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Su Jeffrey Epstein proliferano le teorie cospirazioniste. Ed è curioso come due tra le principali riguardino la sua morte, in modo contrapposto. Una suggerisce che il suo suicidio sia stato inscenato, che in realtà Epstein non si sia tolto la vita, ma sia stato fatto fuori dalla potentissima élite che abusava delle ragazzine procacciate dal finanziere, per metterlo a tacere. L’altra teoria del complotto dice che in realtà non sia morto affatto. Che sia vivo, da qualche parte, a condurre una vita patinata oppure a giocare a Fortnite sulla PlayStation blindato nella sua isola privata, oppure nel suo ranch in New Mexico.

Potrebbe sembrare un dualismo paradossale, ma questa ambivalenza diventa normale e intrinseca quando si parla di Epstein files. Perché lo stesso modo in cui sono stati pubblicati milioni di documenti – tra mail, ricevute, foto – da un lato potrebbe sembrare (e così è stato rivendicato) un’operazione di trasparenza, ma dall’altro crea terreno fertile per teorie del complotto e fantasie cospirazioniste. Informazioni parziali, senza contesto, dettagli oscurati, una valanga di files pubblicati all’unisono: è estremamente complesso navigare nella libreria del Dipartimento di Giustizia statunitense, forse impossibile.  E in questo torbidume vale qualsiasi cosa, ogni racconto diventa reale, ogni storia può sembrare veritiera.

Tutte le teorie del complotto sul caso Epstein

Le teorie del complotto generate dal caso Epstein sono tante. Alcune le abbiamo sentite per la prima volta in questi anni, altre hanno le loro radici in narrazioni note. Come quelle che legano il finanziere al Pizzagate, la teoria cospirazionista che vuole mezza élite Democratica legata ad una setta di satanisti pedofili. Ma da quando sono stati pubblicati i files, alle leggende metropolitane classiche si sono aggiunte nuove storie. Epstein cannibale, che si nutriva di bambini insieme ai suoi seguaci. Epstein agente del Mossad. Epstein morto assassinato. Epstein vivo e vegeto.

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Alcune sono figlie del più puro populismo complottista. Altre sono verosimili, si basano su elementi reali di questa vicenda, colmano le lacune con spiegazioni plausibili. È diventato difficile distinguere il vero dal falso – la linea spesso è molto sottile – e questa complessità diventa concime per la disinformazione, per una confusione strumentale a fini più o meno politici. Ma soprattutto per una confusione che offusca, che distoglie l’attenzione dal punto centrale di tutta questa storia. Le vittime di Epstein e della sua rete.

Donne in carne ed ossa, che all’epoca erano giovanissime, alcune bambine. E che dovranno convivere con un trauma perpetuo, dopo essere state screditate,  non credute per anni. Decenni. Senza avere la possibilità di catarsi in un’aula di tribunale. Senza poter ricevere fino in fondo giustizia. Ecco a cosa serve davvero questa nebbia di complotti e congiure. Perché restituire alle vittime la piena dignità delle loro storie vorrebbe dire svelare fino in fondo quell’élite di cui si circondava Epstein, raccontare come si autoproteggeva nell’abuso, come usava i corpi come merce di scambio per negoziare favori nel mondo della politica, dell’alta finanza, della tecnologia e dell’accademia.

Le tesi cospirazioniste che fanno comodo al potere

Per un certo tipo di potere è più comodo lasciare che l’attenzione si concentri, ad esempio,  sulla miriade di video deepfake di Jeffrey Epstein, presunti avvistamenti del finanziere pedofilo, a Tel Aviv o in qualche altro angolo di  mondo. Eserciti di tiktoker e youtuber giurano che quei frame – alcuni dei quali creati con l’intelligenza artificiale in modo piuttosto palese – siano la prova di come Epstein sia vivo e stia conducendo una sorta di vita parallela, protetto da un passaporto falso e un alterego degno da film.

Dal 2019, da quello che le autorità hanno classificato come un suicidio in carcere, non solo si è alimentato terreno fertile alle teorie del complotto, ma è stato creato un vero e proprio meme complottista. La famigerata frase “Epstein didn’t kill himself” è diventata un meme, un’affermazione virale nella modernità algoritmica dei social”, spiega Leonardo Bianchi, giornalista e scrittore, autore della newsletter “Complotti”. Per poi puntualizzare come questa versione della realtà non sia in realtà in contrasto con quella per cui Epstein sarebbe stato ucciso: la matrice in fondo è la stessa, quella di un grande inganno.

