
Si sa, il denaro non è mai troppo lontano dal potere, e viceversa. E chi segue l’uno e l’altro si ritrova quasi sempre a parlare di politica. Jeffrey Epstein ha incarnato questa verità in modo esemplare. Per anni ha stretto mani, scambiato mail e organizzato festini con chi poteva garantirgli influenza e denaro. Così, inevitabilmente, il suo sguardo si è rivolto anche ai politici.
Non solo quelli americani – che pure ha frequentato assiduamente. Epstein si è interessato anche a quello che succedeva sull’altra sponda dell’Atlantico, estendendo le sue mire fino all’Italia. I suoi viaggi nella politica europea hanno assunto i toni di vere e proprie cospirazioni, di trame segrete per far risaltare quella o quell’altra figura, prevedere i risultati delle elezioni, influenzare le scelte dei governi. In questi viaggi il finanziere si è fatto accompagnare da alcuni personaggi in particolare. Su tutti, Steve Bannon: il nome dell’ex stratega di Donald Trump appare quasi tremila volte negli Epstein Files. E in molti casi è stato con la lente di Bannon, teorico dell’estrema destra nazionalista, che il finanziere ha guardato alla politica del Vecchio conti. Non è un caso, quindi, che tra il 2018 e il 2019 (anno della morte di Epstein) i due abbiano discusso a lungo delle sorti di Matteo Salvini.
Il leader della Lega, però, non è l’unico politico italiano che viene citato nei file. Emergono i piani per un presunto incontro di Bannon con Beppe Grillo dopo le elezioni del 2018, quando nacque il governo gialloverde e l’ondata anti-casta sembrava poter dare una spinta decisiva al progetto sovranista. E c’è più di una conversazione su Silvio Berlusconi, inclusa una surreale lettera di lamentele inviata a un giornale inglese, che aveva usato il termine “pedofilo” per descrivere Epstein, ma non il fondatore di Forza Italia.
“Ottimo primo passo, la tua vittoria in Italia”
È il 4 marzo del 2018. Giornata di elezioni, in Italia. Dopo una legislatura segnata dall’ascesa della Lega di Matteo Salvini e dallo strabordare del Movimento 5 stelle, i risultati delle urne confermano i pronostici. Il Carroccio diventa la prima forza del centrodestra con il 18%, una percentuale che poi crescerà fino al 34% delle Europee del 2019 Il M5s, correndo da solo, prende il 33%. Dopo il voto si aprirà una crisi di quasi tre mesi, la più lunga della storia repubblicana. Gli elettori ancora non lo sanno, ma più di esperto lo prevede: le geometrie delle alleanze nella politica nazionale sono più caotiche che mai. E nel caos c’è chi è tentato dall’idea di inserirsi, di dare una spinta nella direzione che gli fa più comodo.
Quel 4 marzo, Steve Bannon è a Roma per seguire le elezioni. Il Corriere della Sera lo intervista: lo stratega considera l’Italia “un banco di prova fondamentale del potere della sovranità” e Salvini un “genio” per aver trasformato la Lega in un partito nazionale. Annuncia che “incontrerà delle persone” e che “si è organizzato” per un faccia a faccia con i leader dei Cinque stelle. E prevede: “Se si raggiungesse una coalizione tra tutti i populisti sarebbe fantastico, trafiggerebbe al cuore Bruxelles”. Già il suo sguardo si allarga dall’Italia all’Europa.
Quel giorno Jeffrey Epstein scrive un messaggio a Bannon: “Come va?”. Lui non manca di vantarsi dell’articolo: “Epico. La mia intervista oggi è in prima pagina nel principale giornale del Paese”. Poi scrive: “Ora sono diretto a Milano per incontrare Salvini”. Epstein risponde: “Great”, ottimo.

Di faccia a faccia con il leader leghista, presumibilmente, ce n’è più di uno. In quei giorni il finanziere scrive spesso a Bannon, che non sempre gli risponde, preso da eventi e incontri tra Nord Italia, Svizzera e Francia. Il 5 marzo Epstein gli scrive: “Ottimo primo passo (…) la tua vittoria in Italia”. L’8 marzo Bannon lo aggiorna: “Sto andando a Milano proprio ora per incontrare Salvini”. Quella sera conferma: “(Sono) con il team di Salvini”. Lo stesso giorno l’ex stratega di Trump dice anche che ha in programma “questa sera Grillo e domani Roma Berlusconi e Cinque stelle”. Ma ci torneremo.


