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Dobbiamo raffreddare le nostre città per salvarci dalla crisi climatica – con Stefano Mancuso

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Fare delle piante un'infrastruttura climatica e non solo un decoro. Togliere le automobili dalle strade. Mettere terra, arbusti e piante al posto dell'asfalto e del cemento. Solo così le città potranno diventare la soluzione, e non un aggravante della crisi climatica. Ne parliamo con il neurobiologo Stefano Mancuso

Oggi rispondo alla domanda di Alberto:

“Ma davvero non c’è più nulla da fare contro la crisi climatica e dobbiamo semplicemente adattarci a temperature sempre più alte? E come si fa?”

Allora, partiamo dall’inizio. Intanto: che siamo nel mezzo di una crisi climatica, oggi, credo non lo neghi più nessuno. Sebbene se ne parli solo d’estate, quando le temperature diventano insopportabili. Questo giugno, in particolare, è stato devastante. Tanto per fare qualche esempio: a Roma è stato il mese più caldo degli ultimi dieci anni. In Inghilterra, il mese più caldo di sempre, perlomeno da quando vengono registrate le temperature. E anche i mari e gli oceani non sono mai stati tanto caldi come oggi. Peraltro, senza voler spaventare nessuno, secondo Copernicus, programma di osservazione della Terra dell’Unione Europea, questa ondata di calore rischia di generare numerosi eventi climatici estremi, nelle prossime settimane: bombe d’acqua, tornado, cose così.

Di fronte a tutto questo ci sono sempre più persone che dicono che dobbiamo “adattarci”.

Sul concetto di adattamento, tuttavia, ci sono due scuole di pensiero. La prima è quella del presidente del Senato Ignazio La Russa, secondo cui “I Caraibi vivono da un sacco di tempo con questo clima, e sopravvivono, vuol dire che ci abitueremo al clima caraibico”. Abituarsi, adattarsi, per La Russa vuol dire comprare condizionatori per potersi gustare la propria caipirinha con l’ombrellino, quindi. Sempre che, ovviamente, tu ti possa permettere il condizionatore, s’intende.

Oggi però ha più senso parlare di un altro concetto di adattamento. Far sì cioè che gli spazi pubblici, e in particolare le città, diventino luoghi a misura della necessità di combattere la crisi climatica per tutte le persone che le abitano. E che contemporaneamente, diventino luoghi che oltre a creare argini alla crisi climatica possono concorrere a evitare che le temperature continuino ad aumentare. In altre parole, oggi parleremo di come raffreddare le città. E lo faremo con la persona che più di tutte si è prodigato, in questi anni, di raccontarci un nuovo modo di abitare il pianeta. Parlo del neurobiologo vegetale Stefano Mancuso, professore all'Università di Firenze e direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale, che è considerato un'autorità mondiale nel campo dell'etologia vegetale.

Sarà lui, oggi, ad aiutarci a capire perché dobbiamo raffreddare le città, e come possiamo farlo.

"Beh, le città sono il luogo in cui viviamo, sono diventate praticamente la casa della nostra specie, la casa dell'umanità. Dobbiamo pensare che dal 1970 ad oggi c'è stato un vero e proprio ribaltamento della quantità di persone che vivono in città. Cinquant’anni fa soltanto il 30% dell'umanità viveva in città, oggi in Europa, nel continente americano, nord e sud, in gran parte dell'Asia, praticamente con la sola esclusione dell'Africa, intorno all'80% della popolazione vive in ambiente urbano e quindi è per forza di cose le sono le città i luoghi in cui la crisi climatica – il riscaldamento globale, meglio – iniziano perché sono il luogo in cui gli uomini l'essere umano produce il i gas che provocano il riscaldamento del pianeta, ma sono anche in qualche maniera una soluzione, nel senso che dovremmo capire che, ad esempio, intorno all'80% dell'anidride carbonica è prodotta in ambiente urbano. Le città rappresentano soltanto una frazione minuscola delle terre abitabili, intorno all'1,5% fra l'1,5 e il 2%. In pratica, cosa vuol dire? Vuol dire che non sono né un alleato né un nemico, sono il luogo in cui viviamo, al momento sono sicuramente la fonte principale di aggressione al pianeta, ma possono rapidissimamente diventare anche il luogo della nostra ritrovata, come dire, o come potremmo dire, amicizia con con con il pianeta che ci ospita. Dovremmo immaginare delle città diverse, dovremmo immaginare delle città con un metabolismo, quindi con una capacità, con un'efficienza molto superiore, però è qualcosa che si può fare, è qualcosa diciamo, di cui abbiamo le competenze, di cui esistono le soluzioni tecniche, è semplicemente un una questione culturale che ci blocca, che ci impedisce di costruire e di immaginare delle città diverse".

