
Non servirebbe farlo? Sono troppo pochi? Non sono abbastanza ricchi? Se li tassi, scappano? A tutte queste domande, la risposta è sempre no. Eppure nessuno, o quasi, ha il coraggio di parlare di una tassa sui grandi patrimoni. Proviamo a capire come mai, col giornalista Riccardo Staglianò
Oggi rispondo alla domanda di Alberto:
Ma perché non riusciamo a tassare i super ricchi?
È uno dei grandi paradossi del nostro tempo nei Paesi occidentali.
Prendiamo l’Italia: siamo un Paese col PIL che cresce meno in Europa, con il più grande debito pubblico d’Europa, i prezzi che crescono e un numero di poveri in grande aumento: oggi vivono in povertà assoluta circa 5,7 milioni di italiani, con un aumento del 43,3% negli ultimi dieci anni.
Dimenticavo: siamo anche uno dei Paesi con la più alta pressione fiscale d’Europa, pari a circa il 43% del prodotto interno lordo. Vuol dire che ogni 100 euro di ricchezza prodotta ogni anno in Italia, 43 finiscono in tasse. Di quei 100 euro, 94 provengono dai redditi delle persone o delle imprese, mentre 6 sono tasse sul patrimonio.
Fermiamoci un attimo: che differenza c’è tra reddito e patrimonio?
Semplificando molto: il reddito è un flusso di ricchezza percepito in un determinato arco di tempo, come ad esempio uno stipendio mensile. Mentre il patrimonio è la ricchezza che ciascuno di noi ha in un preciso istante. Se io prendo mille euro al mese, quello è il mio reddito. Se ho mille euro sul mio conto in banca e dieci case, quello è il mio patrimonio.
In Italia, dicevamo, vengono tassati quasi esclusivamente i redditi. In particolare, quelli dei lavoratori dipendenti e quelli dei pensionati, che da soli fanno l’85% del gettito dello Stato.
Sicuramente è il modo più semplice di tassare le persone: dipendenti e pensionati hanno un contratto, buste paga e le tasse si possono trattenere alla fonte, senza possibilità che la ricchezza venga nascosta. Ma è anche il modo più giusto? E quello che può far recuperare più soldi allo Stato? A entrambe le domande, la risposta è molto probabilmente no.
Soprattutto, non aiuta la crescita. Pensateci: se per assurdo i vostri redditi non fossero tassati, avreste la possibilità di spendere o di investire molti più soldi di quelli che potete spendere e investire ora. E questo, potenzialmente, genera altra crescita, alta ricchezza, altro reddito. Invece il patrimonio sta lì, fermo nei conti correnti, o immobilizzato in case che producono rendita, non reddito.
Eppure, niente: di tassare il patrimonio non se ne parla. E basta che se ne parli, che qualcuno dica “tassa patrimoniale”, che immediatamente partono accuse di espropri proletari e purghe staliniane. Come se il patrimonio, a differenza del reddito, fosse qualcosa di sacro e intoccabile.
Qualcuno, tuttavia, sta cominciando a mettere in discussione questa sacralità. Anche perché l’economia cresce poco, i redditi ancora di meno. Ma i patrimoni, a livello globale, crescono tantissimo. E soprattutto cresce tantissimo la ricchezza nelle mani di pochi super ricchi. Il dato ormai è arci noto: l'1% più ricco della popolazione possiede circa il 44% della ricchezza del pianeta. Addirittura, si stima che ci sia un gruppo di super-ricchi, composto da circa 60mila persone, che detiene un patrimonio equivalente a quello posseduto dalla metà più povera della popolazione mondiale. 60mila persone su un piatto della bilancia. Tre miliardi e mezzo di persone dall’altra parte della bilancia.
A favore della tassazione globale di questa élite di super ricchi ci sono soprattutto due grandi economisti francesi come Thomas Piketty e Gabriel Zucman, che hanno ipotizzato una tassa patrimoniale globale.
La proposta Zucman, sorattutto, è molto interessante. Si applica esclusivamente ai patrimoni personali che superano la soglia dei 100 milioni di euro, che vengono tassati del 2 o del 3 per cento. Ma se quel super ricco paga già un importo equivalente di tasse sul reddito, la patrimoniale si azzera. Se invece si limita a vivere di rendita, pagherà l’importo massimo.