Il 10 marzo, Bannon fa il punto della situazione: “Ora sono consigliere del Front (National, in Francia, ndr); Salvini/Lega; AfD; Partito popolare Svizzero (o Unione democratica di centro, ndr); Orban; Terra e libertà; Farage”. L’obiettivo è chiaro: “Il prossimo maggio ci sono le elezioni del Parlamento europeo. Possiamo passare da 92 seggi a 200. Bloccare qualunque legislazione sulle criptovalute e tutto ciò che vogliamo”. A poco più di un anno dalle europee, Bannon vuole rafforzare la destra populista. E Jeffrey Epstein è lì, dietro le quinte, pronto a consigliarlo e sostenerlo.

“It begins”
È il 29 maggio 2018. La crisi politica in Italia continua, anche se è vicina alla fine. Un primo tentativo di governo Lega-M5s guidato da Conte è già saltato, infranto sullo scoglio dell’economista euroscettico Paolo Savona a ministro del Tesoro. L’incarico di formare un governo è affidato a un altro economista, Carlo Cottarelli, ma nessuno vuole davvero un nuovo governo tecnico. Nel giro di poche ore arriverà la quadra, ma nel frattempo si parla anche di nuove elezioni.
Epstein scrive a Bannon. Si lancia in analisi: “Anche se non è un granché per il Paese, nuove elezioni in Italia ti daranno l’occasione di fare delle prove per la campagna delle europee il prossimo maggio. Del tipo: tu sei l’unico adulto nella stanza”. Bannon gli chiede una mano con una consulenza economica per alcune delle persone con cui sta lavorando, e il finanziere lo rassicura: “Non c’è bisogno di ricordartelo, io sono a bordo e ci rimango”.
È il 10 giugno 2018. Alla fine Lega e Movimento 5 stelle hanno trovato un accordo, il governo gialloverde è appena nato. Lo guida Giuseppe Conte, con Matteo Salvini e Luigi Di Maio come vice molto ingombranti. Conte non appare mai direttamente negli Epstein Files, ma attorno al suo primo governo c’è un grande interesse. Dopotutto, sulla carta è il sogno di Bannon: la “alleanza tra tutti i populisti” che può “trafiggere al cuore Bruxelles”.
Appena otto giorni dopo l’entrata in carica del governo, Donald Trump ha invitato Conte alla Casa Bianca. Il tycoon americano ha incontrato il premier italiano al G7 in Canada; ha scritto su Twitter che è un “tipo davvero fantastico” e che “presto sarà ricevuto a Washington". L’incontro avverrà poi il 30 luglio, in tempi da record: il più rapido, per un presidente del Consiglio italiano, negli ultimi trent’anni.
Un articolo di Usa Today riporta il tweet del presidente americano. Bannon il 10 giugno lo condivide con Epstein e scrive solo: “It begins”. Si comincia, ci siamo. Anche Epstein è sintetico: “Ottimo lavoro”. Come a dire che l’invito sia opera dello stratega, che sia solo un’altra tessera del puzzle, un altro passo verso una destra sovranista e populista che prende il potere in Europa e appoggia le mire di Donald Trump. Difficile capire se l’incontro Conte-Trump sia davvero frutto del lavoro di Bannon, appoggiato da Epstein, o se dietro quei messaggi ci sia anche una certa dose di megalomania (un altro tratto che accompagna spesso denaro, potere e politica). Fatto sta che i contatti tra i due restano intensi. E che la lente d’ingrandimento resta puntata sull’Italia.
Salvini si unisce a The Movement, Bannon esulta: “È sulle mie ginocchia”
È il 23 luglio 2018. In Italia il governo Conte è ben avviato, ma il lavoro di Bannon in Europa non si ferma. Epstein ci tiene a fargli sapere che lui è a disposizione. Prima gli dice: “Se vuoi giocare qui, dovrai passarci del tempo, l’Europa da remoto non funziona. Serve un sacco di tempo faccia a faccia e strette di mano. L’Europa può essere una moglie, non un’amante”. Poco dopo aggiunge: “Ricordati, io non so qual è la tua strategia. Tuttavia, per tutto quello che a te va bene, io ci sono”.


