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Ma la sinistra può davvero vincere le prossime elezioni contro Giorgia Meloni?

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Dopo anni in cui era quasi scontata la rielezione di Giorgia Meloni, in virtù del suo consenso, oggi la partita sembra davvero aperta, ma le cose possono cambiare ancora. I fattori chiave? La legge elettorale, i fattori Salis e Vannacci, e l'affluenza alle urne. Ne parliamo con Giovanni Diamanti di YouTrend.

Oggi rispondo alla domanda di Marco

Ma la sinistra può davvero vincere le prossime elezioni contro Giorgia Meloni?

Caro Marco, per parlare di questo tema dobbiamo partire necessariamente dal referendum costituzionale dello scorso 22 e 23 marzo. Quello vinto dal No col 53,2% dei consensi, pari a circa 15 millioni di voti, su 28 milioni di elettori, per un’affluenza pari al 58% circa.

Dobbiamo partire da qui perché per quanto chiunque si sia affrettato a dire che non è un voto politico, che la gente ha votato la riforma e non il governo, e che il No a cambiare la costituzione non è un Sì alle opposizioni, i fatti successivi al voto si sono incaricati di smentire questa interpretazione.

Primo: perché dal 24 marzo in poi il consenso per Meloni e la coalizione di destra si è progressivamente eroso, seppure solo di pochi punti percentuali.

Secondo: perché dal 24 marzo sono stati dimessi un ministro, Santanché, un sottosegretario, Delmastro e una capa di gabinetto, Bortolozzi, chiaro intento del governo di scrollarsi di dosso zavorre reputazionali importanti – si tratta di tre persone a vario titolo implicate in faccende giudiziarie di una certa importanza – per evitare di perdere altri voti.

Terzo: perché il risultato ha fatto crescere le velleità di vittoria delle opposizioni, accelerando la volontà di consolidare un’alleanza in grado di battere la destra, mettendo in moto una serie di dibattiti su programmi, perimetro della coalizione e scelta della leadership.

Quindi: se prima del referendum la rielezione di Meloni sembrava molto probabile, magari non scontata come quattro anni fa, oggi le cose si sono fatte improvvisamente più complesse.

A oggi, peraltro, le opposizioni hanno un’alleata in più: l’attuale legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum. Ricordate quando fu approvata? Era il 2017, la riforma costituzionale di Matteo Renzi era appena stata bocciata alle urne e l’Italia nei fatti era senza una legge elettorale. L’Italicum, la legge che Renzi aveva fatto approvare prima del referendum, valeva solo per la Camera, ma era comunque stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Lo stesso valeva per la legge del Senato, il cosiddetto Porcellum, la legge elettorale che il centrodestra berlusconiano aveva cambiato alla chetichella nel 2006, per evitare un tracollo elettorale.

Questa legge, proposta dall’allora parlamentare dem Ettore Rosato, fu votata da Pd, Forza Italia e Lega, principalmente, e consiste in una legge mista. Il 61% dei parlamentari viene eletto con sistema proporzionale e il 37% con un voto maggioritario. Non te la faccio troppo lunga ma è una legge che premia le coalizioni unite e quelle che hanno un voto meglio distribuito a livello nazionale.

Nel 2018, quando i poli erano tre, aveva favorito la coalizione di destra, che era risultata la più votata, e il Movimento Cinque Stelle, che aveva il voto meglio distribuito a livello nazionale. Nel 2022, allo stesso modo, aveva favorito l’unica coalizione in campo, sempre quella di destra, e il partito col voto meglio distribuito a livello nazionale, cioè Fratelli d’Italia, regalando a Giorgia Meloni, col solo 42% dei consensi complessivi, circa il 59% dei seggi in Parlamento.

Non sappiamo come andrà nel 2027, o quando si voterà, ma un’idea potremmo farcela.

A questo giro, infatti le coalizioni unite sono due: quella di destra e quella delle opposizioni, con l’eccezione di Azione di Carlo Calenda e Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, entrambe attorno al 3% dei consensi, stando ai sondaggi. E più o meno i loro consensi si equivalgono.

Per capire chi vince, quindi, conta la distribuzione dei voti a livello nazionale, che è decisiva per l’assegnazione dei collegi uninominali. E qui, una mano ce la dà il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. Che ok, non è un voto politico e tutto il resto, ma è comunque un voto dove il No ha prevalso in 17 regioni su 20. Abbastanza per poter dire che ci sono buone probabilità che le opposizioni abbiano consensi meglio distribuiti sul territorio.

Sarà un caso, ma in nome di una presunta necessità di maggior stabilità, la maggioranza più stabile di sempre – non a caso, quella che probabilmente esprimerà il governo più longevo della storia della repubblica – vuole cambiare la legge elettorale. E come? Sarà un caso, di nuovo, ma togliendo tutta la parte che distribuisce i seggi attraverso il voto nei collegi uninominali. Vince chi prende un voto in più. E se supera il 40% si becca pure un super premio di maggioranza.