E in Italia? In Italia le cose vanno meglio, ma fino a un certo punto; l’1% più ricco della popolazione detiene il 22% del patrimonio privato complessivo. E anche in Italia, come abbiamo visto, nessuno tassa quel patrimonio.
A sostenere con forza la necessità di una patrimoniale per i super ricchi non sono in molti: c’è Oxfam Italia, una Ong che si batte contro la povertà, alcuni partiti di sinistra come AVS e Rifondazione Comunista, sindacati come la CGIL. E alcuni opinionisti, come il giornalista e scrittore Riccardo Staglianò, che ha appena pubblicato un libro che si chiama, per l’appunto, Tassare i Milionari. È lui il nostro ospite della puntata di oggi di Direct. Ed è a lui che chiediamo di cosa stiamo parlando, esattamente, quando parliamo di patrimonale per i super ricchi? Quante persone la pagherebbero? E quanto entrerebbe nelle casse dello Stato?
“Nell'ipotesi che preferisco, ovvero quella di Oxfam Italia, stiamo parlando di persone che hanno un patrimonio netto di superiore a 5,4 milioni di euro, ovvero 50.000 persone in tutta Italia, vale a dire lo 0,1% più ricco della popolazione. Chiedendo loro un contributo aggiuntivo dall'1 al 3% verrebbero fuori sempre stando ai calcoli di Oxfam Italia, 13 miliardi di euro in più ogni anno. Praticamente una finanziaria gentilmente offerta dagli ultra ricchi con cui potremmo fare un sacco di cose buone per potenziare lo stato sociale, quindi per avvantaggiare il 99,9% degli italianI”.
Sembra la proposta perfetta, anche da un punto di vista elettorale. Colpisce solo lo 0,1% degli italiani, avvantaggia tutti gli altri e mette sul tavolo risorse aggiuntive da spendere per migliorare i servizi. Anche per la politica, insomma, è un affare d’ora: scontentarne pochissimi per accontentarne tanti. E allora, di nuovo: perché non si fa?
La prima obiezione dei nemici della patrimoniale è che i patrimoni di cui stiamo parlando non siano esattamente roba da super ricchi. Ad esempio, dicono, non bastano pochi milioni di euro di patrimonio per essere considerati ricchi. Il nodo del contendere in questo caso, non è la proposta di patrimoniale di Oxfam, ma un’altra proposta, quella che piace ad AVS e alla CGIL, che fissa l’asticella non a 5,4 milioni di euro, ma a 2 milioni. Bastano due milioni di euro per essere considerati super ricchi? O parliamo di gente che ha una casa in centro a Milano?
“Esistono anche altre ipotesi, come quella caldeggiata dalla CGIL di Maurizio Landini, e adesso di recente da una proposta di legge di iniziativa popolare, che mettono l'asticella a 2 milioni di euro di patrimonio netto. Non è la mia proposta preferita perché questa cifra rischia di spaventare anche alcuni benestanti del ceto medio. E tuttavia non c'è alcun motivo di spaventarsi, perché quando si parla di 2 milioni di euro, ovviamente, ad esempio la casa che è il cespite più grosso, non verrebbe conteggiata al suo valore di mercato, ma tipicamente a quello al valore catastale che circa un terzo di quello di mercato. In altre parole, se avete un appartamento da 1 milione e mezzo di euro, il suo valore catastale sarebbe intorno a 500.000 euro, quindi per arrivare ai famosi 2 milioni ci vorrebbero quattro appartamenti di quel tipo lì, quindi il ceto medio può dormire sonni tranquilli.
Quindi no, la patrimoniale ai super ricchi non tocca il ceto medio e nemmeno il ceto medio alto. Nè quella di Oxfam, né quella della CGIL, di AVS o di Rifondazione, che oggi è l’oggetto di una proposta di legge d’iniziativa popolare, peraltro.
