
Per capire come un consulente finanziario di Brooklyn sia riuscito a trasformarsi nel perno di una delle più grandi operazioni di influenza geopolitica del secolo, non bisogna guardare solo alle feste sui jet privati. Bisogna guardare alle fondamenta dello Stato di Israele e a quella sottile linea rossa che separa la filantropia dallo spionaggio d'alto bordo. Jeffrey Epstein non era "solo" un predatore; era un sistema di archiviazione vivente, una "bomba nucleare", come la definiscono oggi gli ex agenti del Mossad, piazzata strategicamente nel cuore di Manhattan.
L'illusione del Filantropo: comprare l'immunità
La ragnatela inizia a tessersi molto lontano dalle aule di tribunale, nel 2006. Attraverso la sua fondazione COUQ, Epstein inizia a iniettare denaro nelle arterie pulsanti del sionismo internazionale. Le cifre, apparentemente modeste per un miliardario, sono chirurgiche: 25mila dollari ai Friends of the Israel Defense Forces (FIDF) e 15mila al Jewish National Fund (JNF). Ma in quel mondo, il denaro non si misura per il valore nominale, ma per il prestigio che acquista.
Tuttavia, come ci spiega il giornalista investigativo Sacha Biazzo (autore dell'inchiesta di Report), limitarsi a scavare negli "Epstein Files" è un errore: "Sono solo il 45% di tutti i file prodotti durante le indagini. Per capire il sistema bisogna guardare fuori dall'abisso".
Guardando "fuori" si scopre che il suo "bancomat" principale era Leslie Wexner, il patron di Victoria's Secret. Wexner non era solo un miliardario, ma il fondatore del "Mega Group", un club esclusivo di Paperoni che opera come una potentissima lobby di pressione filo-israeliana negli Stati Uniti. Presentandosi ufficialmente come l'amministratore del patrimonio di Wexner, Epstein ha potuto gestire un flusso di denaro enorme (circa un miliardo di dollari transitati tra i due) usandolo come lasciapassare. Quel denaro non serviva solo per gli investimenti, ma per accreditarsi presso i centri di potere che muovono la politica e l'economia americana, trasformando Epstein da semplice consulente a pedina fondamentale della rete d'influenza pro-Israele.
L'ingresso nel "Sacro dei Sacri": Il FIDF
Per capire la portata di questo gesto, bisogna spiegare cos'è il FIDF. Non è una semplice associazione filantropica; è l'ente che si occupa del benessere dei soldati dell'IDF (l'esercito israeliano). Donare al FIDF non significa dunque "solo" comprare attrezzature; significa entrare in un programma chiamato "Adopt-a-Brigade". Epstein, attraverso queste donazioni, acquista il diritto di "adottare" simbolicamente dei battaglioni. Tra questi spicca il Netzah Yehuda, un'unità ultra-ortodossa spesso finita al centro di polemiche internazionali per i suoi metodi in Cisgiordania. Perché un finanziere di New York vuole "adottare" soldati? Perché questo gli garantisce l'accesso ai Gala blindati del FIDF, eventi dove si stringono le mani dei vertici del Mossad, dei generali in servizio e dei futuri leader politici. Per Epstein, l’assegno al FIDF è una "polizza assicurativa morale": nell'immaginario collettivo e politico israeliano, chi sostiene i soldati è un patriota intoccabile. È il mimetismo perfetto: nascondere un predatore dietro l'armatura di un difensore dello Stato.