Sarà un caso, insomma. Ma sembra proprio una legge a misura della destra. Come ci spiega anche un esperto di elezioni come Giovanni Diamanti di YouTrend.

Il centrodestra vuole cambiare la legge elettorale sostanzialmente per due ragioni, perché il Rosatellum è anzitutto una legge che non garantisce automaticamente una maggioranza chiara e dall'altro lato perché paradossalmente oggi pur avendo penalizzato fortemente il centrosinistra alle ultime elezioni politiche sulla ripartizione dei collegi, oggi questo sistema di collegi invece favorirebbe molto il centrosinistra, soprattutto nel Mezzogiorno d'Italia, dove potrebbe fare un vero e proprio cappotto se i risultati confermeranno quelle che sono le simulazioni che vengono fatte in questi mesi. Ecco, consideriamo un presupposto importante. La prossima legislatura è decisiva per l'elezione del Presidente della Repubblica, quindi ciascun parlamentare in più conta e può contare.

Insomma, il governo sembra intenzionato a cambiare la legge elettorale e ha la maggioranza per farlo. E, dimenticavo, in quella legge si nasconde un altro inghippo per la coalizione delle opposizioni. Stando a quanto si legge nella bozza presentata alla Camera, infatti, le coalizioni avrebbero l’obbligo di indicare, almeno nel programma da depositare assieme alle liste, il nome del candidato premier prescelto. Niente candidato, niente coalizione. Niente coalizione, niente premio di maggioranza.

Problema: la destra un candidato premier ce l’ha, ed è Giorgia Meloni, la premier uscente. Non è un calcolo complicato: il suo partito, Fratelli d’Italia, balla più o meno attorno al 28-30% dei consensi, mentre Forza Italia e Lega non vanno oltre il 7% o l’8% da anni. È scontato, nei fatti, sia lei.

Sul fronte opposto, le cose sono un po’ più complesse. E non è così peregrino pensare che l’indicazione del leader sia la seconda polpetta avvelenata che il governo Meloni ha cucinato per le opposizioni. Pd e Cinque Stelle, infatti, hanno rispettivamente il 22% e il 14% dei consensi, e il Pd da solo non fa nemmeno la metà dei consensi complessivi della coalizione. In altre parole: non può fare come col Rosatellum, dove si può andare senza indicare un premier e trovare un nome dopo il voto (come è stato fatto nelle ultime due tornate elettorali).  E non può scegliersi un leader in automatico, per acclamazione.

Le alternative sono due, quindi. O si trova un leader che non fa parte di nessun partito, come accadde con Romano Prodi nel 1996 e nel 2006. Oppure fa le primarie di coalizione tra i diversi leader di partito, una specie di elezione prima delle elezioni, per legittimare la scelta del candidato prima del voto attraverso il voto degli elettori della coalizione.

A oggi, la prima opzione è difficilmente percorribile, perché di “papi stranieri” ce ne sono molto pochi. Anzi, a dire il vero, a oggi, nessuno è ancora riuscito a scovarne uno dotato del ben che minimo appeal elettorale.

Rimangono le primarie, insomma. Che portano con loro il solito grande dubbio. Gli elettori degli altri partiti, gli sconfitti, saranno disposti a sostenere il candidato che vince, anche se non è il loro? Anche qui ci viene in soccorso Giovanni Diamanti.

Le primarie sono quasi sempre un successo, va detto, per il centrosinistra lo sono state quasi in ogni occasione perché mobilitano perché mandano un messaggio, un messaggio di partecipazione dal basso, di libertà e autonomia della base nella scelta dei candidati, di autonomia da da quelle che sono le segreterie dei partiti, in un momento in cui i partiti non godono di consensi straordinari nella popolazione e anche perché mostrano plasticamente la classe dirigente del centrosinistra e la classe dirigente del centrosinistra si è rivelata in diversi casi essere di qualità elevata. Però sono un'elezione dura, sono una campagna complessa. Perché si attaccano gli alleati, ci si confronta e ci si attacca tra alleati, si creano scorie, si creano problemi relazionali. Per questo ci vuole il giusto timing per impostarle, per realizzarle, per costruirle. Ecco, oggi potrebbe essere un po' troppo presto se le elezioni dovessero essere a 2027 inoltrato e sarebbe una campagna difficile fatta forse con un po' troppo anticipo.

