Osho Rajneesh muore il 19 gennaio 1990.
in foto: Osho Rajneesh muore il 19 gennaio 1990.

“Mai nato, mai morto. Ha solo visitato questo pianeta Terra”: con queste parole, incise sulla lapide che ne custodisce le ceneri in quello che oggi è un grande resort della meditazione a Pune, in India, il mondo ricorda una delle figure più controverse dello scorso secolo. Conosciuto anche all'epoca semplicemente come Osho, per suo stesso volere, i suoi libri ancora oggi sono tradotti in oltre sessanta lingue e i suoi insegnamenti spirituali sono seguiti da migliaia di discepoli: ma soprattutto quando era in vita, la sua figura non mancò di destare sospetti e critiche, e non solo per i contenuti della sua filosofia “contraddittoria”. A trent'anni esatti dalla morte, avvenuta il 19 gennaio 1990, chi era davvero Osho?

Chi era Osho?

Osho durante una conferenza a Pune, nel 1988.
in foto: Osho durante una conferenza a Pune, nel 1988.

Rispondere in modo preciso e sintetico a questa domanda è impossibile, anche solo considerando il carattere dichiaratamente e volutamente mutevole, transitorio e contraddittorio della predicazione che Osho stesso portava come un vessillo in tutte le sue apparizioni pubbliche: nessun insegnamento, diceva, “soltanto acqua fredda gettata sugli occhi” affinché si aprissero alla Verità. Lo stesso nome che Rajneesh scelse porta in sé il significato di un “riversamento continuo dell’esistenza in ogni luogo”, proprio come le acque di quell'Oceano da cui il termine ha origine. Parole semplici, accattivanti, coinvolgenti e intense che lo hanno portato, in pochissimi anni, a riunire migliaia di seguaci in tutto il mondo e a segnare, in modo controverso, la lunga storia del contatto fra Oriente e Occidente.

La sua biografia è nota, dalla nascita nel 1931 nel piccolo distretto di Raisen all'infanzia serena trascorsa con i nonni fino alla loro morte, dagli studi condotti sempre brillantemente ad una certa ritrosia all'autorità e alla disciplina evidente fin dalla tenera età. Una brillante carriera universitaria, seguita da un altrettanto importante avvio alla docenza universitaria: un percorso che Osho abbandonerà a seguito delle consapevolezze scaturite da un’esperienza mistica avvenuta all'età di ventun anni e che lui definirà “l’illuminazione”.

La filosofia della "deprogrammazione" di Osho

Alcuni discepoli di Osho in un raduno, a Pune, nel 1988.
in foto: Alcuni discepoli di Osho in un raduno, a Pune, nel 1988.

Chi viene da me, anche se è cristiano, non lo sarà più; anche se è un hindu, non lo sarà più; anche se è musulmano, non lo sarà più. Io mi limito a ridare a ciascuno la propria innocenza, la propria umanità, la propria purezza, la propria individualità. Il mio lavoro tende essenzialmente a distruggere i condizionamenti di quanti vengono da me. Ed è un lavoro semplicissimo, perché nessuno di quei condizionamenti ha basi logiche, nessuno si fonda sull'intelligenza. Sono tutte superstizioni, sorrette da impalcature logiche, ma quella logica è falsa. Non esiste nulla di autentico. (dall'intervista ad Enzo Biagi del 1986)

Osho, il Guru dell’amore libero o, come veniva chiamato negli Stati Uniti, il “Guru delle Rolls Royce” (ne possedeva 93 all'epoca dell'ashram in Oregon), negò sempre qualsiasi coinvolgimento nei fatti legati ai suoi “uomini arancioni”, ma per molto tempo il suo nome restò indissolubilmente associato all'esperienza misteriosa della setta di Rajneeshpuram.

Ma il suo nome è legato anche a centinaia di opere, tradotte in tutto il mondo, che riassumono un pensiero multiforme, ispirato tanto dall'antica sapienza orientale quanto da autori come Nietzsche e Russell. Alcuni critici lo definirono semplicemente un “maestro del marketing”, altri ne sottolinearono le doti oratorie: la sua “deprogrammazione” della vita, il suo rifiuto delle religioni organizzate, la diffidenza nei confronti della politica e di qualsiasi tipo di legge, sono sempre state oggetto di contesa.

Gli “uomini arancioni” di Osho

Cartello di benvenuto posto all'ingresso della città di Rajneeshpuram, in Oregon, Stati Uniti.
in foto: Cartello di benvenuto posto all’ingresso della città di Rajneeshpuram, in Oregon, Stati Uniti.

All’inizio degli anni Ottanta questo ex professore di filosofia viveva in un ranch di circa 24 ettari a Pune, ed ogni anno il suo “ashram” accoglieva circa 30 mila persone, per lo più provenienti dall'Europa e dagli Stati Uniti. Un vero e proprio tempio della New Age, aperto all'inizio degli anni Settanta grazie agli sforzi di una ricca ereditiera greca e al contributo di centinaia di discepoli vestiti di rosso-arancio e chiamati “sannyasin”. Osho aveva abbandonato la carriera da insegnante qualche anno prima, a seguito dell’“illuminazione” , per dedicarsi interamente all'insegnamento di una vita nuova, libera da ogni tipo di condizionamento o costrizione.

“Non ubbidire ad alcun ordine all'infuori di quello interiore”, “La vita è qui e ora”, “Muori ogni istante, così da poter rinascere ogni istante” e “Smetti di cercare. Ciò che è, è: fermati e guarda” erano alcune delle sue massime più famose. Massime che, lette alla lettera, rientrano appieno nel filone delle nuove filosofie ispirate alla saggezza induista e agli antichi testi delle Upanishad. Espressione di un pensiero che negli anni, però, ha destato non poco scalpore soprattutto per il contesto in cui nascevano e per il movimento al quale hanno dato vita: un movimento al quale le cronache hanno addirittura attribuito la responsabilità di misteri, complotti e di un tentativo di attacco batteriologico avvenuto negli Stati Uniti nel 1984.