
Donald Trump e Xi Jinping si sono finalmente incontrati a Pechino, quasi dieci anni dopo il loro ultimo incontro. Ma perché queste due potenze, che all'inizio del millennio erano due anelli della stessa catena, oggi sono in lite tra loro praticamente su tutto. Ripercorriamo la storia delle relazioni pericolose tra Usa e Cina, con la giornalista, scrittrice e sinologa Giada Messetti.
Oggi rispondo alla domanda di Alice:
Ma perché si parla di una nuova guerra fredda tra Usa e Cina?
Cara Alice, se si parla di una nuova guerra fredda tra Usa e Cina è perché, in estrema sintesi, parliamo delle due potenze che si sfidano per il predominio dell’economia mondiale in un periodo di grande trasformazione tecnologica. Ognuna di queste due potenze ha grandi punti di forza ed enormi debolezze e una sfera d’influenza geopolitica che si estende in buona parte del pianeta. Se si parla di guerra fredda, tuttavia, non è perché ci sono missili nucleari puntati sulle rispettive capitali, o due modelli politici ed economici contrapposti.
Anzi, fino a qualche anno fa Usa e Cina, erano due modelli in crescita e complementari. Gli Usa pensavano e la Cina produceva. Se avete qualche anno alle spalle, vi ricorderete il retro degli iPod: designed in California, made in China. Del resto, erano stati gli Stati Uniti, giusto venticinque anni fa, a spingere affinché la Cina entrasse nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il WTO. La globalizzazione stessa, di fatto, nasce in ragione di quella scelta: allungare il più possibile le catene del valore, aprire il mercato americano ai prodotti cinesi, e il mercato cinese ai prodotti americani.
Evidentemente, al tempo, non si pensò che quelle equilibrio potesse mutare nel breve periodo. Che la Cina potesse affrancarsi dal ruolo che gli Stati Uniti avevano disegnato per lei, e diventare altro. E che potesse andare a competere con gli Stati Uniti proprio sui terreni in cui Washington si sentiva inattaccabile.
Una potenza tecnologica, che già dal 2022 produce più domande di brevetti degli Stati Uniti d’America.
Una potenza geopolitica, con accordi di ampio respiro come One Belt, One Road, la cosiddetta nuova via della Seta.
Una potenza infrastrutturale che controlla porti e aeroporti in mezzo mondo, da Amburgo ad Addis Abeba, in Etiopia.
Una potenza coloniale in Africa, ad esempio, alla ricerca di materie prime e di nuovi mercati per i suoi prodotti.
Una potenza finanziaria, con il Renminbi che già è usato in oltre la metà delle transazioni cinesi con l’estero.
Una potenza militare, che sta colmando il divario con gli Usa grazie soprattutto a una marina già numericamente più grande di quella americana, e ai sistemi d’arma con intelligenza artificiale.
Tutto questo ha generato una conflittualità aperta che ha avuto una prima accelerazione con la prima presidenza Trump e una seconda accelerazione, ancora più marcata, quando nel 2025 il tycoon newyorkese è tornato a essere presidente degli Stati Uniti d’America.
In pochi mesi, Trump ha chiesto per sé la Groenlandia per evitare che finisca in mani cinesi, ha rivendicato per gli Stati Uniti il canale di Panama, che era anch’esso finito nelle mani di imprese statali cinesi, ha cambiato regime in Venezuela e ci ha provato in Iran, entrambi Paesi che commerciavano petrolio esclusivamente o quasi con la Cina, in ragione delle sanzioni americane. E forse – anzi sicuramente – me ne dimentico qualcuna.