Ma siccome la lista delle obiezioni è lunga, ci tocca occuparci di un altro punto, quello più delicato. Se metti la patrimoniale i ricchi trasferiscono i capitali all'estero, nei paradisi fiscali. Questa a ben vedere è l’obiezione più radicata, perché si fonda su un dato di realtà: a oggi, le persone non possono muoversi liberamente da un Paese all’altro, soprattutto da un Paese povero a uno ricco, mentre i capitali sì. Stringi stringi, la globalizzazione è questa qua. Capitali che scappano dalle tasse.
E se questo è vero, allora, come si fa evitare una fuga di capitali? Bisogna accettare il ricatto dei super ricchi e azzerare loro le tasse, per evitare che se ne scappino a Dubai? Secondo Staglianò è un rischio che si può correre:
“Quanto al rischio di un cosiddetto esodo di capitali, qualora si mettesse una patrimoniale, nei paesi dove la patrimoniale esiste, la Svizzera, la Norvegia e la Spagna, questa fuga non è affatto avvenuta, cioè la migrazione di milionari è in pari con quella di tutte le altre fasce di reddito, non solo il numero di milionari e miliardari in quei paesi, anche in quei paesi dove la patrimoniale c'è, cresce di anno in anno. Ed è il motivo per cui, diciamo, anche nel dibattito americano il sindaco di New York Zhoran Mandani che ha introdotto, ad esempio, questa piccola tassa sui gli appartamenti di ultra lusso sfitti le minacce, esistono le minacce dei miliardari di cambiare città, ma mettetevi nei panni di un miliardario: se voi aveste un appartamento con vista sul Central Park, vorreste davvero per un piccolo aggravio fiscale trasferirvi in un appartamento con vista centro commerciale a Dubai sarebbe semplicemente una follia”.
Ricapitoliamo, quindi.
La patrimoniale non è un freno alla crescita, anzi potrebbe portare all’aumento della capacità di spesa dello Stato e alla diminuzione delle tasse sul reddito e aumentare il potere d’acquisto delle famiglie e le capacità d’invesitmento delle imprese.
Non è nemmeno una tassa sulla classe media, perché colpisce una piccola frazione di super ricchi. E nella proposta di Gabriel Zucman, nemmeno tutti, ma solo quelli che vivono di rendita.
Non è nemmeno un incentivo alla figura dei capitali, visto che ci sono esempi di Paesi e città che hanno applicato tasse patrimoniali che non hanno visto diminuire il numero dei super ricchi residenti, anzi.
E allora: perché non non riusciamo a tassare i super ricchi?
Vi stupirà, ma la risposta a questa domanda è che probabilmente non riusciamo a tassarli perché non vogliamo tassarli.
O meglio, perché quando si parla di patrimoniale sembra che a non volerla siano persone che non la pagheranno mai. Cioè il ceto medio e anche persone povere o a rischio di impoverimento. Un paradosso nel paradosso, che Riccardo Staglianò prova a spiegare così:
"La riluttanza, quando non l'aperta ostilità dei poveri nei confronti di una patrimoniale che non li riguarderebbe affatto, è il mistero ultimo del dibattito sulla patrimoniale. Ho chiesto ad alcuni psicologi sociali che mi hanno spiegato, ad esempio, che i poveri sono gli ultimi a voler mettere in discussione il sistema e preferiscono dare la colpa a loro stessi, alle loro mancanze, ai loro difetti che gli hanno portati a non diventare ricchi. È una risposta fra le tante e una certezza è che la destra in questi decenni è stata bravissima a costruire una narrazione per cui le tasse sono tutte dei furti, praticamente, sia che riguardino i poveri che i ricchi e a far credere che una tassa patrimoniale anche sui milionari sarebbe il primo passo vrso una tassazione più forte anche nei confronti di quelli che milionari non sono. Bisogna destrutturare questa mitologia e raccontare le cose come stanno, ovvero che una tassa patrimoniale non riguarderebbe mai e poi mai né il ceto medio né tantomeno i poveri.
Lo diciamo a chi, come Alberto, pensa che una tassa patrimoniale per i super ricchi sia una cosa buona e giusta. Il vero problema, oggi come oggi, non è convincere i ricchi a pagarla. Ma convincere chi non è ricco, che sia giusto che anche i super ricchi paghino le tasse.
E se vi sembra assurdo, beh: benvenuti nel 2026.