Il JNF e il controllo del suolo
Per comprendere perché Epstein abbia scelto di legare il proprio nome al Jewish National Fund (JNF-KKL), bisogna scrostare la vernice verde della filantropia ambientale e guardare alle fondamenta di un'organizzazione che è, di fatto, l'architetto del suolo israeliano. Fondato nel 1901, ben prima della nascita dello Stato, il JNF non è un semplice ente di tutela del territorio, ma un braccio operativo nato con uno scopo geopolitico preciso: l'acquisizione e la "giudaizzazione" della terra in Palestina. Donare al JNF non significa "piantare alberi" nel senso comune del termine, ma partecipare a una complessa strategia di ingegneria territoriale. Per decenni, le massicce campagne di rimboschimento dell'ente sono servite a coprire fisicamente le tracce di centinaia di villaggi palestinesi spopolati o distrutti (dallo stesso Israele), trasformando rovine storiche in parchi naturali per rendere irreversibile l'esilio dei profughi. È quella che viene definita "ecologia dell'esproprio": l'uso del verde per cementare un'occupazione che il diritto internazionale considera illegale.
Gestendo circa il 13% del territorio nazionale e operando attivamente nei territori della Cisgiordania occupata, il JNF è il motore che alimenta l'espansione dei coloni. Finanzia le strade che aggirano i centri palestinesi, le condutture idriche che deviano le risorse verso gli insediamenti e i boschi che cingono le comunità arabe, soffocandone ogni possibilità di sviluppo.
Inserendosi in questo ingranaggio, Epstein non stava compiendo un gesto caritatevole, ma un investimento ideologico ad altissimo rendimento. In un contesto dove il controllo del suolo è la forma suprema di sovranità, Epstein si comprava un posto al tavolo dei "custodi della terra". Schierarsi con il JNF significava accreditarsi presso la destra religiosa e i movimenti più radicali dei coloni, aree dove il sostegno finanziario americano è la linfa vitale che permette la prosecuzione dell'occupazione illegale in Palestina. In questo modo, il finanziere di Manhattan smetteva di essere un estraneo per diventare un complice necessario del destino manifesto di Israele sulla terra palestinese. Legandosi alla terra occupata, Epstein si garantiva la protezione di quel settore politico che non può permettersi di perdere i propri finanziatori, trasformando ogni albero piantato in un pilastro della sua personale impunità geopolitica.
Detto in parole povere: se Epstein è "uno di famiglia" per i generali dell'IDF e per i direttori del JNF, chi avrà mai un giorno il coraggio di denunciarlo?
L'Appartamento di Ehud: lo Stato nel salotto

Se le donazioni milionarie alle fondazioni sioniste erano il biglietto da visita per farsi accettare dall'élite, l’appartamento al numero 301 della East 66th Street a New York era il vero cuore pulsante dell'operazione. Qui, il confine tra la sfera privata di un miliardario e il protocollo ufficiale di uno Stato sovrano è svanito, lasciando spazio a una zona grigia inquietante. Negli "Epstein Files" (la mole di documenti declassificati dal Dipartimento di Giustizia USA) emerge che l'ex Primo Ministro israeliano Ehud Barak non era un semplice ospite di riguardo. La frequentazione era così assidua e istituzionalizzata che lo staff di Epstein, nelle comunicazioni interne, non usava giri di parole: quella residenza era semplicemente l'"appartamento di Ehud".
"Epstein è stata l'ultima persona che Barak ha frequentato in maniera costante. Parliamo dell'ex capo dell'intelligence militare di Israele e fondatore di Paragon Solution, l’azienda del software spia Graphyte, la stessa che ha spiato giornalisti e attivisti italiani. Sappiamo, grazie alle inchieste di Drop Site News e ai documenti giudiziari, che la sicurezza di quel palazzo sulla 66ª strada, dove Barak soggiornava regolarmente, era pagata e organizzata direttamente dalla missione israeliana presso le Nazioni Unite. In pratica, da Israele", spiega Biazzo.
Ma la vera anomalia non è nell'ospitalità, quanto nella gestione della sicurezza: l'inchiesta di Biazzo per Report rivela una collaborazione tecnica senza precedenti tra lo staff civile del finanziere e l'intelligence ufficiale. Rafi Shlomo, all'epoca direttore della protezione per la missione permanente di Israele presso l'ONU, coordinava personalmente l'installazione di telecamere a circuito chiuso, sensori d'allarme alle finestre e sofisticati sistemi di monitoraggio. "Jeffrey dice che non ha nessun problema sul fatto che venga fatto qualche buco nel muro", scriveva l'assistente Lesley Groff nel 2016, confermando che Epstein aveva dato carta bianca agli agenti israeliani per cablare l'edificio.