E allora proviamo a rompere un po’ di blocchi culturali e a immaginarle, queste nuove città. Partendo da un dato fondamentale. Oggi chi abita in città ha più caldo di chi non vi abita. Perché ci sono i motori dell’aria condizionata che buttano fuori l’aria calda per raffreddare gli ambienti interni. Perché ci sono le automobili incolonnate. Perché c’è l’asfalto per terra, che assorbe il calore e lo rilascia in atmosfera. Tanto per fare un esempio: il nostro video reporter Peppe Pace ha misurato la temperatura a terra del nuovissimo lungomare di Napoli fatto di asfalto e pietra. Beh, a un metro e mezzo da terra la temperatura era di 40 gradi, superiore alla media di quel giorno a Napoli. Appoggiando a terra il termometro, la colonnina del mercurio arrivava a segnare 50 gradi. Tradotto: oggi le città si scaldano più del resto del pianeta. Ma è proprio partendo dalle città che possiamo cominciare a raffreddarlo. Ma come si raffredda una città? Stefano Mancuso, nei suoi libri, ha una soluzione su tutte: le piante e gli alberi come infrastruttura climatica. Ma cosa intende?

Le città dovrebbero essere immaginate, costruite, ma anche quelle che esistono, modificate rapidissimamente per renderle resistenti al riscaldamento globale. Le ondate di calore che ormai sono diventate la normalità, nel senso che diventano sempre più lunghe, sempre più potenti, colpiscono soprattutto le città. Le città si stanno scaldando a una velocità molto superiore al resto del pianeta per capirci mentre il pianeta rispetto agli inizi del 900 è più caldo intorno a 1 grado e mezzo, l'Europa è più calda di 2,2 gradi e l'Italia un pochettino di più, ma le nostre città, beh, le nostre città rispetto agli anni 60 sono già più più calde mediamente fra i 3 e i 3,5 gradi.  E quindi c'è questa urgenza, questa necessità fondamentale di raffreddarle. Ora come si fa a raffreddare una città? Non c'è che una maniera: attraverso gli alberi. Quindi le nostre città dovrebbero essere coperte di piante, di alberi e in quantità tali da poter realmente raffreddare e abbassare la temperatura della città, cosa che si può fare, ma è chiaro che la quantità di piante e di alberi deve essere sufficiente.

Ora, normalmente questa storia degli alberi, delle piante in città viene considerata una specie di pezza dalle amministrazioni che mettendo qualche decina, qualche migliaia di alberi ritengo di aver fatto tutto ciò che era possibile fare. Questo non è assolutamente più possibile e scusabile, nel senso che bisogna raffreddarle davvero e per raffreddarle bisogna mettere non qualche decina, non qualche centinaia, non qualche migliaia, bisogna mettere centinaia di migliaia di alberi, bisogna coprirle in maniera significativa. E chiaramente la prima domanda che salta che che viene posta, normalmente, è: ma come si fa, dove li si mette tutti questi alberi? Bisogna trovare lo spazio e se lo spazio non c'è più disponibile, allora bisogna crearlo e cosa si può eliminare? Io credo che noi dovremmo immaginare, dovremmo iniziare a pensare a ridurre la quantità di strade che occupa la superficie delle nostre città e al posto di queste strade mettere dei fiumi di alberi. Può sembrare una cosa strana, una cosa utopica, in realtà è una delle soluzioni più semplici, immediate ed efficienti che si possa pensare per rendere resistente una città al cambiamento climatico.

