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Oggi rispondo alla domanda di Paolo:
Ma davvero rischiamo una crisi economica senza precedenti, se lo stretto di Hormuz rimane chiuso?
“La più grande interruzione globale nella storia del mercato petrolifero globale”. Così l’Agenzia Internazionale per l’Energia ha definito solo pochi giorni fa l’attuale situazione sul mercato degli idrocarburi.
Una situazione figlia, lo ricordiamo, dalla decisione di Usa e Israele di attaccare il regime iraniano, bombardane le città e le infrastrutture strategiche e decapitandone i vertici con omicidi mirati, come quello alla Guida Suprema Ali Khamenei.
Un attacco che ha provocato una reazione altrettanto violenta di Teheran. Che a sua volta ha attaccato le città israeliane, le basi americane e le grandi metropoli degli emirati arabi, come Dubai. Ma anche le raffinerie di petrolio e i depositi di gas. Fino ad arrivare a fare quel tutti temevano davvero: chiudere lo stretto di Hormuz.
Ma perché questo stretto è così importante?
E perché rischia di trasformare una crisi tutto sommato regionale, in una crisi economica mondiale?
Andiamo con ordine.
Lo stretto di Hormuz è quel che si definisce un passaggio marittimo strategico. Tuttavia, è quasi un eufemismo parlarne in questi termini. È opinione quasi unanime che lo stretto di Hormuz è lo stretto più importante del mondo. È infatti la striscia di mare che bisogna attraversare per passare dal Golfo Persico al mare d’Arabia e poi, all’Oceano Indiano. Di fatto, praticamente tutto il petrolio estratto in Medio Oriente passa da qui. Tanto per dare due numeri: il 20% di tutto il petrolio consumato ogni giorno al mondo e il 15% del gas naturale liquido.
Ai due lati dello stretto di Hormuz ci sono le coste dell’Iran e quelle dell’Oman. Tecnicamente, le navi in ingresso nello stretto passano dalle acque territoriali iraniane e quelle in uscita dalle acque omanite. Ma se uno dei due governi decide di chiudere le sue acque territoriali, impedendo il passaggio delle navi, di fatto, si blocca tutto, e non c’è modo – almeno nel breve periodo – di passare altrove.
Per ora i prezzi del petrolio non stanno crescendo tanto. Un po’ perché l'agenzia internazionale per l’energia ha messo sul mercato 400 milioni di barili di riserve strategiche per calmare i mercati. Un po’ perché i mercati si aspettano che il blocco non duri molto.
E anche Trump ha scommesso su questo – o sta semplicemente mandando segnali in questa direzione – pensando che avrebbe cambiato la leadership iraniana un po’ come ha fatto in Venezuela, senza colpo ferire.
Ma per Mariangela Pira, giornalista economica di SkyTg24, probabilmente Trump ha sbagliato i suoi calcoli.
Una chiusura prolungata di Hormuz è un rischio che esiste. Gli obiettivi erano diversi dall’inizio e c’è caos nella gestione, come se non abbiano capito dove si trovano, il contesto del Medio Oriente. Io credo che Trump, se vuole risolvere la questione, dovrà chiedere l’aiuto di tutti, anche della Cina. Se non ci riesce, se continua a dire che sta vincendo la guerra, il rischio di una chiusura prolungata di Hormuz c’è. E porta con sé un aumento generalizzato dei prezzi. Non a caso la FED ieri ha lasciato i tassi invariati. E l’intenzione di abbassarli, ovviamente, non c’è.
Cosa succede se il mondo si trova all’improvviso con il 20% di petrolio e il 15% di gas naturale in meno?
Abbastanza semplice: che i prezzi salgono. E che chi estrae petrolio altrove se ne avvantaggia, perché lo vende a un prezzo più alto a chi altrimenti rimarrebbe senza. O perché non è costretto a cercare nuovi e più costosi venditori.
Ad esempio, si avvantaggiano gli Stati Uniti d’America e la Russia.
Mentre soffrono enormemente le manifatture europee come Italia e Germania. Che usano un sacco di fonti fossili come gas e petrolio, ma non sono Paesi produttori.
Però la questione è un po’ più complessa di così. Ad esempio c’è la questione dei fertilizzanti. Dal canale di Hormuz transitano infatti circa il 27% dei flussi mondiali di ammoniaca e il 35% di quelli di urea – due fertilizzanti fondamentali per l’agricoltura e l’allevamento di mezzo mondo, anche degli Stati Uniti. Come spiega bene, di nuovo, Mariangela Pira.