L’estate del 2018 è anche il momento in cui Bannon lavora più duramente per espandere il suo nuovo progetto politico, The Movement, nato nel 2017. Un’organizzazione con sede a Bruxelles che nasce con l’esplicito obiettivo di collegare tra loro le forze di destra anti-europeiste e sovraniste sul continente, in vista delle elezioni. Proprio a luglio incontra a Washington la presidente bosniaca Željka Cvijanović. Nelle settimane successive attirerà l’ungherese Viktor Orbán. E anche in Italia c’è la fila per entrare.
Il 6 settembre Bannon, nel mezzo di una conversazione con Epstein su altri argomenti, gli dice che non può arrivare negli Stati Uniti a breve: “Vado a Roma domattina per incontrare Salvini”. Sarà una conversazione decisiva: poche ore dopo il leader della Lega annuncerà l’adesione a The Movement. Peraltro, seguirà il suo esempio anche Giorgia Meloni, che da leader di Fratelli d’Italia (partito che alle elezioni di quell'anno si è fermato poco sopra il 4%) dichiarerà la sua intenzione di unirsi all’organizzazione di Bannon. Non si parla di lei, però, nei Files. In quegli anni Salvini è l'uomo forte della destra, una figura ben più potente e importante da influenzare.
L’ingresso del segretario leghista nel Movement galvanizza Epstein: “AMAZING” risponde a Bannon, che gli segnala un articolo sulla questione l’8 settembre. “Ottimo lavoro”. “Sento che le cose ora stanno svoltando”, replica lo stratega. E il finanziere gli dice: “Spero che tu sia seduto sulle ginocchia di Salvini”. La risposta è significativa: “Al contrario”. Anche Epstein è divertito: “Lol. Ma lui non se ne rende conto. Ahhh il potere dell’oscurità”.

“Dopo le Europee Salvini convocherà nuove elezioni”
È il 10 dicembre 2018. Mancano sei mesi alle elezioni europee. Il Movement di Bannon è in pista, Epstein continua a essere aggiornato di ogni passaggio. Il piano è chiaro, e lo stratega lo riassume in un messaggio a notte fonda: “Ora la destra ha la classe operaia dalla sua parte sull’immigrazione. Macron stanotte è collassato, Merkel è morta. La prossima primavera vinciamo il 60% del Parlamento europeo”.
E attenzione: le trame continuano già ben oltre il voto in Ue. Il passo successivo riguarda proprio l’Italia e il pupillo di Bannon. Dopo le europee, “Salvini convoca nuove elezioni la settimana successiva”. Questa è la strategia. Da una parte, lo strapotere della destra sovranista in Europa. Dall’altra, la Lega che dà il benservito al governo con i Cinque stelle, sfrutta il risultato del voto per andare nuovamente alle urne, e forma un nuovo governo, questa volta da una posizione di forza e con una linea ancora più spostata a destra.

“f, che il cielo abbia pietà delle loro anime”, si limita a commentare Epstein, sarcastico. In Bannon, invece, non c’è traccia di ironia: “Qui possiamo controllare tutto noi”. Pochi giorni dopo, il 12 dicembre, sarà proprio Epstein a chiedergli di rallentare: “Bolsonaro, Le Pen, Salvini, Wilbur, non mi piace l’inerzia. Ricordati, penso che Icaro avesse il jet lag. Non puoi permetterti di sbagliare, e stai correndo molto in fretta”. Il finanziere ha paura che Bannon resti “isolato”. Ma Bannon gli ricorda: “La mia forza viene dal fatto che nessuno mi difende”.
L’ex stratega di Trump sta accelerando perché vede aprirsi uno scenario più che favorevole: la possibilità di trasformare il suo Movement, legato agli interessi di Epstein, di Trump e degli altri potenti che lo finanziano, in una forza centrale in Europa. Italia compresa. Difficile dargli torto. Le europee andranno almeno in parte come ha previsto, con la Lega al 34%. Il primo governo Conte, effettivamente, cadrà su spinta di Salvini dopo la crisi del Papeete. Poi però qualcosa si incepperà. I disegni di Bannon si schianteranno contro un’acrobazia parlamentare tutta all’italiana: la nascita del governo giallorosso, che eviterà nuove elezioni e relegherà Salvini a leader in disgrazia dell’opposizione, destinato a un lento declino nei sondaggi e presto messo in ombra dall’ascesa di Giorgia Meloni.
La corsa alle europee e il flop della Lega
Ma facciamo un passo alla volta, torniamo a due mesi prima delle elezioni europee. È il 3 marzo del 2019, Bannon è in fibrillazione ed Epstein con lui. Il finanziere, in una chat separata, parla con un politico europeo il cui nome è oscurato nei Files. Accenna che lavora all’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), ma è impossibile risalire a chi sia. In tutti i casi, il nome di Salvini spunta un’altra volta, l'ennesima.
Epstein si lancia ancora una volta in un’analisi politica. “Senza un’America forte, il vuoto è pericoloso”, dice: “Merkel è alla fine, Macron danneggiato. La Brexit e (Theresa, ndr) May, un disastro. Bibi (Netanyahu, ndr) imputato”. E infine: “Salvini non parla inglese”. Significa forse che il leader della Lega non è una figura credibile per assumere un ruolo internazionale, in questo “vuoto” politico globale?
E come fa Epstein a sapere che Salvini non parla inglese? Gliel’ha riferito Bannon di persona? Nelle loro conversazioni scritte non c’è traccia della questione. Se tra il segretario della Lega e il finanziere americano c’è mai stato un incontro di persona, non è documentato. L’unico riferimento appare il 29 marzo 2019 in una mail di Nicole Junkermann, imprenditrice che ha stretti rapporti con Epstein e moglie del conte italiano Ferdinando Brachetti Peretti. Epstein annuncia che il giorno dopo potrebbe essere a Roma, e lei risponde: “Oh no… Che peccato che io non sia lì. Salvini sarà interessante”. Non c’è conferma che il giorno dopo il finanziere fosse effettivamente in Italia, né di chi abbia eventualmente incontrato.