Le tesi cospirazioniste su Epstein spesso si inseriscono in movimenti complottisti più ampi, a partire appunto dal famigerato Pizzagate e poi a QAnon: “Questa vicenda è stata inglobata nell’architrave narrativa di entrambe le teorie, basate sulla suggestione per cui il governo degli Stati Uniti fosse controllato da pedofili che commettevano rituali satanisti in cui abusavano su minori, facendola sostanzialmente franca. Di fatto non si è nemmeno troppo distanti dalla realtà del caso Epstein, che è comunque un caso di impunità di classe e di abusi sistematici all’interno di un dominio patriarcale”, dice Bianchi. “Le teorie del complotto, come sempre, si originano da nuclei di verità. È la loro verosimiglianza a renderle di successo”, aggiunge.

La base Maga e il plot-twist 

Quando racconti e narrazioni di un certo tipo vengono spinti in modo intenzionale e mirato come accaduto anche nel caso Epstein, principalmente dalla base Maga di Donald Trump – è sempre per un motivo preciso. Spesso l’obiettivo sono i propri nemici. Inizialmente la destra populista statunitense usava le teorie cospirazioniste più macabre e violente per attaccare i Democratici, sfruttando la vicinanza e l’associazione del finanziere pedofilo con Bill Clinton. “Per le teorie del complotto legate al Pizzagate e QAnon a colludere con Epstein erano principalmente i Democratici e c’è chiaramente un elemento di realtà in questo. Clinton aveva notoriamente rapporti con Epstein. Che comunque era perfettamente inserito in un sistema di relazioni di potere che comprendevano volti noti del mondo liberal e progressista. Nel Regno Unito c’è Peter Mandleson, c’è il caso (per molti doloroso) di Noam Chomsky che addirittura consigliava Epstein su come deflettere le voci sulle molestie, dicendo che le donne sono isteriche. Al centro di tutte queste teorie, che partono appunto da elementi reali, c’è l’idolatria di Trump. La convinzione che solo Trump possa sconfiggere i satanisti. Cosa che ovviamente va in dissonanza cognitiva con il fatto che Trump fosse un amico di Epstein”, racconta Bianchi.

L’amicizia tra i due, almeno negli anni Novanta, è cosa comprovata. Trump non ha mai negato che si conoscessero e che avessero frequentazioni e ambienti in comune per un certo periodo, però ha sempre detto di aver tagliato i rapporti ad una certa perché non approvava i comportamenti e i modi di fare di Epstein. Per un certo periodo i complottisi si sono accontentati di questa versione. Anzi, si sono adeguati. Hanno creato ancora più congetture, ad esempio quella per cui Trump fosse un informatore dell’FBI e frequentasse Epstein esclusivamente con lo scopo di ingannarlo. Poi però le cose sono cambiate.

Quando, una volta tornato alla Casa Bianca, Trump non ha fatto pubblicare subito gli Epstein files (come prometteva in campagna elettorale) anche i MAGA hanno cominciato a insospettirsi. Si sono chiesti cosa stesse nascondendo il presidente. E hanno cominciato a puntare il dito contro di lui, a rivoltarsi contro quello che fino a un secondo prima consideravano il deus ex machina del mondo. “La cosa interessante è che Trump ha ampiamente sfruttato a suo vantaggio le teorie del complotto su Epstein, ma poi queste gli si sono ritorte contro quando, di colpo, Trump ha cominciato a dire che non esisteva alcuna Epstein List, facendo piazza pulita di quasi dieci anni di cospirazionismo. Trump ha cominciato a parlare di bufale, diceva che bisognava andare avanti, ha cambiato completamente narrazione. Parte della sua base Maga ha cominciato a ribellarsi pubblicamente a lui, per la prima volta. Diversi youtuber e influencer, da Tucker Carlson a Nick Fuentes, sono andati apertamente contro di lui”, spiega Bianchi, sottolineando che tutto questo ha anche portato a una spaccatura all’interno del partito Repubblicano. Figure come quella della deputata ultra-trumpiana Marjorie Taylor Greene ha apertamente rotto con il presidente, accusandolo di essere implicato negli Epstein files.