E non è un caso che le reciproche visite di Stato si siano fatte molto rare. L’ultima visita di un presidente americano in Cina è datata 2017, prima presidenza Trump. E l’ultimo incontro su suolo americano è datato 2023, durante la presidenza Biden. Ultime fino a mercoledì scorso, quando Trump è sbarcato a Pechino accompagnato da 17 super ceo americani. Ma di cosa parleranno Trump e il presidente cinese Xi Jinping? Quali sono le questioni più spinose su cui si confronteranno Usa e Cina in questo vertice? Per rispondere a questa domanda ho chiesto una mano a Giada Messetti, alla giornalista e saggista e sinologa Giada Messetti, una delle più acute osservatrici della Cina in Italia:
Ormai la Cina e gli Stati Uniti sono due potenze che hanno entrambe la consapevolezza di essere le prime due potenze al mondo. Questo viaggio di Trump in Cina è stato molto importante perché simbolicamente la Cina si è definitivamente presa la posizione di parità. Xi Jinping ha fatto un discorso molto chiaro. Le questioni spinose sono soprattutto quelle commerciali, quelle tecnologiche e quelle geopolitiche legate anche all'influenza negli altri paesi. Dal punto di vista delle tecnologie, ovviamente il punto principale è l'intelligenza artificiale, ovvero capire come tentare di regolare l'intelligenza artificiale affinché in qualche modo non sfugga dal controllo di entrambe e trovare dei paletti da mettersi.
L’errore più grande su questo vertice, tuttavia, è vederlo solo nell’ottica di Trump, quella della potenza egemone che si sente minacciata. Anzi, forse è ancora più interessante assumere l’ottica cinese. A partire dall’ultima copertina che l’Economist ha dedicato ai due. Si vede Trump in primo piano, sfocato, che urla. E alle sue spalle Xi Jinping a fuoco, che sorride sornione. Il titolo è impietoso: “Mai fermare un tuo nemico mentre sta commettendo un errore”. E la postura di Xi Jinping – il presidente ingegnere che governerà la Cina a vita, come un dittatore – è proprio quella di chi attende semplicemente il prossimo errore del suo avversario, consapevole che la sua agitazione lo porterà a commetterne parecchi.
In fondo, però, Trump lo conosciamo bene, Xi meno. Come sta affrontando questa contrapposizione con gli Stati Uniti? Che strategia sta seguendo? Anche in questo caso, la risposta tocca a Giada Messetti:
Xi Jinping è un presidente cinese e quindi segue la strategia cinese. In questo momento con questo Trump così attivo e anche portatore di azioni molto invasive e aggressive, Xi Jinping sta più fermo possibile e segue quello che diceva già Sun Tsu nel manuale militare “L'arte della guerra”: “Vince chi non combatte”. Sta più fermo possibile, ma non significa che stia fermo, perché comunque l'attivismo diplomatico cinese degli ultimi mesi è molto forte. La Cina sia il presidente cinese che il ministro degli affari esteri cinesi hanno incontrato tantissimi diplomatici di tutto il mondo, quindi la strategia è quella di mostrarsi come la grande potenza alla pari degli Stati Uniti, responsabile, pacifica, affidabile, contrapposta a un'America che in questo momento destabilizza varie parti del mondo.
L’attacco all’Iran, ad esempio, è stato un grave errore di Trump.
Perché ha mostrato alla Cina tutti i difetti e le debolezze dell’esercito americano.
Perché ha mostrato al mondo che gli Stati Uniti oggi sono un fattore di instabilità, al contrario della Cina.
Perché ha legittimato a priori, una futura possibile invasione cinese di Taiwan.
E alla fine si torna sempre lì, a Taiwan. La questione delle questioni tra Cina e Stati Uniti. Il motivo ormai, se seguite Direct, lo sapete a memoria: la Cina ha già il controllo sulle materie prime dell’economia digitale. Pur avendo a disposizione solo il 33% delle riserve globali, la Cina estrae circa il 70% dei metalli rari oggi usati nel mondo per produrre smartphone, elettrodomestici, automobili, pannelli solari, robot, armi di ultima generazione. E controlla il mercato di 35 minerali critici. Merito di una strategia lungimirante, iniziata alla fine degli anni ‘70 quando ancora governava Deng Xiaoping. Se prendesse anche Taiwan, isola che la Cina rivendica per sé e a cui nessun Paese al mondo, almeno formalmente, riconosce sovranità e indipendenza dalla Repubblica Popolare Cinese, avrebbe anche il controllo sul mercato dei semiconduttori.
Sarebbe una mossa, questa, che darebbe alla Cina un potere geopolitico enorme. E che, giocoforza, terrorizza gli Usa e tutto il blocco Occidentale. È una situazione speculare a quella dell’America con l’Iran: attaccare Taiwan rischia di essere un azzardo fatale? E pure continuando ad affermare che prima o poi si prenderà l’isola, la Cina continuerà ad aspettare o prima o poi farà il grande passo? E in quel caso, cosa faranno gli Stati Uniti? Altro giro, altra domanda per Giada Messetti.
