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Ma Trump davvero rischia di perdere tutto per colpa della guerra in Iran?

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Tre mesi di guerra in Iran hanno fatto precipitare la popolarità di Donald Trump, già bassa di suo. E tra pochi mesi ci sono le elezioni di metà mandato che possono azzoppare la sua presidenza. Ce la farà a invertire la rotta? Ne parliamo con Alan Friedman.

Oggi rispondiamo alla domanda di Laura.

Ma Trump davvero rischia di perdere tutto per colpa della guerra in Iran?

Non è un bel periodo per i governi in carica. Ad esempio, non ce n’è uno, tra i grandi governi europei, che rivincerebbe facile, se si votasse oggi. Non in Germania, nel Regno Unito, in Francia, o in Spagna. L’Italia non fa eccezione, lo sappiamo bene. E lo stesso vale per gli Usa, dove il presidente Donald Trump è in grave difficoltà nel consenso.

Con due grandi differenze, rispetto all’Italia, perlomeno.

La prima: che Trump stava già sotto nei consensi, e non di poco, ben prima della guerra in Iran.

La seconda: che Trump, in autunno, ha da affrontare le elezioni di metà mandato, che potrebbero rivelarsi un grave problema per il resto della sua presidenza. Se perdesse la maggioranza al Congresso o al Senato, o a entrambe, infatti, potrebbe perdere buona parte della sua spinta propulsiva.

Giusto per essere chiari: se Trump dovesse perdere la maggioranza del Congresso, i democratici avrebbero la possibilità di bloccare tutte le sue riforme, o il bilancio federale, o le nomine più controverse. Di fatto, Trump si ritroverebbe a essere un lame duck, un’anatra zoppa, un presidente dimezzato.

Per Trump ci sono tre problemi, da questo punto di vista, uno in fila all’altro.

Il primo: di solito le elezioni di metà mandato vanno male per il presidente in carica. Non lo dico io, ma la statistica. Negli ultimi cento anni, solo due presidenti sono riusciti a guadagnare seggi alle mid term. George W. Bush nel 2002, ma c’erano stati gli attentati dell’11 settembre giusto un anno prima. E Franklin Delano Roosevelt nel 1934, ma c’erano state la crisi del 1929 e il New Deal. Poi è chiaro: puoi perdere seggi e mantenere la maggioranza del parlamento. Cosa che è successa a soli quattro presidenti degli ultimi venti, l’ultimo dei quali è stato Jimmy Carter nel 1978. Trump sarà il quinto?

E qui veniamo al secondo problema: la popolarità di Trump è una delle più basse di sempre per un presidente degli Stati Uniti a questo punto della Storia. E no, non ci stiamo riferendo alla popolarità di oggi, dopo la guerra in Iran. Quello è il terzo problema, e ci arriviamo dopo. A un anno dall’elezione, la popolarità di Trump è la più bassa mai raggiunta da un presidente eletto negli ultimi cinquant’anni.

Andiamo al terzo problema, per l’appunto: la guerra in Iran ha ulteriormente peggiorato le cose. Se a fine febbraio ad approvare il suo operato erano circa 42 elettori americani su 100, oggi quel numero è sceso ulteriormente, a quota 38. Il motivo? Semplice: l’economia, e in particolare la chiusura  Dal primo giorno della sua presidenza a oggi, l’indice di approvazione di Trump è crollato di 45 punti se si parla di inflazione e prezzi. E di oltre 20 punti se si parla di economia e lavoro. A spiegarci come mai, oggi, è il giornalista americano Alan Friedman.

La guerra in Iran ha fatto crollare la popolarità di Trump, siamo a livelli del 33%, vuol dire che il 67% americani sono contro la guerra in Iran e c'è una disapprovazione di Trump di due terzi americani. Resta con lui il suo nucleo forte, anche se qualcuno dice che il mondo MAGA sta spaccando, c'è ancora una base. L'economia americana, invece, ovviamente soffre da questa guerra in termini di prezzi. Quando gli americani vedono prezzi di $5 per gallone che è il prezzo attuale sono arrabbiati, impauriti e tendono a votare contro chi è colpevole di questi prezzi. E quel colpevole si chiama Trump.

Andiamo oltre. Che impatto ha tutto questo sui voti a Trump e sulle elezioni di metà mandato?

Diamo uno sguardo ai dati. Allo stato attuale, la partita più aperta è al Congresso, che ha 435 membri votanti. Tra loro 221 sono repubblicani e 214 sono democratici. Basterebbe che i democratici riuscissero a strappare 4 seggi ai repubblicani, insomma, perché il congresso cambi colore. Allo stato attuale, i sondaggi sono molto favorevoli ai democratici, sia a livello generale, con un voto democratico che sopravanza quello repubblicano 47 a 41. E a livello di seggi, con i sondaggi più favorevoli che ipotizzano che i due partiti invertano, più o meno, il numero dei seggi: 221 ai democratici e 214 ai repubblicani. Alan Friedman, tuttavia, è addirittura più ottimista. E arriva anche a ipotizzare che se le due camere finissero in mano ai democratici, potrebbe addirittura pensare all’impeachment di Trump.