Torniamo all’asfalto e alle strade, però. Perché ovviamente se devi piantare un sacco di alberi, da qualche parte li devi mettere. E il modo più semplice è togliere spazio, per l’appunto alle vie e alle piazze dove passano le automobili. La parola chiave, in questo senso, è depaving. È una parola che sta cominciando a entrare nei programmi amministrativi. Ne ha parlato la sindaca di Genova Silvia Salis, che ha emanato un regolamento sul tema, ma si è parlato di depaving anche a Milano, Bologna e Roma. Sostanzialmente, è una pratica di rigenerazione urbana che consiste nella rimozione di superfici impermeabili, come asfalto e cemento, per restituire il suolo alla natura. Dove serve, insomma, si toglie la strada grigia come ce la immaginiamo oggi. E si restituisce quel suolo a terra, erba, arbusti e alberi.

Ovviamente, per fare politiche di questo tipo bisogna togliere le automobili dalle strade. un terreno senza asfalto torna a essere drenante, permettendo all'acqua piovana di penetrare nelle falde acquifere. Non solo: se togli superfici scure che assorbono calore, e le sostituisci con piante e terra concorri ad abbassare la temperatura al suolo.

La questione delle strade è una questione di cui ho già accennato, ma che è conviene approfondire. Dobbiamo intanto immaginare che nelle città europee intorno fra il 30% e il 35% della superficie di una città, è fatta da strade. Negli Stati Uniti questa percentuale arriva anche al 45% e oltre. Quindi vuol dire che quando guardiamo la superficie di una città, il 30% in Europa, il 35% è composta da strade. Allora, dobbiamo raffreddare le città. Raffreddare le città significa essenzialmente intanto depavimentarle, cioè togliere questa superficie impermeabile che è composta dalle strade, che impedisce il passaggio dell'acqua, la sua evaporazione, la sua percolazione, normalmente riflette il calore e ne impedisce la dissipazione. Questo in generale riguarda le superfici impermeabili. In più c'è da dire che abbiamo necessità di trovare spazio per mettere enormi quantità di alberi. Quegli alberi non è che raffreddano le città perché fanno ombra, come normalmente si pensa. Quella è una parte minoritaria del loro effetto. Le piante raffreddano le città perché attraverso l'evaporazione dell'acqua, l'evapotraspirazione, così si chiama, raffreddano proprio l'ambiente. Evapotraspirazione è un processo endotermico, cioè che assorbe calore, e quindi quest'acqua che evapora, raffredda la temperatura della città circostante. E allora è chiaro che le strade diventano il posto fondamentale sul quale lavorare.Non abbiamo altri spazi in città, non abbiamo altri luoghi. Certamente, quando si parla di strade, si parla anche di piazze, si parla di parcheggi, si parla, diciamo, di tutto ciò che non è edifici. È lì che dobbiamo agire, è lì che dobbiamo farlo con convinzione. Dobbiamo depavimentare in grandi quantità, non dobbiamo limitarci, come abbiamo fatto finora, a operazioni di facciata.

C’è un altro aspetto da considerare, che ha un’importanza molto spesso sottovalutata. Un città con più terra, piante e alberi è una città che aumenta la sua biodiversità. In altre parole, che crea nuovi habitat naturali per insetti, uccelli e piccoli animali nei centri abitati. Non è una cosa da poco:  un luogo ricco di specie animali, vegetali e microbiche aiuta ad avere aria e acqua più pulite e rende l'ambiente più resiliente contro i cambiamenti climatici e le malattie. Anche qui parliamo di rompere un circolo vizioso per farne partire uno virtuoso: il riscaldamento globale accelera la perdita di biodiversità, mentre ecosistemi pieni di specie diverse sono essenziali, anche per abbassare le temperature. O adattarsi meglio al cambiamento climatico. Tornando alle città, per Mancuso questa è l’essenza stessa del concetto di fitopolis: smettere di pensare agli edifici e alle città separati dalla natura. Ma cosa si intende, concretamente?

