
Oggi rispondo alla domanda di Chiara:
“Ma quindi con questa riforma della giustizia cosa cambia per noi, in concreto?”
Chiara, è molto difficile rispondere a questa domanda.
La tentazione, forte, sarebbe dirti che non cambia nulla, in concreto.
Non cambia nulla sui tempi della giustizia, ad esempio, che invece erano l’obiettivo della riforma Cartabia del 2022 e che – per carenze d’organico, soprattutto – rimangono lunghissimi, tra i più lenti, se non i più lenti, in Europa. Giusto per ricordarlo. In Italia i processi penali richiedono quasi 400 giorni per una sentenza di primo grado, in media, e quelli civili circa 500 giorni per il primo grado e 1000 circa, quasi tre anni, per un terzo grado di giudizio. In Europa, in media, i processi durano meno della metà di quanto durano in Italia.
Ecco: la riforma Nordio-Meloni non parla di questo. La riforma Nordio-Meloni si occupa di un altro aspetto del problema: l’autogoverno della magistratura.
È un tema che no, non ci tocca nel concreto, ma è molto delicato perché tocca i fili di una delle cose più importanti della nostra democrazia: l’equilibrio tra i poteri dello Stato. E alcuni degli articoli della Costituzione che li determinano.
Principalmente voteremo per quattro cose: la separazione definitiva delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, o se vogliamo dirla tecnica tra magistratura requirente e giudicante. Sulla divisione del Consiglio Superiore della Magistratura in due Consigli, uno per i pm e uno per i giudici. Sulla nascita di un’Alta Corte Disciplinare per tutti i magistrati. E sull’elezione a sorteggio di parte dei membri di questi due CSM e dell’Alta Corte.
Ciascuno di questi pezzi della riforma sembra apparentemente innocuo, in sé e per sé. E ognuna di queste proposte, presa singolarmente, ha le sue ragioni. In fondo, le carriere sono già state separate di fatto dalla riforma Cartabia, e in molti Paesi europei come Francia, Spagna e Germania c’è una forma di separazione di questo tipo, per dire. E poi: se le due carriere sono separate, forse ha senso che ci siano due CSM. E ancora: che male può fare un’ulteriore alta corte disciplinare composta da magistrati, all’autogoverno della magistratura? E relativamente all’elezione a sorteggio, beh, è comunque un sorteggio tra soggetti qualificati e serve a spezzare lo strapotere delle correnti politiche all’interno della magistratura.
So cosa state pensando? Magari non migliora: ma come può la magistratura peggiorare, di fronte a quattro modifiche costituzionali di questo tipo?
A proposito di processi: quelli alle intenzioni non bisognerebbe mai farli. Ma proprio perché sembra tutto così apparentemente innocuo e inoffensivo, quasi inutile, forse vale la pena di fare un’eccezione. Come mai il governo ha sentito il bisogno di modificare sette articoli della Costituzione, di votare questa riforma a maggioranza, senza discuterla né mediare con le opposizioni, e sottoporla a un referendum a un anno dalle elezioni politiche, col rischio di perderlo e di mettersi nei guai da sola? Non è che forse questa riforma è un po’ più importante di così?
Altro indizio: le parole di chi, dai banchi del governo, questa riforma la sostiene, a partire dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni e dal ministro della giustizia Carlo Nordio. Che hanno imperniato la loro campagna per il Sì attorno a un concetto chiave, più volte ribadito. Se vinceremo, e se passerà questa riforma, i giudici non metteranno più i bastoni tra le ruote al governo. Non annulleranno le deportazioni di migranti in Albania. Non scarcereranno più i manifestanti violenti. Non indagheranno membri del governo sospettati di infrangere la legge, come nel caso Almasri. Per dirla con le parole di Meloni, “marceranno insieme al governo”.
Alt un attimo: dov’è tutta questa roba nella riforma?
E perché Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto proprio del ministro della giustizia Carlo Nordio, nei fatti la sua più stretta collaboratrice ha detto in una trasmissione televisiva, testuale, “Votiamo sì e ci liberiamo della magistratura”? Cosa voleva intendere, con queste parole?