In quel periodo, Epstein parla a Bannon con un tono ben diverso da quello di dicembre, quando gli chiedeva di riposarsi. Sembra quasi rimproverarlo perché non si starebbe preoccupando abbastanza delle elezioni europee: “Qui c’è Miro (Miroslav Lajčák, all’epoca ministro degli Esteri slovacco, che si è dimesso dopo la pubblicazione dei Files, ndr), è stupito che il Parlamento europeo sia apparentemente uscito dai tuoi radar”. E Bannon subito lo smentisce, con un messaggio che chiarisce che il Movement non è solo una rete politica, ma anche uno strumento economico: “Non è uscito, mi sono solo concentrato sul raccogliere fondi per Le Pen e Salvini in modo che possano candidare liste complete”. La Lega ha negato di aver ricevuto alcun finanziamento da Bannon.

La verità è che, nonostante gli sforzi dell’americano, le europee per il Carroccio saranno un successo a metà. La sera dell’11 maggio, quando mancano due settimane all’appuntamento con le urne, lo stratega scrive pessimista a Epstein: “Salvini sta perdendo terreno in Italia”.
Il giorno del voto, il 26 maggio, il flop del leader leghista – almeno agli occhi di Bannon – si concretizza. Alle prime ore dell’alba scrive a Epstein: “DDay”, il nome dell’operazione dello sbarco in Normandia nel 1944. La tensione è alta, le aspettative anche. Ma i numeri saranno deludenti: “Salvini è tra i 28 e i 31 (seggi, ndr). Ha avuto il suo picco troppo presto. Avrebbe dovuto essere a 34/35. Ora è Le Pen che controlla la situazione”.