Mentre ai piani inferiori si consumavano i crimini sessuali per cui Epstein è diventato tristemente noto, ai piani superiori lo Stato di Israele stabiliva una sorta di sede diplomatica distaccata, protetta da agenti governativi pagati dai contribuenti di Tel Aviv. Questo solleva un paradosso insostenibile: com'è possibile che i servizi di sicurezza di una delle nazioni più avanzate al mondo, operando fisicamente dentro quella struttura, non si fossero accorti del traffico di minorenni che avveniva sotto il loro naso? O forse, quell'attività era proprio il "valore aggiunto" che rendeva il palazzo un asset strategico?
"Epstein aveva telecamere in tutte le sue stanze", ci spiega ancora Biazzo, "e raccoglieva questo materiale in archivi ingenti. Sapere che in quello stesso palazzo soggiornavano costantemente agenti dei servizi segreti israeliani e l'ex capo dell'intelligence militare solleva una questione enorme: qual era il vero servizio che Epstein rendeva a Israele? Era un uomo che sposava la causa, come dimostrano le donazioni all'IDF, ma era soprattutto un terminale di informazioni".
Ingegneria demografica: il piano russo
Il rapporto tra Epstein e Barak non era però limitato soltanto a favori logistici o investimenti tecnologici; si spingeva nei territori della geopolitica distopica. Nei file emergono dettagli su discussioni riguardanti la sopravvivenza stessa dello Stato di Israele attraverso l'alterazione forzata del suo equilibrio demografico. L'obiettivo discusso tra i due era spietato: fare pressione su Vladimir Putin affinché la Russia favorisse l'immigrazione di massa di un milione di russi verso Israele. Lo scopo dichiarato era "diluire la presenza palestinese", assicurando una maggioranza ebraica schiacciante per i decenni a venire. Nelle registrazioni analizzate, la voce di Barak risuona fredda e calcolatrice mentre discute della "qualità" dell'immigrazione, sottolineando la necessità di essere selettivi.
Ma è l’intervento di Epstein a rendere il quadro grottesco e ancor più criminale: il finanziere suggeriva che tra questi immigrati dovessero esserci "molte ragazze giovani e carine". In questo scenario, la grande strategia demografica di una nazione e il vizio predatorio di un individuo si fondono in un unico piano di ingegneria etnica. Le persone cessano di essere esseri umani e diventano "numeri" per il politico e "merce" per il predatore, in un intreccio dove il favore sessuale diventa moneta di scambio per la stabilità nazionale.
La Dinastia Maxwell e il Fantasma del Mossad

Per decriptare il sistema Epstein, bisogna però guardare alla sua "matrice" originale: la dinastia Maxwell. Jeffrey Epstein non è nato dal nulla; è l'erede spirituale e operativo di Robert Maxwell, il magnate britannico dell'editoria e padre della sua complice Ghislaine. Maxwell non era solo un editore d'assalto; per decenni è stato sospettato di essere un asset strategico del Mossad, un uomo capace di influenzare le elezioni in mezza Europa e di fare da ponte tra i segreti atomici di Tel Aviv e i palazzi di Londra e Washington. Quando Maxwell morì misteriosamente nel 1991, cadendo dal suo yacht alle Canarie, il suo impero finanziario crollò, rivelando un buco colossale nei fondi pensione dei suoi dipendenti.
"Ari Ben-Menashe, che era il sottoposto di Barak nell'intelligence, era in contatto con Robert Maxwell. Quando Maxwell morì in circostanze sospette cadendo dal suo yacht, fu seppellito in Israele con gli onori di Stato. Il Primo Ministro dell'epoca disse: ‘Ha fatto per Israele più di quanto possiamo dire'", ricorda Biazzo.