Con la pubblicazione dei files la rete di Epstein ha iniziato ad assumere un aspetto molto più sfaccettato ed esteso. E la narrazione, di conseguenza, è cambiata. Non erano solo i Democratici e gli ambienti progressisti ad avere legami con il finanziere pedofilo: il mondo MAGA c’era dentro fino al collo. Basti pensare alle numerose mail scambiate con Steve Bannon, in cui i due discutevano di come influenzare la politica europea, favorendo l’ascesa delle forza sovraniste, tra cui anche la Lega di Matteo Salvini. Basti pensare alle connessioni di Epstein con il mondo delle big tech, oggi totalmente prostrato a Trump: nei files ci sono Peter Thiel, Elon Musk e tanti altri. Figure con le quali Epstein scambiava idee di supremazia razziale, eugenetica, criptovalute.

Leggendo i files, c’è davvero tantissimo di cui parlare, anche senza dover scadere nelle suggestioni sul cannibalismo, sui bambini squartati affinché una élite di satanisti ne possa mangiare gli intestini. Abbiamo letto cose altrettanto truculente e macabre”, racconta Bianchi.

Una impossibile verità condivisa

Difficilmente, sul caso Epstein, si arriverà ad una verità condivisa. Nonostante – ed è doveroso precisarlo e riportare l’attenzione su questo aspetto – un racconto comune già esiste. Ed è quello delle vittime. Che raccontano, con tutte le specificità e le differenze di ogni singolo caso, una stessa storia di abusi e traffici sessuali. “Anche se dovessero pubblicare ciò che rimane dei files, e parliamo di altri milioni di documenti, difficilmente alla fine ci sarà una pistola fumante. Perché in tutti questi documenti, pubblicati senza contesto, senza filtri, pieni di omissioni (non si sa bene se per coprire qualcuno o per frutto di negligenze) si alimenteranno sempre le speculazioni sul fantasma di Epstein. E questa impossibilità di arrivare a una realtà condivisa, se ci pensiamo, è anche frutto di come è strutturata la società contemporanea, con una polarizzazione del quadro politico e il funzionamento stesso del nostro ecosistema informativo. C’è una stratificazione di miti, di leggende dell’odio vecchissime e di rimandi ad altre tesi cospirazioniste. È una sorta di paradiso delle teorie del complotto. Non riguarda solo il mondo Maga. Anche tra influencer e creator di orientamento liberal (non il partito Democratico, e questa è una grossa differenza con i Repubblicani) ci si è lasciati andare al complottismo più sfrenato, evocando i dettagli più macabri e scabrosi per addossare a Trump tutto il male del mondo”, sottolinea Bianchi.

Come da copione, quando hanno cominciato ad aumentare esponenzialmente le teorie del complotto, Epstein è diventato una sorta di Satana moderno, a cui poter associare qualsiasi crimine e nefandezza. Con un duplice risultato. Da un lato una perdita di rilevanza dei crimini che sono stati realmente commessi, i decenni di abusi e traffici sessuali ai danni di ragazzine. Dall’altro, la strumentalizzazione della figura, che diventa appunto un mezzo per puntare, all’occorrenza, una luce negativa su qualsiasi persona o fatto.

I files come database di risposte per i complottisti

In un contesto di questo tipo,  gli Epstein files diventano anche un gigantesco database di risposte, di possibili soluzioni ad altre teorie cospirazioniste. In un numero dedicato al caso Epstein di MillenniuM, rivista diretta da Peter Gomez, si racconta come la foto di una botola aperta direttamente sul mare sia diventata sui social la prova inconfutabile di un filone di teorie legate a QAnon, quelle per cui alcune sette stupravano e poi sacrificavano bambini rapiti. I loro corpi, a quanto pare, sarebbero stati “smaltiti” proprio attraverso quella botola, dati in pasto agli squali in modo da non lasciare alcun indizio.

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Ma, come dicevamo all’inizio, non sono solo le vecchie teorie complottiste, i grandi classici del cospirazionismo Maga, a trovare humus fertile negli Epstein files. Non mancano le tesi sulla pandemia, che sarebbe scoppiata qualche mese dopo la morte di Epstein. Nei files c’è una mail, datata 2015 e inoltrata a Epstein, che parla di prepararsi alle pandemie.

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Non sappiamo chi l’ha scritta, né chi fosse l’effettivo destinatario. Eppure tanto è bastato per far scatenare i complottisti sui social, per far mettere in moto la macchina cospirazionista. E alla fine il risultato è sempre lo stesso: creare una teoria convincente al punto giusto per addossare alla cricca di Epstein anche la responsabilità del Covid. Una versione che, sicuramente, a qualcuno fa comodo.

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