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Ma davvero con la riforma della giustizia il governo metterà i pubblici ministeri sotto il suo controllo?

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Partiamo come sempre dalle domande. Oggi dalla domanda di Sara:

Ma davvero con la riforma della giustizia il governo metterà i pubblici ministeri sotto il suo controllo?

Cara Sara, parliamoci chiaro: siamo in presenza di un gigantesco paradosso.

Perché – è vero – nei sette articoli della nostra Costituzione che verranno toccati dalla riforma che saremo chiamati a confermare o rigettare i prossimi 22 e 23 marzo non c’è scritto da nessuna parte che la magistratura requirente, cioè i pubblici ministeri, quella che per semplicità definiamo l’accusa, passerà sotto il controllo dell’esecutivo, e in particolare del ministero di grazia e giustizia.

Eppure, probabilmente, molti elettori andranno a votare al referendum proprio partendo da questa domanda: con questa riforma i giudici sono più o meno indipendenti dalla politica? 

Premessa: perdonatemi se a volte userò termini da profani, ma è materia molto tecnica, questa. E a volte, per farsi capire, serve semplificare un po’.

Questa riforma si occupa prevalentemente di due temi: la separazione definitiva e totale delle carriere di giudici e pubblici ministeri. E la ridefinizione degli organi di auto-governo della magistratura – che da uno, il CSM, diventano due – e di come vengono composti, con l’introduzione del sorteggio.

Qual è la ragione alla base di questa modifica? Come mai, soprattutto, i costituenti avevano deciso che le carriere di giudici e pubblici ministeri non dovessero essere separate?

I costituenti italiani non separarono le carriere tra giudici e pubblici ministeri per proteggere l'indipendenza del PM dal potere politico. L’idea, peraltro non unanime, era che la magistratura fosse più indipendente e forte come corpo unico.

Venivamo dal fascismo del resto, e si voleva evitare in ogni modo che una parte della magistratura, nella fattispecie i pubblici ministeri, finissero sotto il controllo della politica.

Questa convinzione aveva ragione d’essere, peraltro.

Perché là dove le carriere erano state separate, nel mondo anglosassone, come del resto in molti Paesi europei con un’organizzazione della giustizia più simile alla nostra, come Francia e Germania, i pubblici ministeri erano e sono effettivamente finiti sotto il controllo del ministero della giustizia, o di un suo equivalente.  Per dirla con le parole del consigliere di cassazione Raffaello Magi, “un pm separato dal giudice esiste in tante parti d'Europa e del mondo. Ma in nove casi su dieci risponde al potere esecutivo”.

Come mai avviene questo? Perché chi ha separato le carriere, altrove, ha sentito il bisogno di mettere i pm sotto il ministero della giustizia? 

La ragione, se così si può dire, è democratica: la "pubblica accusa" rappresenta l'interesse generale definito dal governo in carica, che definisce la politica penale e la indirizza. I pm in entrambi i Paesi non ricevono indicazioni sui casi specifici, ma devono attenersi a quanto la politica decide.
Ad esempio, in quei sistemi è il governo a stabilire quali fenomeni criminali da contrastare con priorità, siano essi la mafia, i reati ambientali, il terrorismo.

In realtà pure questo c’è già, o quasi, in Italia. La riforma Cartabia, quella che di fatto ha già separato le carriere di giudici e PM ha introdotto la delega al governo a "prevedere che gli uffici del pubblico ministero, per garantire l'efficace e uniforme esercizio dell'azione penale, *nell'ambito dei criteri generali indicati dal Parlamento con legge*, individuino criteri di priorità trasparenti e predeterminati, da indicare nei progetti organizzativi delle procure della Repubblica", e quindi da sottoporre poi al CSM che approva questi progetti, "al fine di selezionare le notizie di reato da trattare con precedenza rispetto alle altre".

Tradotto: il Parlamento decide le priorità, il CSM approva e le procure ne devono tenere conto. Finora, tuttavia, il Parlamento non ha mai indicato questi criteri generali con una legge, quindi la questione è rimasta ferma.

Altro giro, altra domanda. Ma se questo accade in Francia e Germania, e più o meno, pure in Spagna, che sono democrazie compiute e mature come la nostra, perché noi abbiamo così tanta paura di mettere i pubblici ministeri sotto l’ala del governo?

Perché il nostro è un Paese diverso, con una Storia diversa, molto semplicemente.

Quando i costituenti pensarono di togliere i pubblici ministeri dal controllo della politica, ad esempio, eravamo appena usciti da vent’anni di totalitarismo fascista. E si pensava, legittimamente, che più la magistratura era indipendente dalla politica, più era un bene.

A differenza di Francia, Germania e Spagna, poi, noi abbiamo avuto anche altre anomalie.

Abbiamo tre mafie, tanto per cominciare, tra le più potenti al mondo, che più volte si sono infiltrate nel mondo politico.

Abbiamo avuto gli anni di piombo, e rapporti oscuri e strani tra le due opposte eversioni e il mondo dei servizi segreti e della politica.

Abbiamo avuto Tangentopoli, primo e unico caso al mondo, se la memoria non inganna, in cui una grande inchiesta della magistratura sulla corruzione ha spazzato via un’intera classe politica e tutti i partiti di governo dal 1948 al 1992. O anche le tante inchieste su Berlusconi, quando era presidente del consiglio.

Se nel bene o nel male, non lo so. Ma di sicuro, se la magistratura fosse stata sotto il controllo del governo, forse la gestione di questi macro fenomeni sarebbe stata molto diversa.

Non a caso, i precedenti tentativi di riforma costituzionale della giustizia, ad esempio quelli proposti proprio da Berlusconi, miravano ad assoggettare i pubblici ministeri al governo proprio per evitare quello che lo stesso Berlusconi definiva “uso politico della giustizia”.

La questione, insomma, è aperta.

Da un lato, in questa riforma, i pubblici ministeri rimangono formalmente fuori dalla sfera di controllo del governo.

Dall’altro, in tutti i sistemi con carriere separate, o quasi, sono assoggettati al controllo dell’esecutivo.

Da un lato, quindi, non si dovrebbe votare a partire da questa ipotesi, o ponendosi questa domanda.

Dall’altro, c’è sempre il rischio che questa riforma sia solo il primo atto della commedia. Per mettere i pubblici ministeri sotto il controllo del governo, del resto, prima devi separare le carriere in modo netto e recidere ogni forma di legame ancora esistente. In pratica, non devono essere solo due carriere separate, ma due mestieri diversi, con culture giuridiche diverse, organi di autogoverno diversi. Tutto diverso.

Quindi, in qualche modo, ha ragione chi – come aveva fatto il professor Barbero – dice che votare No è l’unico modo per essere sicuri al 100% che in futuro i pm non finiscano sotto il controllo del governo. Mentre se voti sì, non succederà domani, con questa riforma. Ma ti esponi al rischio concreto – o poni le basi per l’opportunità, dipende come la pensi – che in un futuro possa accadere.

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