Epstein era letteralmente ossessionato da questa figura. In una mail del 2018, riferendosi a Robert, usava l'espressione ambigua "he was passed away" (è stato fatto morire), suggerendo che non si fosse trattato di un incidente ma di un'esecuzione.
Secondo le ricostruzioni dell'intelligence, Maxwell avrebbe tentato il ricatto supremo: chiedere al Mossad 400 milioni di sterline per ripianare i suoi debiti, minacciando di rivelare segreti di Stato vitali per la sicurezza israeliana. Proprio in quel fallimento, Epstein comprese la lezione fondamentale che avrebbe cambiato la storia del ricatto globale. Maxwell era un dinosauro dell'informazione che aveva commesso l'errore di sfidare uno Stato sovrano usando strumenti obsoleti: la carta stampata e il debito bancario. I giornali possono essere chiusi e i debiti possono essere usati per schiacciarti. Ma soprattutto, Maxwell si era reso visibile, ingombrante e quindi eliminabile. Epstein decise di diventare la "versione 2.0": molto più invisibile, tecnologicamente avanzata e, per questo, infinitamente più pericolosa. Se Maxwell usava il potere dei titoli di giornale, Epstein avrebbe usato il potere dei pixel e della biologia. Sostituì le rotative con le telecamere nascoste e le honey-traps (trappole di miele). Capì che per rendere un politico o un monarca realmente vulnerabile non serviva un articolo scandalistico (che può essere smentito, querelato o dimenticato il giorno dopo) ma la prova visiva, carnale e inconfutabile di un crimine o di una perversione. Epstein non cercava il denaro per ripianare debiti, ma accumulava segreti come valuta di scambio perpetua. Il suo "salto di qualità" rispetto a Maxwell fu proprio questo: fabbricare segreti personali talmente compromettenti da rendere l'ospite uno schiavo politico per sempre. Se Maxwell era un editore che cercava di negoziare col potere, Epstein era diventato un archivista del fango, colui che possedeva le chiavi delle camere da letto dei potenti e, di conseguenza, le chiavi delle loro decisioni pubbliche. L'obiettivo finale non era il denaro (che Epstein usava solo come esca) ma la creazione di una "scatola nera" della classe dirigente mondiale. Un archivio di segreti inconfutabili che ha trasformato leader globali in pedine vulnerabili. Una scatola che oggi, come suggeriscono le piste più oscure dei file declassificati, non sarebbe affatto andata distrutta nel carcere di Manhattan, ma si troverebbe al sicuro, protetta e pronta all'uso, nei corridoi più riservati dell'intelligence a Tel Aviv. Un'arma di distrazione e distruzione di massa che garantisce ancora oggi a chi la impugna un potere di veto invisibile sulla storia contemporanea.
La "bomba" e il ricatto a Trump

L'inchiesta di Report aggiunge il tassello finale e più esplosivo. Ari Ben-Menashe, ex ufficiale dell’intelligence militare israeliana che operava sotto Ehud Barak, ha definito Epstein senza mezzi termini come una "risorsa israeliana" utilizzata per irretire i potenti del mondo in trappole sessuali finalizzate allo spionaggio. La tesi è che Israele abbia utilizzato queste informazioni per influenzare direttamente la politica estera degli Stati Uniti, in particolare durante l'amministrazione di Donald Trump. Secondo Ben-Menashe, Netanyahu avrebbe esercitato una pressione enorme su Trump per spingerlo verso la linea dura contro l'Iran e l'uscita dagli accordi sul nucleare.