Perde chiunque, secondo me. Prendiamo gli Stati Uniti: sta vincendo, può utilizzare la leva petrolifera, ha messo all'angolo la Cina. Però se chiudi Hormuz, blocchi anche i flussi di gas, che servono per fare fertilizzanti. E quindi dai alla Cina la leva dei fertilizzanti, oltre alle terre rare. Questa è la prova che non c'è strategia, che non sanno cosa stanno facendo. E rischiano di portare il mondo e l'America verso il nemico numero uno: l'inflazione.
Altra questione: lo scenario può peggiorare fino a innescare una crisi economica globale, tipo quella del 2008?
Anche qui, andiamoci piano. Primo: perché le scorte di petrolio sono molto alte. Le riserve globali di greggio e prodotti petroliferi sono stimate più o meno in 8,2 miliardi di barili, il livello più alto dal 2021.
Secondo: perché pur nella follia di questi giorni è difficile pensare che i grandi del pianeta vadano volontariamente a sbattere contro una crisi economica globale, senza fare nulla per evitarla.
Eppure, ragionando per assurdo, il rischio concreto c’è.
L’aumento del prezzo del petrolio e del gas non è solo un disastro perché aumenta il prezzo della benzina, per dire.
Dei fertilizzanti e dell’impatto sull’agricoltura, l’allevamento e l’industria alimentare abbiamo già detto. Ma i settori colpiti sono tantissimi in un mondo che ancora dipende tantissimo dagli idrocarburi. Già oggi si registrano problemi nella produzione dei polimeri plastici, ad esempio, che hanno bisogno di gas naturali e nafta.
Se tutta la produzione diventa più costosa e si contrae, l’effetto si scarica sia sulla produzione sia sui prezzi al consumo. In altre parole, si produrrà di meno, quindi ci sarà meno lavoro. E quel che produrremo costerà di più, quindi aumenteranno i prezzi al consumo.
Il mix di questi due effetti ha un nome che fa paura: stagflazione. Ed è un problema enorme, perché quando hai la stagflazione, un mix di stagnazione e inflazione che è molto molto difficile da combattere.
Voi immaginate di essere nei panni di una banca centrale. È un periodo di vacche magre e non puoi abbassare i tassi perché c'è il caro prezzi. E non puoi alzarli, altrimenti mandi l'economia in ulteriore depressione. Poi un conto sono gli Usa, un conto siamo noi: per il nostro Paese il rischio di finire in stagflazione è molto più alto
Ma perché per l’Italia il rischio è più alto, come dice Mariangela Pira?
Perché siamo un Paese che dipende dall’energia altrui e per noi il prezzo dell’energia è un problema serissimo.
Perché le nostre imprese sono trasformatrici e dipendono dai semilavorati prodotti altrove, tipo i polimeri industriali.
Perché le nostre imprese sono in larga parte dipendenti dall’export, e se c’è una gelata sui mercati esteri, rischiamo di pagare la crisi di rimbalzo.
Perché siamo già sul filo della recessione con una crescita di poco sopra lo zero.
Perché il potere d’acquisto delle famiglie è già molto basso.
E perché abbiamo pochi spazi di manovra, col debito che abbiamo, per poter controbilanciare gli effetti di uno shock negativo, come ad esempio azzerare le accise sui carburanti dalla sera alla mattina.
Non mi credete? Allora anche qui ci dobbiamo affidare alle parole di qualcuno che ne sa più di noi, come il professor Carlo Cottarelli. Secondo lui, cito testuale “a livelli di prezzo non troppo lontani da quelli attuali, il PIL potrebbe ridursi di circa un punto percentuale rispetto a uno scenario senza shock energetico. E, considerando che l’economia italiana cresce intorno allo 0,5%-0,7%, ciò significherebbe entrare in recessione. Anche l’inflazione risentirebbe dei rincari sul greggio: potrebbe arrivare intorno al 3%, di fatto raddoppiando rispetto all’attuale 1,5%. Ma se il rialzo si rivelasse ancora più forte, l’impatto recessivo e inflattivo sarebbe naturalmente ancora più marcato”.
Ecco perché è una situazione che non va sottovalutata.
E che no, non ci deve far dormire sonni tranquilli.