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Ma quindi i centri per migranti in Albania stanno davvero fun-zio-nan-do?

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Oggi su Direct rispondo alla domanda di Sara:

“Ma è vero che adesso i centri per i migranti in Albania stanno funzionando e sono pieni di persone grazie alle nuove regole europee sulle migrazioni?”

È quel che dicono i giornali di destra, Sara. Ti leggo un paio di titoli di mercoledì scorso, stranamente simili – ma nemmeno troppo stranamente, visto che l’editore è lo stesso. “Contrordine compagni, il Cpr in Albania funziona”, scrive il Giornale. “Scoop del Pd sui migranti, il centro in Albania funziona”, scrive Libero.

Entrambi si riferiscono alla recente ispezione del registro degli eventi critici consultato dalla parlamentare del Partito Democratico Rachele Scarpa.

In questa ispezione, Scarpa ha scoperto che all’interno di uno dei due centri in Albania, quello di Gjadër ci sono circa novanta persone. E in effetti non ce n’erano mai state tante. Per il giornali di destra, è la prova che stanno finalmente funzionando, che sono entrati a regime dopo un rodaggio durato anni.

Ma è davvero così? Andiamo a guardarci dentro.

Ma prima di tutto, facciamo un passo indietro e facciamo un ripasso su questi benedetti centri in Albania.

È novembre 2023 quando l’Italia e l’Albania firmano un protocollo d’intesa abbastanza innovativo, ratificato poi dal parlamento nel febbraio del 2024. In questo protocollo vengono istituti due centri di detenzione per stranieri, nei pressi degli abitati di Shëngjin e Gjadër. Questi due centri hanno una grande particolarità: pur essendo in Albania sono sottoposti alle leggi e alla giurisdizione italiana.

A cosa servono? A trasferirci i migranti adulti che fanno richiesta d’asilo e che provengono da Paesi che il governo ritiene sicuri. Di fatto, il governo italiano decide di trattare la loro richiesta di asilo in questi centri, e di farlo in modo accelerato. Se sono idonei, bene. Altrimenti, li rimpatria.

Ecco: diciamo che in questo paio di annetti scarsi non è andata esattamente così. 
Soprattutto per un motivo: perché le persone che venivano trasferite nei centri in Albania non provenivano da Paesi sicuri. Cioè: secondo la lista redatta del governo italiano lo erano. Ma secondo quella che è la fonte di diritto prevalente –  quella più forte, insomma – cioè le sentenze della Corte di Giustizia Europea, no.

Negli ultimi due anni, insomma, si è andati avanti così. Il governo portava gente nei centri in Albania, i giudici dicevano che quelle persone lì non ci dovevano stare e li mandavano indietro. Il governo se la prendeva coi giudici, dicendo che ostacolavano l’azione dell’esecutivo. E i giudici rispondevano che loro stavano semplicemente applicando leggi di un organo che era riconosciuto come fonte di diritto prevalente anche dal governo italiano.

A marzo 2025 arriva la prima svolta. Il governo decide con un decreto-legge di deportare nei centri in Albania anche i migranti già trattenuti nei Centri di permanenza per i rimpatri italiani (CPR). L’obiettivo, nemmeno troppo nascosto, era quello di riempire i centri e di farli funzionare. A che scopo? Boh, probabilmente per far dire a chi diceva che fun-zio-ne-ran-no, cioè a Giorgia Meloni, che stanno effettivamente funzionando.

Sta di fatto che i giudici sollevano ulteriori problemi alla Corte di Giustizia Europea. In particolare chiedono se vi sia compatibilità dei centri in Albania con due direttive europee: quella sui “Rimpatri”, che stabilisce, se, quando e come una persona può essere mandata in un Paese terzo, e quella sulle “Procedure”, che tutela il diritto del richiedente asilo a restare nello Stato membro fino alla decisione sulla domanda e, in certi casi, fino alla fine dei ricorsi. I centri sono sotto la giurisdizione italiana, ma non sono in territorio italiano, ricordate?

Un’ulteriore rottura di scatole per il governo, che tuttavia, insiste. A inizio febbraio, i corrispettivi europei dei partiti che compongono la maggioranza di governo italiana -Ecr per Fratelli d’Italia, Patrioti Europei per la Lega e Partito Popolare Europeo per Forza Italia votano in plenaria una norma che introduce un nuovo elenco di Paesi sicuri che ne ricomprende una serie, dal Bangladesh all’Egitto, che non c’erano nelle sentenze e negli elenchi della Corte di Giustizia Europea.

La maggioranza esulta: ora il governo può finalmente riempire i centri e rimpatriare i migranti. Ma, di nuovo, è davvero così?

Insomma. Per ora no.

I centri per migranti sono pieni per un altro motivo. Semplicemente, sono pieni delle persone trasferite dai Cpr italiani. E i tribunali non stanno intervenendo perché, per l’appunto, sono in attesa dei pronunciamenti della corte di giustizia europea su “rimpatri” e “procedure”. Le nuove norme saranno effettive da giugno, peraltro.

Il tema semmai è un altro, e forse è proprio a quello che dobbiamo prestare attenzione.

Primo: a “come” vengono deportati questi migranti in Albania. A segnalare situazioni particolarmente gravi è proprio Rachele Scarpa, che ha incontrato alcuni tra loro. Il caso più clamoroso però riguarda la deportazione in Albania del testimone di una morte su cui sta indagando la magistratura nel Cpr di Bari.

Secondo: non si capisce bene perché il governo stia continuando a mandare gente in Albania. Forse sta cercando di testare il funzionamento dei centri a pieno regime, così come dovrebbero essere a partire da giugno? Forse sta cercando di riempirli per evitare che la Corte dei Conti li chiuda, visto che sono una scatola vuota che, contati male, ci costa tra i 150 e i 200 milioni all’anno? O forse è una trovata elettorale pure questa, per portare gente a votare al referendum del 22 e 23 maggio?

Il fatto che tra i manifesti e i post social ci siano quelli di Fratelli d’Italia in cui si dice che se voti Sì, la magistratura non potrà più ostacolare i trasferimenti in Albania, non rendono peregrina nemmeno questa ipotesi. Ah, piccolo dettaglio: ovviamente il referendum coi centri in Albania non c’entra nulla. A meno che non si voglia suggerire che, se vince il Sì, i magistrati staranno molto più attenti a contraddire il governo.

Ma questo non lo stiamo dicendo noi.

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