Nel contesto delle primarie, peraltro, si inserisce una potenziale novità dello scenario politico. Stiamo parlando di Silvia Salis. 41 anni, ex campionessa di lancio del martello, ed ex vicepresidente del Coni, Salis è stata eletta sindaca di Genova lo scorso 29 maggio, al primo turno, col 51,6% dei consensi e tutta la coalizione delle opposizioni alle sue spalle. Pur essendo considerata molto vicina a Matteo Renzi, Salis ha dato un’impronta di sinistra ai primi mesi di mandato, schierandosi per il Sì ai referendum su giustizia e lavoro, marciando per la Palestina insieme a decine di migliaia di genovesi a sostegno della Global Sumud Flotilla e registrando all’anagrafe i figli di coppie omogenitoriali. Qualcuno, sin da subito, ha pensato a lei come candidato federatore. Lei, pochi giorni fa, si è resa disponibile a correre alle primarie.

Ma chi vincerebbe oggi tra Schlein, Conte e Salis?

Bella domanda.

L’ultimo sondaggio disponibile indica come favorita Elly Schlein, con un consenso tra il 36% e il 41%, mentre Salis e Conte sono appaiati, un po’ più indietro tra il 25% e il 30%.

Strada lunga, insomma. Ma Il centrosinistra, almeno su questo non rischiamo di sbagliarci, ha una potenziale freccia in più al suo arco. Scendesse in campo per le primarie e poi alle elezioni politiche, Salis avrebbe comunque la forza di dare un volto spendibile e popolare a un centro della coalizione a cui tutto questo manca come l’aria. E potrebbe provare a erodere un po’ di voti ad Azione e anche a Forza Italia.

E a destra? Beh, a destra c’è lui, il generale eurodeputato Roberto Vannacci, eletto e fuoriuscito dalla Lega. Che col suo Futuro Nazionale, a differenza di Salis, rischia di togliere voti alla destra. A oggi è accreditato del 3% circa dei consensi, nonostante sia praticamente sparito dai giornali e dai talk show di area, proprio a causa dalla sua uscita dall’alleanza di governo. Ma saranno davvero Salis e Vannacci i fattori decisivi delle prossime elezioni? Ci risponde, ancora, Giovanni Diamanti.

Salis e Vannacci sono due cose diverse, però sono due cose diverse che rientrano in un discorso complessivo generale. Il presupposto è che se si votasse oggi le elezioni sarebbero un testa a testa, sarebbero una partita all'ultimo voto e in una partita all'ultimo voto chiunque diventa decisivo.

Vannacci è dato al 3-4% dei consensi, francamente non penso possa andare molto oltre, però un 3-4% dei consensi oggi in una coalizione o fuori dalla coalizione può fare la differenza. Un Vannacci alleato con il centrodestra può fare la differenza. Salis gioca un ruolo una partita diversa, gioca in un campo diverso. Salis non è solo decisiva, può essere protagonista di questa tornata elettorale. Può esserlo. Quello che è interessante è capire se per lei questa è la sua partita o se la sua partita sarà quella successiva. Raramente si è vista una leader che non ancora candidata sia stata così centrale e dominante nell'agenda mediatica e politica. Certo, però ad oggi lei è la sindaca di Genova, non è la leader di un partito e non è candidata alla leadership né di un partito né di una coalizione.

E poi c’è la variabile impazzita, quella che rischia di far saltare il banco e ogni previsione: l’affluenza. Ricordate il panico tra i sondaggisti quando si è scoperto che la partecipazione al voto al referendum sulla giustizia era stata molto più alta delle aspettative? Con queste percentuali siamo in terra ignota, hanno detto quasi tutti. Cioè: saltano tutti i modelli di previsione. E avete visto in Ungheria, dove per mandare a casa il premier ungherese Viktor Orban è andato a votare il 77% degli aventi diritto? Sono numeri pazzeschi in una fase di partecipazione al voto che da anni era in costante diminuzione.

Soprattutto, sono numeri che certificano un crescente interesse dei giovani nella politica.

Al dunque: finora tutti stanno stimando una partecipazione al voto alle prossime politiche di circa il 50%-60% dell’elettorato. Ma cosa succederebbe se votasse anche in Italia il 70% degli aventi diritto? Anche questa, è una domanda che abbiamo girato a Giovanni Diamanti:

Certo, il tasso di affluenza sarà decisivo, ma lo è sempre perché spesso con un'affluenza che si è abbassata rispetto a qualche decennio fa a decidere le elezioni è chi sta a casa, quali sono i segmenti elettorali tra quelli potenziali, tra quelli decisivi, tra i famosi swing voters che rimangono a casa e quali sono quelli che invece si recano alle le urne. Questo fa tutta la differenza del mondo. Eh, in particolar modo dopo il referendum abbiamo visto che c'è un un elettorato, un mondo, parliamo di milioni di persone che da tempo si rifugiava nell'astensione perché non si riconosceva nell'offerta politica in campo e che per la prima volta dopo anni è tornato a votare. Ecco, riuscire a riportarlo anche tra un anno per il centrosinistra non è automatico, non è scontato. Ma dovesse farcela, questo può fare la differenza.

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