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Guerra in Ucraina

“Con le esercitazioni nucleari Putin vuole minacciare l’Occidente”: l’analisi dell’esperto

L’intervista di Fanpage.it all’esperto di atomiche e strategia militare William Alberque: l’esercitazione a ridosso del confine ucraino è “una cosa mai vista prima”. “Quella che Mosca sta mettendo in pratica è pura coercizione nucleare”, spiega.
A cura di Riccardo Amati
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Altro che una giustificabile risposta alle spericolate uscite di Macron: l’esercitazione delle forze nucleari russe con le loro armi tattiche dimostra che Vladimir Putin ha accolto — speriamo solo in parte — gli argomenti del politologo Sergei Karaganov, che un anno fa proponeva un attacco nucleare preventivo contro l’Europa. Ne è convinto uno dei maggiori esperti mondiali di controllo degli armamenti e riduzione del rischio nucleare, William Alberque: “Quella che Mosca sta mettendo in pratica è pura coercizione nucleare”, spiega.

L’esercitazione a ridosso del confine ucraino, sbandierata come reazione alle dichiarazioni di alcuni leader occidentali sulla possibilità di inviare truppe a sostegno di Kyiv, è “una cosa mai vista prima”. E costituisce una ulteriore involuzione bellicista del regime di Putin, sostiene Alberque. Tutta colpa di Karaganov.

Sergei Karaganov è accademico della un tempo prestigiosa Alta scuola di economia e capo del Consiglio per la politica estera e difesa, istituto fondato dalla famosa spia della guerra fredda Vitaly Shlykov. Il professore moscovita teorizza il raggiungimento della leadership globale da parte della Russia tramite l’uso della forza e l’integrazione economica con la Cina. Dice di non augurarsi Armageddon ma che il dovere morale di Mosca è di intensificare la deterrenza e reinserire nel sistema internazionale la paura dell’atomica. Il tutto in senso anti occidentale.

Alberque sostiene che i suoi consigli siano sempre più ascoltati da Putin. Ma ritiene “improbabile” che il presidente russo metta davvero in pratica le sue minacce. Specialmente ora che c’è un vantaggio sui fronti ucraini, al Cremlino si vorranno massimizzare gli utili ed evitare tali azzardi e le risposte che comporterebbero.

A lungo direttore del Centro Nato per il controllo degli armamenti, il disarmo e la non proliferazione, William Alberque ha poi diretto il dipartimento di Strategia e Controllo degli armamenti dell’Istituto internazionale per gli studi strategici (IISS). Lo abbiamo raggiunto al telefono.

William Alberque
William Alberque

Dottor Alberque, che differenza c’è tra questa esercitazione e altre che la Russia ha fatto in passato?

Che è stata fortemente pubblicizzata. È molto insolito che Mosca annunci manovre nucleari tattiche. L’ultima volta che lo ha fatto, per quanto mi ricordo, risale al 1999. Quando informarono in anticipo gli Stati Uniti che avrebbero abbinato all’esercitazione annuale delle loro armi nucleari strategiche denominata Grom un’esercitazione di armamenti tattici. C’era un accordo secondo cui Mosca e Washington erano tenute a scambiarsi informazioni di questo tipo. Ma la differenza non è solo nell’inconsueto annuncio: nel comunicato del 6 maggio scorso il ministero della Difesa russo spiega che l’operazione è in risposta a dichiarazioni di leader stranieri. E questo è davvero inusitato.

Il riferimento era alle dichiarazioni del presidente francese, Emmanuel Macron e di altri leader occidentali sul possibile invio di truppe in Ucraina…

Un’esercitazione nucleare tattica in risposta a un capo di Stato è qualcosa di davvero sconcertante. Una cosa del genere non si era mai vista.

Si tratta semplicemente di un messaggio troppo esplicito? O è una vera e propria minaccia?

È coercizione nucleare, pura e semplice. Forse ricorderete che il politologo Sergei Karaganov nel giugno 2023 ha avviato un ampio dibattito nel mondo dei think tank russi su come meglio imporre la propria volontà all’Occidente.

Cosa sosteneva Karaganov in quegli articoli di un anno fa?

Sosteneva la necessità di un alto livello di coercizione, appunto. Arrivando a raccomandare attacchi nucleari preventivi, oltre al ritiro immediato della Russia dal trattato Ctbt (Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty: è l’accordo internazionale che proibisce i test di armi nucleari. Mosca ha ritirato la sua ratifica nel novembre 2023. Stati Uniti, Cina, Iran, Israele ed Egitto lo hanno firmato ma non ratificato. Corea del Nord, India, Pakistan non l’hanno mai firmato, ndr).