La leva di questo ricatto non sarebbe stato il Tycoon in prima persona, ma la First Lady: Melania Trump. Mentre la versione "ufficiale" (difesa strenuamente dall'imprenditore italiano Paolo Zampolli) racconta che Melania incontrò Donald grazie a lui nel 1998 al Kit Kat Club di New York, i file dell'FBI suggeriscono una verità differente. Una testimonianza raccolta dai federali indica che fu proprio Epstein a introdurre la giovane modella slovena nel circolo di Trump. La violenta reazione di Melania, che ha smentito tutto con una conferenza stampa improvvisata, e le rivelazioni di Amanda Ungaro (ex compagna di Zampolli), suggeriscono l'esistenza di un "patto di silenzio". Se la posizione della First Lady fosse frutto di un'operazione di "posizionamento" decisa anni prima da Epstein, l'intera presidenza Trump sarebbe stata, di fatto, sotto scacco dell'intelligence israeliana.
"Non credo che Melania tema i faldoni in sé, ma dietro alle parole della conferenza stampa di smentita ci potrebbero essere anche il timore per le rivelazioni di Amanda Ungaro, l'ex fidanzata di Zampolli nonché amica di Melania… L'inchiesta di Report ha rivelato che ci sono stati contatti tra Zampolli e i vertici dell'ICE (immigrazione) rispetto alla vicenda Ungaro, che poi è stata deportata d'urgenza in Brasile. Amanda sostiene siano state pressioni per averne la deportazione per metterla a tacere".
La vicenda di Amanda Ungaro è la prova di quanto questo sistema sia disposto a spingersi oltre per proteggere i propri segreti. Ungaro non era solo un'amica di Melania, ma un prodotto di quel medesimo "metodo di reclutamento" che Biazzo descrive come sistematico.
"C'era questa dinamica di agenti di modelle che reclutavano ragazze soprattutto da paesi poveri e le portavano al centro di potere di New York, alla Corte dei Potenti, come accadeva con Jean-Luc Brunel e John Casablancas, mentore di Zampolli".
Proprio perché Ungaro è cresciuta dentro quel "vivaio" di modelle e conosceva da vent'anni Zampolli, l'uomo che si vanta di aver "creato" la coppia presidenziale, era diventata una testimone troppo pericolosa. Il ricorso alla polizia d'immigrazione (ICE) per allontanarla forzatamente dagli Stati Uniti appare insomma come l'uso delle agenzie federali per blindare quel patto di silenzio che lega ancora oggi la Casa Bianca al network di Epstein.
Il fattore Iran: il ricatto come strategia bellica
Ma se la leva del ricatto era Melania, l'obiettivo finale era la geopolitica del Medio Oriente. Come testimoniato da Ari Ben-Menashe ai microfoni di Report, i segreti custoditi da Israele sarebbero stati il motore invisibile che ha orientato le scelte più radicali di Donald Trump. Il Tycoon, che durante la campagna elettorale aveva spesso mostrato aperture verso una forma di isolazionismo e di "pace" pragmatica, una volta insediatosi ha impresso una sterzata violentissima contro Teheran. L'uscita unilaterale degli Stati Uniti dal JCPOA (l'accordo sul nucleare iraniano) e l'escalation militare che ne è seguita non sarebbero dunque solo il frutto di una visione politica, ma il risultato di una pressione insostenibile esercitata da Benjamin Netanyahu.
"Ben-Menashe è una fonte qualificata" ci spiega Biazzo, "e sostiene che i segreti di Epstein nelle mani di Israele servano come leva su Trump. Questa dinamica è confermata da altre inchieste: Trump inizialmente era contrario all'attacco all'Iran, ma finì per cedere alle richieste di Netanyahu e del capo del Mossad dopo visite frequenti alla Casa Bianca".
Secondo la tesi dell'ex intelligence israeliana, la "bomba nucleare" di Epstein (ovvero i file compromettenti sulla First Lady e sulla genesi del rapporto dei coniugi Trump) sarebbe stata la pistola puntata alla tempia della Casa Bianca. Netanyahu avrebbe utilizzato questo archivio come un "telecomando" per trascinare Washington in una guerra per procura contro l'Iran, servendo gli interessi strategici di Tel Aviv. In questo schema, Epstein è insomma anche il fornitore ufficiale dell'arma di ricatto definitiva: quella capace di decidere se e quando far scoppiare un conflitto mondiale.