È l’ultima volta che il nome di Salvini appare nei Files. Nei mesi successivi ci sarà la crisi del Papeete, la nascita del governo Conte bis, per certi versi si aprirà una nuova stagione politica. Ma prima di tutto questo, a luglio 2019, Epstein sarà arrestato e il 10 agosto – secondo la versione ufficiale dei fatti – si suiciderà in carcere.
L’incontro con Beppe Grillo
Come detto, però, anche se Matteo Salvini è la figura politica italiana più centrale nei Files a causa del grande impegno di Bannon per promuoverlo, non è l’unica. Tra gli altri c’è, ad esempio, il nome di Beppe Grillo.
Il comico genovese, fondatore e leader (all’epoca) del Movimento 5 stelle, appare in un messaggio che abbia già citato: quello dell’8 marzo 2018, in piena crisi dopo le elezioni politiche in Italia. Bannon annuncia a Epstein che quella sera dovrebbe incontrare proprio Grillo. E il giorno dopo ha in programma un’altra riunione con “i 5 stelle”. L’ufficio stampa del M5s, quando sono emersi quei messaggi, ha detto di non essere a conoscenza di alcun incontro di questo tipo. Grillo stesso non ha mai confermato né smentito pubblicamente il faccia a faccia con Bannon.
Nei mesi successivi non ci sono altri riferimenti al Movimento 5 stelle, né a Grillo, né a Luigi Di Maio che pure era capo politico del M5s. Evidentemente Bannon (ed Epstein con lui) aveva deciso che il cavallo su cui puntare tutto era Salvini.
“Il tuo amico Berlusconi”
Più variegate sono le situazioni in cui Epstein parla di Silvio Berlusconi. Tuttavia, mettiamo subito le mani avanti: non risulta che il fondatore di Forza Italia e il finanziere si siano mai incontrati di persona, e dai Files pubblicati finora non risultano contatti diretti tra i due. Possiamo anche smentire con certezza un aneddoto circolato ampiamente in rete, nato come satira ma poi preso sul serio da molti: Berlusconi non ha mai declinato l’invito a una festa di Epstein dicendo “Da me il cibo è migliore e il vino è così buono che le ragazze tornano da sole, senza bisogno di rapirle”. È una frase del tutto inventata e che non ha riscontri di alcun tipo.
Detto questo, il nome di Berlusconi appare eccome. Non c’è solo l’affare Endemol, che abbiamo già approfondito in questa newsletter e che viene sollevato nel 2012, ma poi cade nel vuoto. La prima menzione dell’ex presidente del Consiglio è precedente, e risale al 17 dicembre 2009.
Il produttore televisivo ex CBS Dan Dubno scrive a Epstein parlandogli di “varie cose interessanti”, come recita l’oggetto della mail. L’ultima frase è: “Il ‘lifting al viso’ pubblico del tuo amico Berlusconi è stato proprio una schifezza”. È un riferimento a ciò che è successo pochi giorni prima: il 13 dicembre, Berlusconi è stato aggredito a Milano da un contestatore, che lo ha colpito in volto con una statuetta del Duomo. È interessante che Dubno descriva il premier italiano come “amico” (in inglese “pal”) di Epstein. A questa mail, però, il finanziere non risponde.

La lettera dell’avvocato di Epstein al Telegraph: “Lo avete chiamato pedofilo, perché lui e non Berlusconi?”
È il 13 marzo 2011. Siamo nel pieno del caso Ruby: a febbraio Berlusconi è stato rinviato a giudizio, ad aprile la Camera voterà per allungare i tempi. Il Parlamento italiano sosterrà ufficialmente che Karima El Mahroug, soprannominata Ruby, fosse considerata la nipote del presidente egiziano Mubarak.
Il Cavaliere viene citato da Paul Tweed, noto avvocato britannico specializzato nelle cause per diffamazione, che segue Epstein e si occupa di minacciare i giornali che parlano male di lui. La conversazione coinvolge il legale, il finanziere e anche Mike Sitrick, esperto di pubbliche relazioni, convocato per provare a gestire le notizie degli abusi commessi da Epstein.
Tweed invia agli altri due la bozza di una lettera che vuole inviare al Daily Telegraph. Il giornale si sta occupando del “Silvio Berlusconi sex scandal”. L’irritazione dell’avvocato di Epstein nasce dal fatto che, in un recente articolo, il Telegraph si è riferito al finanziere con il termine “pedofilo”. Mentre, per Berlusconi, la parola non è mai stata utilizzata. Epstein si inserisce nella conversazione dicendo che non vuole “iniziare un litigio” sul tema dell’articolo per non “incoraggiare” il giornale a replicare e approfondire la questione.
Alla fine, dopo varie correzioni interne, ne esce una lettera dai toni surreali inviata all’editore del giornale. Viene cancellata una sezione della versione iniziale, in cui si specificava che la vittima di Epstein era "a pochi mesi dal suo diciottesimo compleanno", e un'altra in cui si prendeva la definizione di "pedofilia" data da Wikipedia. Nel testo finale si legge: “Nonostante il nostro cliente sia stato condannato per istigazione alla prostituzione, e per aver spinto una persona minorenne alla prostituzione, ha espiato la sua condanna per quel reato”. In più, “la terminologia falsa e distorta usata da voi per descrivere il nostro cliente nel vostro attacco al vetriolo contro la sua personalità è in netto contrasto con la vostra copertura del recente scandalo che ha coinvolto il primo ministro Silvio Berlusconi, dove non troviamo alcun riferimento a lui come pedofilo nonostante le accuse simili”.