È molto probabile allo stato attuale che Trump perda di brutto le elezioni di novembre. Quasi sicuramente i democratici vinceranno, conquisteranno una maggioranza nella Camera dei deputati, e forse prenderanno anche il controllo del Senato. Il Senato ha 100 seggi e i democratici possono arrivare a 51 o 52 di questi 100 che dà il controllo. Fra lo scandalo Epstein, la corruzione nella Casa Bianca, una serie di illegittimità, una serie di violazione della Costituzione, ci saranno capi di accusa per l'impeachment di Trump nella primavera del 2027 e la Camera, secondo me, farà l'impeachment. Poi bisogna capire che succede nel Senato, dove per proprio togliere la Casa Bianca da Trump ci vorrebbe un voto di 67 senatori su 100. Cosa che in questo momento sembra impossibile

Insomma: la posta in gioco è molto grossa. Con una camera su due i democratici possono azzoppare Trump. E con una maggioranza importante in entrambe le camere potrebbero pure farlo decadere.

Attenzione, però: perché se guardiamo i sondaggi non è ancora deciso un bel niente. Ci sono almeno 20 seggi che in gergo politico americano sono “toss up”, col risultato troppo incerto per essere ancora assegnato a uno dei due partiti. Una chiusura della guerra in Iran che faccia ripartire l’economia americana potrebbe giocare a favore di Trump. Che tuttavia, ha un’altra arma a suo favore. Il ridisegno dei collegi elettorali.

Lo scopo apparentemente è nobile: cambiare i confini alle mappe territoriali, per adeguarle ai cambiamenti demografici: ad esempio, la popolazione che si sposta, città che si spopolano, o che vedono aumentare la loro popolazione, per garantire che i collegi siano rappresentativi di un numero congruo e simile di elettori. Apparentemente, dicevamo: perché dietro la volontà di ridisegnare i collegi, a volte, ci sta il tentativo di alterare il risultato elettorale, spostando gli elettori da un collegio all’altro. Questo metodo, che in gergo si chiama gerrymandering, funziona soprattutto quando ci sono coorti di popolazioni molto coese – comunità afroamericane povere negli Stati del Sud – che magari vengono spostati in blocco da un collegio incerto a un collegio sicuro per i democratici.

Trump sta cercando di ridisegnare le collegi i collegi elettorali in diversi stati come Alabama, Mississippi, Texas. Praticamente questo vuol dire che ridisegnano la mappa elettorale per eliminare maggioranze democratiche e questo colpisce spesso zone nel sud dove ci sono poveri neri che tendono a votare per i democratici più che i repubblicani. Però alcuni giudici hanno bocciato i tentativi di Trump di ridisegnare i collegi elettorali. A mio avviso non sarà determinante questo tentativo di imbrogli. Poi bisogna vedere in novembre.

Ultima domanda: cosa succede se Trump perde davvero la maggioranza in una delle due camere? È la fine della sua presidenza? O è l'inizio di un tentativo di torcere in senso ancora più autoritario la democrazia americana? Secondo Alan Friedman, siamo più nel campo della seconda ipotesi.

Io credo che Trump perderà la maggioranza, come ho detto, in una o tutte e due le delle camere, ma non è la fine della sua presidenza. Sicuramente dà ai democratici la possibilità di bloccare alcuni delle iniziative, quindi si ricomincia a vedere un pochettino di checks and balances, di equilibri fra il Congresso e la Casa Bianca, visto che la Corte Suprema sta con Trump sempre. Però mentre l'impeachment andrà avanti nel 2027 e io temo che Trump è capace di far scattare, non voglio esagerare, quindi non dico una guerra civile, ma un'ondata di violenza politica. Ha già incitato, ha già aizzato la violenza politica nel passato e quando è arrabbiato farà questo. Cioè, fra qui e novembre midterm elections, Cuba minaccia Groenlandia, chissà cos'altro Trump farà. Ma dopo l'anno prossimo potremmo vedere un Trump ancora più impazzito e la mancanza di una maggioranza in Senato per togliere lui dalla Casa Bianca e quindi vivremo e conviveremo con Donald Trump alla Casa Bianca fino alla fine del suo mandato che scade il 20 di gennaio del 2029.

Insomma, per quanto possiamo girarci attorno, le elezioni di medio termine del 3 novembre 2026 sono lo snodo cruciale da cui passeranno un sacco di cose: la guerra in Iran, la crisi economica globale, la violenza politica negli Stati Uniti, forse addirittura la fine anticipata della presidenza Trump. Oppure, una sua trasformazione in qualcos’altro. Ecco perché è importante parlarne. Ecco perché è importante che non togliamo mai gli occhi di dosso da quell’elezione. Anche se pensiamo che non c’entri niente con noi

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