Qual è la logica di questa “teoria della coercizione”?

Quella di minacciare l’Occidente nel modo più efficace per il raggiungimento degli obiettivi del Cremlino. E il modo più efficace è la coercizione nucleare. Tra i politologi, gli accademici e gli intellettuali russi si è discusso molto della credibilità di Sergei Karaganov e della validità dei suoi argomenti.

E meno male…

Ma di certo Putin Karaganov lo ha ascoltato con attenzione. Tanto che nell’ottobre scorso, al meeting annuale del Valdai Discussion Club (la cosiddetta “Davos russa”, il maggior forum economico e politico del regime, ndr) ha invitato Karaganov sul palco invitandolo a parlare proprio della coercizione nucleare. E il presidente ne ha sposato i concetti. “Penso che sia un'ottima cosa”, ha detto in sostanza (in quell’occasione Putin magnificò le sorti degli armamenti nucleari russi citando i super-missili Burestvnik e Sarmat, ndr).

Secondo lei Karaganov ha convinto Putin?

Certamente Karaganov ha avuto la meglio nel dibattito che ha scatenato. E la Russia sta tentando di utilizzare la coercizione nucleare in modo più diretto di quanto si sia mai visto in passato.

Quindi con questa esercitazione il Cremlino sta testando la validità delle teorie di Karaganov, insieme alla risolutezza dell’Occidente?

La Russia vuole che l’Occidente smetta di sostenere l’Ucraina. E scongiurare intanto la possibilità di un coinvolgimento diretto esplicitata da Macron. Perché Putin ha una paura maledetta che l'Occidente possa entrare direttamente nel conflitto. Vuole scoraggiare qualsiasi potenziale coinvolgimento diretto di forze Nato.

Karaganov sostiene che noi occidentali siamo dei mollaccioni che non risponderebbero a attacchi nucleari preventivi della Russia. Ma Putin vorrà davvero — se l’Occidente non si piega — mettere in pratica le minacce e utilizzare le sue atomiche? Quanto è probabile l’utilizzo di ordigni tattici sui campi di battaglia ucraini?

La probabilità è molto bassa. Le dichiarazioni del presidente cinese Xi Jinping secondo cui le armi nucleari in questo conflitto non devono essere usate hanno certamente avuto un effetto su Putin. Così come l’analoga presa di posizione del presidente indiano Modi.

Putin rischierebbe di trovarsi contro anche il Sud globale, insomma. Ma come risponderebbe la Nato se davvero la Russia usasse — magari a scopo dimostrativo, su unarea disabitata — l’arma proibita?

La risposta non sarebbe nucleare. Sarebbe eventualmente convenzionale.

Si avvererebbe l’incubo di Putin di avere la Nato in guerra contro la Russia.

Infatti.

Diceva che la posizione cinese sul nucleare ha un effetto sul presidente russo. Ma è davvero così influente Xi Jinping sul suo collega del Cremlino? Ha una specie di diritto di veto?

Sì, assolutamente. A causa delle relazioni commerciali, a causa della necessità per la Russia di avere alleati, dell’importante ruolo svolto dalla Cina nel sostenere l’industria della difesa di Mosca.

La Cina e la Russia collaborano ormai su tutto o quasi. L’abbraccio riguarda anche le armi nucleari, al di là della posizione cinese contro il loro eventuale utilizzo in Ucraina?

La Cina vede la Russia come una potenza in declino e cerca di sfruttarla. Tra i due Paesi è da tempo in atto una collaborazione sul nucleare. Per mettere il turbo alla capacità di creare plutonio per le testate dei suoi missili, Xi ha bisogno dell’uranio arricchito che importa dal Paese di Putin. Forse è  anche per far vedere quanto è profonda la cooperazione in questo campo che i due presidenti la settimana scorsa hanno visitato insieme i laboratori dell’Istituto di tecnologia di Harbin (dove secondo il Wall Street Journal vengono formati specialisti di armamenti nucleari, ndr).

Ma in realtà è la Cina il grande fratello. Che ora sfrutta una Russia considerata decadente per scavalcarla in termini di capacità nucleare (Secondo i dati della Arms Control Association, Mosca nel 2023 aveva oltre 5800 testate, alcune delle quali obsolete e in via di smantellamento; Pechino ne aveva “solo” 410 ma l’arsenale è in rapida crescita, ndr).

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