La lamentela, insomma, è che abbiano definito Epstein un pedofilo e non Berlusconi. Segue una precisa definizione del termine “pedofilo”, in cui si sostiene che l’abbiano usato solo “alcuni tabloid nei loro ultimi resoconti sulla sua amicizia con il principe Andrew”, e si richiedono delle scuse. In un’altra mail, Tweed proporrà poi a Epstein di far pubblicare un articolo sui giornali britannici, “esprimendo rimorso e usando l’occasione per paragonare il trattamento vergognoso che hai ricevuto paragonato a quello del primo ministro italiano”. Quell’articolo non vedrà mai la luce.
I tentativi di faccia a faccia: “Con Berlusconi queste cose sono fluide”
L’ultima occasione in cui Berlusconi viene citato negli Epstein Files è anche quella che si avvicina di più a un incontro, anche se tra intermediari. È il 27 luglio 2011. La crisi economica e politica che metterà fine al quarto governo del leader di Forza Italia è già pienamente in atto. Epstein parla con l’investitore britannico Ian Osborne. In quel periodo stanno lavorando per influenzare la scelta del nuovo presidente della banca londinese Barclays.
Da Epstein arriva una disponibilità: “Posso incontrare Valentini a Roma il 6 o il 7..”. È molto probabile che si riferisca a Valentino Valentini. Uomo molto vicino a Berlusconi, per anni consulente del Cavaliere per gli affari esteri, Valentini a quanto risulta parla cinque lingue e nel tempo avrebbe curato anche i rapporti più delicati di Berlusconi, tra cui quelli in Russia. Oggi è viceministro delle Imprese nel governo Meloni.

Epstein, dunque, è pronto a incontrare Valentini nella prima settimana di agosto. Per quale motivo, non si sa. Osborne gli chiede un po’ di tempo per confermare, venerdì 29 luglio gli dice: “Per Valentini ti faccio sapere entro lunedì”. Poi però le cose si complicano, e il 2 agosto il britannico deve ritrattare: “Ho parlato ora con Valentini, Per il momento è più probabile che domenica sia in Sardegna che a Roma. Con Berlusconi queste cose sono fluide”.
La risposta di Epstein arriva un paio d’ore dopo, e sembra quasi preoccupata: “Ottimo, per tua informazione ricordati sempre che preferisco l’onestà brutale, ad esempio, se sono preoccupati per la questione del principe Andrew”. Osborne non può fare altro che rassicurarlo: “Capito. Ma in questo caso, ne sono a conoscenza e, come Valentini ha sottolineato, anche mr. B ha i suoi problemi in quel campo”.

Le settimane passano, a quanto pare l’incontro non si fa. Il 19 agosto Epstein torna a chiedere a Osborne se ci sia “qualcuno di interessante da incontrare in Europa”. Il britannico risponde: “Sì certo, ma oltre al Team Berlusconi mi serve qualche indicazione in più da te su quali persone posso suggerirti”. La conversazione però cade nel vuoto, e non ci sono altri riscontri su un faccia a faccia tra Epstein e l’entourage del Cavaliere.
Restano solo due citazioni, episodiche, di Berlusconi. Nell’agosto 2017, una donna ignota – a cui Epstein chiede se gli ha già trovato “una nuova assistente” e “un nuovo ragazzo” – scrive al finanziere per raccontargli un aneddoto. A quanto dice, alcuni mesi prima la casa di produzione di Paolo Sorrentino l’ha chiamata per fare una piccola parte in Loro, il film su Berlusconi. “Niente di speciale, ma penso che sia buffo che abbiano scelto me per essere una delle ragazze di Berlusconi”, commenta, criptica.
Infine, nel 2018. Ancora una volta il messaggio in cui Steve Bannon, dopo le elezioni, dice di avere in programma un incontro con Berlusconi. Non è chiaro se sia mai avvenuto – da Forza Italia sono arrivati solo ‘no comment’ – ma ciò che è certo è che lo stratega americano ha poi deciso di concentrarsi altrove.
La ragnatela di Epstein su Roma
La politica italiana non è sfuggita alle mire di Jeffrey Epstein. Per anni il finanziere, nonostante il nucleo dei suoi affari si trovasse negli Stati Uniti, ha guardato anche a Roma e a Bruxelles per allargare la sua ragnatela di conoscenze, amicizie, favori. Ha sfiorato il mondo dei partiti, dei leader e dei portaborse. Quando non ha agito da solo, lo ha fatto tramite intermediari.
Negli ultimi anni della sua vita il finanziere ha inviato migliaia di messaggi e mail a Steve Bannon, comportandosi da co-cospiratore – e forse da finanziatore – nel progetto di una destra europea che riuscisse a prendere il controllo del Vecchio continente. E che, a conti fatti, facesse i suoi interessi. Perché si sa che chi vuole denaro e potere, alla fine, si ritrova sempre a parlare di politica. E la storia di Jeffrey Epstein ne è un esempio perfetto.