Beh, intendo dire che l'idea che noi abbiamo delle città, proprio l'idea che noi ci siamo fatti nel corso della nostra storia, molto recente fra l'altro, di specie urbana è quella che le città siano un luogo separato dalla natura, cioè fin dall'inizio inizio della nostra civiltà, fra l'altro la civiltà la civiltà si fa iniziare proprio con la creazione delle prime città, dei primi insediamenti stabili, Civis èl alla radice sia di civiltà che di città e iniziano quindi 12.000 anni fa con con la rivoluzione agricola, quando l'uomo diventa stanziale, non è più un nomade, cacciatore e raccoglitore, ma rimane fermo e aspetta che le proprie piante ci compiano il il ciclo naturale, quindi comincia a costruire i propri insediamenti. Ora, che caratteristiche avevano questi insediamenti? Erano completamente isolati rispetto alla natura, erano circondati da mura, da steccati o da fossati, da qualunque altra cosa che in qualche maniera riparasse da una natura che consideravamo ostile. Quindi un tempo, come dire, la natura era qualcosa da cui dovevamo difenderci. Oggi in realtà noi continuiamo a costruire le città sempre nella stessa maniera, cioè costruiamo delle città separate completamente dalla natura circostante, ma non siamo più noi a doverci difendere dalla natura quanto la natura, casomai a doversi difendere da noi. E allora che cosa dovremmo fare? Beh, dovremmo creare città molto più simili da un punto di vista della propria popolazione agli ecosistemi naturali. Intendo dire che se noi guardiamo una città odierna, le città sono di fatto delle monocolture umane, ci siamo soltanto noi esseri umani dentro e le monocolture come tutti sanno sono sempre molto fragili. Allora dovremmo fare di tutto per far diventare le città che sono il luogo in cui oggi la nostra specie vive quanto più vicine agli ecosistemi naturali. Questo le renderebbe più resistenti, le le renderebbe più efficienti e in ultima analisi le renderebbe qualcosa di anche molto più piacevole che ci renderebbe felici.

Giro la domanda a te, a voi: città come queste – piene di alberi e con meno cemento, meno strade e meno automobili – vi renderebbero felici? Non conosco la vostra risposta, ma so che molti di voi avranno pensato. Ok, bello: ma è impossibile costruire delle città così. Questo perché molti di noi sono ormai persuasi da un’idea di città a misura di automobili, dove la natura è separata dal resto, con funzioni di mero decoro, e dove cambiare le cose alla fine rende tutto più scomodo. Beh, non è così. A Stefano Mancuso abbiamo chiesto tre esempi di città che stanno andando con successo in una direzione diametralmente opposta. E che possono esserci da esempio, per cambiare le cose. Ecco cosa ci risponde:

Beh, questa non è una domanda semplice a cui rispondere. Nel senso che ci sono certamente delle città del mondo che si stanno impegnando a cambiare in una maniera molto più veloce e molto più drastica rispetto a quanto stanno facendo le città italiane, ma non ce n'è in realtà nessuna che sta facendo quanto tutto quello che dovrebbe essere fatto. Ciò non toglie che sicuramente alcuni esempi si possono fare. Beh, in Europa molto vicino a noi abbiamo la città di Parigi. Parigi è una città che parte da una condizione di copertura del verde estremamente deficitaria, nel senso che era ed è continua ad essere una delle capitali europee con la minore quantità di di verde, di alberi, di copertura arborea disponibile. Parigi sta però da anni perseguendo una politica di depavimentazione che mira a ridurre in maniera significativa la quantità soprattutto l'utilizzo delle delle strade da parte delle automobili attraverso una restringimenti di corsia, varie eliminazione dei parcheggi, eccetera.

E poi sta facendo un'altra una una politica visibile e semplificativa di depavimentazione di piazze famose, come per esempio la piazza dell'Hôtel de la Ville, che è una la piazza del municipio di Parigi e lo sta facendo con grande con grande coraggio e non soltanto a spot, ma sta davvero depavimentando enormi zone del della città.

Un'altra città che ha fatto delle cose ottime da questo punto di vista è Barcellona. Barcellona è costituita come è fatta come da dei grandi quadrati in cui si può circolare all'esterno di questi quadrati, di questi quartieri, ma all'interno la circolazione è molto rallentata, è resa molto difficile e soprattutto molte strade sono depavimentate e sono trasformate in grandi fiumi di alberi.

E poi una città a cui noi non assoceremmo mai niente di di così straordinario, perché noi ancora continuiamo ad associare la città di Medellin in Colombia ai signori della droga. In realtà Medellin ha avuto una serie di sindaci e sindache straordinarie che ne hanno cambiato il volto e che ne hanno fatto una città modello per quanto riguarda appunto il rinverdimento, la copertura arborea.

Insomma, non serve nemmeno immaginare troppo. Serve agire. Perché come dice un fortunato e inquietante meme che ha come protagonisti Homer e Bart Simpson, questa è solo l’estate più calda della nostra vita. Finora.

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