarsi dai negoziati per una tregua tra Israele e Hamas e qual è il ruolo di USA, Egitto e Qatar

Giuseppe Dentice (CESI): “Anche nel caso si dovesse raggiungere un’intesa per un cessate il fuoco non aspettiamoci un cambio di scenario decisivo. Israele ha già annunciato un massiccio attacco a Rafah entro il 10 marzo, giorno di inizio del ramadan”.
Intervista a Giuseppe Dentice
Analista specializzato in Medio Oriente e Nord Africa del CESI (Centro Studi Internazionali) nonché dottore di ricerca in “Istituzioni e Politiche” presso la Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
A cura di Davide Falcioni
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Il premier Netanyahu
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I negoziati per un nuovo cessate il fuoco nella Striscia di Gaza stanno proseguendo, e dopo numerosi fallimenti il raggiungimento di un'intesa tra le parti sarebbe questa volta possibile. Il condizionale è d'obbligo, tuttavia gli Stati Uniti – dopo aver mediato i colloqui a Parigi con le delegazioni di Israele, Egitto e Qatar – hanno affermato che è stato raggiunto un "terreno comune" su cui proseguire.

A confermare l'ipotesi è stato anche il primo ministro Benyamin Netanyahu in un'intervista alla rete Usa Cbs. "Stiamo lavorando su un accordo per gli ostaggi. Voglio arrivare a un'intesa e apprezzo gli sforzi degli USA. Non so se la raggiungeremo, ma se Hamas riducesse le sue richieste deliranti per tornare alla realtà, allora un accordo ci potrebbe essere". Secondo una fonte israeliana, citata da Haaretz, Netanyahu ha chiesto di trasferire in Qatar i prigionieri palestinesi di spicco dopo lo scambio con gli ostaggi. Una richiesta, ha precisato la fonte, avanzata dopo che Stati Uniti, Qatar ed Egitto avevano presentato la loro proposta e che quindi ha complicato ulteriormente le trattative.

Nel frattempo, mentre i dialoghi proseguono, l'esercito israeliano ha presentato un presunto piano per l'evacuazione della popolazione civile dalle "zone di combattimento" della Striscia di Gaza. L'annuncio precede l'attesa offensiva a Rafah, l'affollata cittadina nel sud del territorio palestinese che è stata presentata da Netanyahu come "l'ultimo bastione" del movimento islamista Hamas.

"Le parole di Netanyahu – ha detto alla Reuters il portavoce della fazione islamica Sami Abu Zuhri – dimostrano che non è preoccupato dal raggiungere un accordo" sugli ostaggi, ma vuole "proseguire le trattative sotto i bombardamenti e il bagno di sangue" dei palestinesi. L'avvicinarsi del mese di Ramadan ha spinto Re Abdallah di Giordania a denunciare, in un incontro ad Amman con il presidente palestinese Abu Mazen, che la continuazione della guerra a Gaza durante quel mese potrà comportare "un'espansione del conflitto". Fanpage.it ha fatto il punto della situazione con il professor Giuseppe Dentice, analista specializzato in Medio Oriente e Nord Africa del CESI (Centro Studi Internazionali) nonché dottore di ricerca in “Istituzioni e Politiche” presso la Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Giuseppe Dentice
Giuseppe Dentice

Dopo quasi cinque mesi è possibile tracciare un bilancio militare e politico della guerra a Gaza?

Un bilancio può essere senza dubbio tracciato, ma non sappiamo se questo determinerà effettivamente un cambio di passo. Dal punto di vista diplomatico, infatti, abbiamo già visto in passato gli attori coinvolti annunciare possibili svolte e accordi che, tuttavia, non hanno mai portato a nulla di concreto. Le dichiarazioni inerenti una tregua sono state costantemente smentite dai fatti: Israele non solo sta proseguendo la sua offensiva su Gaza, ma per stessa ammissione di Netanyahu lancerà un massiccio attacco a Rafah entro il 10 marzo, giorno di inizio del ramadan, allo scopo probabilmente di sfruttare la debolezza dei soggetti coinvolti nel mese sacro dell'Islam. Questo attacco dovrebbe essere lanciato a prescindere dal raggiungimento di un accordo di tregua sulla liberazione degli ostaggi. Insomma, anche nel caso si dovesse raggiungere un'intesa per un cessate il fuoco non aspettiamoci un cambio di scenario decisivo. Come se non bastasse va ricordato che l'obiettivo israeliano non si limita alla Striscia di Gaza ma, come dichiarato ancora una volta da Netanyahu in svariate occasioni, punta anche al Libano. Il primo ministro ha infatti detto che gli attacchi contro Hezbollah non termineranno.

Questi attacchi potrebbero determinare un allargamento del fronte a nord?