Taiwan è uno dei punti centrali delle relazioni Cina – Stati Uniti e questo l'ha ribadito anche Xi Jinping durante il viaggio di Trump a Pechino: ha proprio detto che una delle il rapporto tra Cina e Stati Uniti dipende da come gli Stati Uniti gestiscono Taiwan. Taiwan per la Cina è una questione identitaria, non è solo una questione politica, economica, tecnologica. Taiwan fa parte della Cina, è stata strappata alla Cina e quindi è ovvio che prima o poi il processo storico di riunificazione debba accadere. Io sono di quelle che pensa che non accadrà militarmente perché non c'è nessun vantaggio cinese nel fare una invasione anfibia, tra l'altro una un'operazione molto complessa a pochi chilometri dalla costa e dal mio punto di vista se ci fosse un'invasione è molto probabile che gli Stati Uniti interverrebbero, quindi significherebbe la terza guerra mondiale attaccata alle coste cinesi con la destabilizzazione totale dell'area dell'Asia Pacifico e quindi anche l'interruzione delle rotte commerciali. Io non vedo molto possibile un intervento armato, vedo possibile un intervento silenzioso, diciamo, di influenza, di anche influenza economica o anche di rapporti tra Cina e il partito dell'opposizione di Taiwan, che è il partito del Kuomintang. La cosa interessante è che gli Stati Uniti anche durante questo viaggio hanno confermato la loro posizione su Taiwan, però ad esempio iniziano a dire ad alta voce sia l'intelligence americana, sia per esempio Marco Rubio che la Cina non attaccherà Taiwan.
Sullo sfondo, ovviamente, c’è anche lo stato delle due leadership. Quella di Trump è debole, lo sappiamo, con sondaggi molto sfavorevoli e lo spettro delle elezioni di metà mandato che si avvicina. Dovesse perdere la maggioranza in una delle due camere, Trump si ritroverebbe azzoppato in un momento cruciale della sua presidenza, tantopiù con la prospettiva di non potersi ricandidare nel novembre del 2028. E Xi, invece? Lo dicevamo prima: è il primo presidente a vita della Repubblica Popolare, e ha accentrato su di sé un potere che nessun presidente cinese ha mai avuto prima. Ma c'è qualcosa che può rendere la sua leadership altrettanto instabile? Ci sono tensioni sociali che attraversano la Cina?
In questo momento ci sono più che tensioni, c'è scontento. Per la prima volta dopo tanti decenni i cinesi si lamentano perché ci sono dei problemi interni dovuti per esempio alla bolla immobiliare, alla crisi del settore immobiliare, al fatto che gli stipendi aumentano troppo poco, c'è la disoccupazione giovanile e quindi questo fa sì che spesso i giovani in qualche modo si lamentino e sappiano che le loro condizioni di vita, probabilmente, da adulti saranno peggiori delle loro condizioni di vita da ragazzini. E questo fa sì che, ad esempio, non non si sposino, non facciano i figli e questo crea un problema di denatalità e contemporaneamente un problema di invecchiamento della popolazione. C'è il rallentamento economico, quindi ci sono una serie di problemi interni, ma non aspettiamoci che ci siano delle ribellioni all'interno della Cina: i cinesi si muovono in maniera diversa da noi. Quindi Xi Jinping in questo momento è un capo di Stato che che deve gestire anche una transizione di modello economico, per esempio, c'è il tentativo di spostare un modello economico dipendente dall'export a farlo diventare un modello economico che dipende dal consumo interno e questo è ancora molto complicato da ottenere.
Insomma, quel che stiamo vedendo in questi giorni non è che l’antipasto di quel che saranno i prossimi anni. E forse la domanda che ci dobbiamo porre è un’altra: un tempo durante la prima guerra fredda era chiaro dove stessimo noi, quale fosse la nostra parte, il nostro campo da gioco. Ma adesso, invece? Da che parte sta l’Europa? Da che parte sta l’Italia? Chi dei due si può dire davvero nostro alleato, capace di portarci pace, benessere e prosperità?
Pensateci, prima di rispondere. Perché la risposta – perlomeno alla luce degli ultimi anni – non è così scontata come sembra.