Formulo meglio la domanda, perché tanto è lì che si va a parare: questa riforma altera gli equilibri tra i poteri del governo e della magistratura a favore del governo? È questo il suo scopo? Le parole di Meloni, Nordio e Bortolozzi sono parole a vuoto, dette per mobilitare il loro elettorato anti-giudici e farlo alzare dal letto il prossimo 22 marzo, o è davvero una riforma pericolosa?
Lo dico senza remore. Sì, se la leggiamo tutta assieme, in effetti, è una riforma che può nascondere alle sue spalle un disegno di questo tipo. Ad esempio, se separo le carriere pongo le basi affinché uno dei due rami della magistratura che vado a creare, quello dei pubblici ministeri, possa finire un giorno sotto il controllo del ministero di giustizia. Lo diciamo sapendo che questa eventualità non è prevista dalla riforma, ma sapendo anche che nella quasi totalità dei Paesi con carriere separate funziona così. E che è un attimo, una volta separate le carriere, aggiungere questo tassello al puzzle.
Dovesse accadere, sarebbe il governo, ad esempio, a indicare i reati da perseguire con più impegno. Qualcuno teme che, soprattutto in Italia e con questo governo, assisteremmo a un drastico calo delle indagini su politici e imprenditori. In un Paese in cui la corruzione è endemica, non una grande notizia.
A indebolire l’autonomia della magistratura, secondo chi si oppone alla riforma, ci sarebbe anche l’elezione a sorteggio dei membri del CSM e dell’Alta Corte Disciplinare. Un metodo di elezione che non esiste in nessuna democrazia al mondo. E che, dicono i sostenitori del No, non è un modo per far finire lo strapotere delle correnti nella magistratura. Ma, al contrario, è un modo per assoggettarla a un’unica grande corrente filo-governativa, azzerandone il pluralismo.
Faccio un esempio concreto per farvi capire meglio. Premetto: è un po’ forzato, ma serve solo a rendere l’idea, perché il CSM non è proprio un Parlamento della Magistratura. Ma è come se oggi per combattere gli effetti deleteri del sistema dei partiti in Italia, avessimo deciso di eleggere il Parlamento per sorteggio. Tra persone meritevoli, ma comunque per sorteggio. Che rappresentatività ci sarebbe stata delle sensibilità dell’opinione pubblica? Che grado di opposizione ci sarebbe stato alle politiche del governo? In altre parole: il parlamento ne sarebbe uscito rafforzato o indebolito? E la democrazia?
Arriviamo all’Alta Corte Disciplinare. Che toglie al CSM il potere di giudicare i giudici, perché – questo è il sottotesto – è stato in questi anni troppo lassista e corporativo nei confronti dei simili. Cane non mangia cane, in altre parole. Ecco perché una corte composta anche da membri scelti – sempre a sorteggio, da una lista – dal parlamento e dal presidente della repubblica. Anche in questo caso si tratta di un unicum: in nessun Paese con le carriere separate esiste questo tipo di tribunale speciale che sottrae ai CSM le funzioni di controllo e rispetto della disciplina. E siccome il diavolo sta nei dettagli non possiamo non notare che nell’Alta Corte i membri nominati dalla politica non rispettano le proporzioni che ci sono nei CSM – un terzo contro i due terzi nominati dai magistrati -, ma c’è una piccola crescita dei membri di nomina politica, che da un terzo diventano due quinti. Poco male? Sì, ma perché proprio nel tribunale speciale che giudica i giudici andiamo a cambiare le proporzioni? E perché proprio a favore della politica e a svantaggio dell’autonomia della magistratura?
La faccio breve. La paura è che una riforma che sembra non incidere per nulla nella vita di tutti noi, vada a modificare in modo sostanziale l’architettura dello Stato in cui viviamo, togliendo poteri e autonomia alla magistratura per darli alla politica. In altre parole, privando le istituzioni di una fondamentale funzione di check and balance – in italiano, bilanciamento e controllo – che eviti alla politica stessa, cioè al governo, di abusare del suo potere.
Se a questo quadro aggiungiamo altri elementi di contesto – la riforma della Corte dei Conti, anch’essa depotenziata, la sparizione del reato di abuso di ufficio e una possibile riforma elettorale che dà un ampio premio di maggioranza a chi vince – appare un disegno ancora più chiaro. Quello di un governo che vuole meno contrappesi possibili.
Per rendere la nostra democrazia più efficiente? O per prendersi più potere possibile e non mollarlo più?
A voi la risposta, nel segreto dell’urna.