No, questi attacchi dimostrano che Israele non intende concludere la guerra ma che è disposta a combattere su più fronti se si sentirà minacciata.

Un attacco a Rafah durante il ramadan potrebbe essere letto come una provocazione in ottica araba e musulmana?

Sicuramente. Però la guerra ha dinamiche tutte sue e raramente rispetta tradizioni o convinzioni religiose degli attori coinvolti. Anche alla luce del grande numero di morti non c'è ragione di credere che Israele voglia concedere respiro a Gaza durante il periodo del ramadan, a meno che non ci sia una forte pressione internazionale. Tuttavia quelle stesse pressioni finora non sono state in grado di imporre alcunché. Le operazioni militari israeliane andranno avanti finché Tel Aviv non deciderà che dovranno esaurirsi. E questa decisione non sembra imminente.

Chi trarrebbe più benefici da un cessate il fuoco in questa fase?

Da una tregua in questa fase trarrebbero vantaggio entrambe le parti, in particolare Hamas, costretta a sobbarcarsi gli sforzi maggiori dal momento che deve contenere l'offensiva israeliana e contemporaneamente tentare di ricostituire le sue fila, compito tutt'altro che semplice nel mezzo di una guerra come quella condotta da Tel Aviv. Allo stesso tempo anche Israele ha bisogno di una pausa: le linee di approvvigionamento infatti non sono infinite e le risorse umane impiegate nei combattimenti sono anche la spina dorsale dell'economia del Paese.

Qual è il ruolo di USA, Egitto e Qatar nella complessa trattativa per un cessate il fuoco?

USA, Egitto e Qatar sono attori fondamentali all'interno del piano diplomatico e in più occasioni hanno mostrato la loro intraprendenza. Tuttavia non sono tutti allo stesso livello e mostrano fragilità e forze differenti. A cominciare dall'Egitto che pur essendo un attore storico e in grado di influenzare le dinamiche relative al compassato piano israelo-palestinese oggi vive una situazione di difficoltà interna che lo rende meno impattante del passato. Di questa situazione si è avvantaggiato il Qatar che, a dispetto delle sue dimensioni geografiche ridotte, è riuscito a proporsi come un soggetto fondamentale della scena diplomatica regionale e internazionale. Proprio grazie a questo suo tratto gli USA hanno affidato a loro (e all'Egitto) il grosso della mediazione, che però Washington segue con interesse nel tentativo di bilanciare anche gli interessi di sicurezza israeliani, nonché quelli della Casa Bianca nella regione. Tuttavia il 2024 è un anno elettorale e negli USA le guerre non sono mai un grande biglietto da visita per le amministrazioni uscenti. Washington dovrà quindi guardare alle mediazioni pensando anche a non farsi coinvolgere nelle dinamiche militari della regione pena appunto uno scotto elettorale da pagare molto caro per Biden. Una situazione, quindi, che potrebbe avvantaggiare Trump, con tutto il carico di incertezze e ambiguità che la sua azione ha già portato durante il mandato 2017-2021 in Medio Oriente.

Crede che Netanyahu stia proseguendo con la linea della massima durezza perché ostaggio delle componenti più estremiste del suo governo?

È difficile dare una risposta univoca. Se guardassimo alle proteste di piazza in Israele potremmo essere indotti a credere che una maggioranza della popolazione israeliana disapprova questa guerra. In realtà quelle persone non stanno protestando per il conflitto in sé, né per lo straordinario numero di vittime civili, ma perché quella guerra non sta consentendo di liberare gli ostaggi. La maggioranza della popolazione israeliana sostiene il governo Netanyahu nella sua operazione a Gaza, e le uniche critiche riguardano la questione degli ostaggi e il futuro della Striscia, su cui non c'è abbastanza chiarezza. Insomma, credo che il governo non sia ostaggio di nessuno.

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Qual è il piano di Netanyahu per il post guerra?

Ho avuto modo di leggere i documenti fatti trapelare dal suo esecutivo. Il piano del primo ministro si può sostanzialmente dividere in due parti: nel breve e medio periodo si sostiene che Hamas deve essere distrutta e che Israele deve occuparsi della sicurezza dei confini, inclusi i valichi e compreso quello di Rafah finora controllato dall'Egitto. Nel lungo periodo i piani israeliani per Gaza sono ancora meno chiari: non si capisce chi ricostruirà la Striscia, chi la dovrà occupare, in che termini e in che modi, né se ci saranno colonie ebraiche o se i gazawi fuggiti potranno rientrare. Nel documento si parla di funzionari locali che dovranno gestire la parte amministrativa. Ma chi saranno? Verranno coinvolti altri attori arabi? E che ruolo svolgeranno? Insomma, le domande sul futuro di Gaza sono ancora molte più delle risposte. E anche questa ambiguità è sicuramente non casuale, ma figlia di un disegno politico di Netanyahu.

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