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Minori adescati online, Bonucchi: “Come capire se vostro figlio ne è vittima”

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Dalle chat anonime ai videogiochi, gli adulti adescano i minori sfruttando fiducia e fragilità. Cristina Bonucchi spiega come riconoscere i rischi e perché denunciare può salvare altre vittime.
Intervista a Cristina Bonucchi
Primo Dirigente Tecnico Psicologa della Polizia di Stato

Una chat, un messaggio, poi arriva la prima richiesta: "Ti va di parlare, sono troppo grande per te?". Nella prima parte dell'inchiesta Ciao Sweetie vi ho raccontato cosa succede nella tana dei predatori che cacciano i minori online. Mi sono infiltrata per mesi, ho parlato con loro, cercando di capire le tecniche utilizzate e ricostruire la rete di abusi: siti, chat, manuali per adescare i minori, compravendita di imagini (l'inchiesta completa la trovate QUI).  Ma come si riconosce un adescamento? Cosa succede nella mente di chi lo subisce e quali strumenti abbiamo per fermarlo? Per rispondere a queste domande ho intervistato Cristina Bonucchi, Primo Dirigente Tecnico Psicologa della Polizia di Stato.

Abbiamo ricostruito i meccanismi di adescamento, la costruzione della fiducia, le strategie dei predatori e provato a capire quali sono i segnali che possono aiutare a riconoscere una situazione di rischio. Perché saperli individuare può aiutare a non cadere nella trappola e trovare la forza di chiedere aiuto e denunciare.

Le piattaforme online segnalate per la presenza di adulti che cercano di adescare minori continuano a riapparire, anche dopo indagini e chiusure. Perché è così difficile fermare il fenomeno?

Perché spesso non si tratta di servizi progettati per favorire l'interazione tra adulti e minori con finalità manipolatorie o abusive. Impedire a una piattaforma di funzionare è una misura che deve essere proporzionata alla sua effettiva pericolosità. Il problema, però, è che non sempre è il luogo virtuale in sé a essere pericoloso: è la volontà di alcuni adulti di raggiungere i minori nei luoghi digitali che frequentano. Tutto ciò che piace a bambini e ragazzi può diventare attrattivo per chi ha l'obiettivo di avvicinarli.

Una volta avvicinati cosa succede?

Si comincia con una conversazione, uno scambio di confidenze, la costruzione di un rapporto di fiducia. Poi si arriva alle richieste sessuali. La vittima, però, può non percepire questa interazione come manipolatoria: può viverla come un rapporto affettivo, come un dialogo speciale o come qualcosa che non riesce a trovare nelle relazioni con i coetanei.

Durante la nostra inchiesta abbiamo individuato anche reti più ampie, in cui gli abusanti si scambiano consigli, manuali e indicazioni sui luoghi digitali in cui cercare i minori. Che funzione hanno queste comunità?

È una dimensione che conosciamo e che riguarda non soltanto la dinamica di questi crimini, ma anche il significato psicologico che assume per chi li commette. Non sentirsi soli nel coltivare determinate intenzioni o nel mettere in atto certi comportamenti può diventare un meccanismo di disimpegno morale.

Noi psicologi lo descriviamo come un processo attraverso cui una persona si sente meno sbagliata perché si rispecchia nel comportamento degli altri. Confrontarsi con persone che condividono lo stesso obiettivo criminale può far percepire quelle condotte come meno gravi o più accettabili.

È importante ricordare che un'interazione abusante può essere profondamente traumatica anche quando non c'è contatto fisico. Il rapporto tra un adulto con intenzioni pedofile e un minore può provocare conseguenze molto serie, soprattutto quando coinvolge la sfera della sessualità e una fase delicata dello sviluppo.

Come si svolgono le indagini e qual è la priorità delle forze dell'ordine in questi casi?

Il nostro obiettivo investigativo è innanzitutto mettere in sicurezza le vittime, identificando sia i minori coinvolti sia gli autori dei reati.

I percorsi di adescamento possono durare mesi, talvolta anni. Dal punto di vista del minore, soprattutto per l'età e l'inesperienza, quella relazione può sembrare affettiva. L'adulto può mentire sulla propria identità e sulla propria età, presentandosi come un giovane adulto o persino come un coetaneo.

Un altro elemento ricorrente è la richiesta di mantenere segreta la relazione. L'adulto la descrive come qualcosa di speciale, che proprio per questo deve rimanere riservato. È un modo per isolare il minore e impedire che altre persone possano accorgersi di ciò che sta accadendo. A volte, però, il ragazzo o la ragazza comincia a percepire che qualcosa non va.

Ci sono dei segnali?

Può diventare più pressante la richiesta dell'adulto, oppure il minore può riprendere a rivolgere le proprie attenzioni alle relazioni con i coetanei e rendersi conto che quella dinamica non è sana. È in questi momenti che può emergere la possibilità di chiedere aiuto.

Quanto è importante la denuncia di una vittima? Può aiutare a individuare altri minori coinvolti?

È un elemento fondamentale, e forse questo aspetto è meno intuitivo di quanto si possa pensare. Chi adesca online raramente concentra la propria attività su un solo minore: spesso utilizza approcci e argomentazioni simili con più ragazzi e ragazze, riuscendo a coinvolgere alcuni.

Per questo la denuncia di una vittima può essere preziosa non soltanto per proteggerla, ma anche per individuare altri minori con cui la stessa persona sta interagendo. Ci possono essere ragazzi che non hanno ancora compreso di trovarsi in una situazione abusante, oppure che non hanno la forza o gli strumenti per chiedere aiuto.

Una segnalazione può quindi consentire di mettere in sicurezza altre vittime che, altrimenti, potrebbero rimanere esposte a un rischio importante per il loro sviluppo.

Che cosa può fare un ragazzo o una ragazza che sospetta di essere coinvolto in una relazione online manipolatoria?

La prima cosa è conservare le prove. L'ambiente digitale è particolarmente volatile: i contenuti possono essere modificati o cancellati facilmente. Se si ha il dubbio che una persona conosciuta online non sia sincera, che abbia mentito sulla propria identità o che abbia utilizzato immagini rubate, è importante conservare le informazioni disponibili, per esempio gli screenshot dei messaggi e delle richieste ricevute.

Se un minore non sa come interpretare ciò che sta accadendo, può rivolgersi a noi e e raccontare la situazione. Siamo proprio noi psicologi a intercettare queste richieste e a cercare un contatto, anche via e-mail o telefono, per capire insieme che cosa sta succedendo.

Dai 14 anni in poi, inoltre, i ragazzi possono presentare denuncia autonomamente, senza la necessità della presenza dei genitori. È un aspetto importante perché, durante l'adolescenza, la paura di essere rimproverati per aver disatteso una regola può diventare un ostacolo alla richiesta di aiuto.

La priorità, invece, è essere al sicuro e capire se la persona con cui si stanno condividendo informazioni e confidenze sia davvero degna di fiducia. Anche un semplice confronto con qualcuno che possa aiutare a interpretare la situazione può fare la differenza.

E i genitori? Quali segnali dovrebbero osservare per capire se qualcosa non va?

Il consiglio più semplice, e forse il più importante, è dialogare. Quando consegniamo uno smartphone a nostro figlio o a nostra figlia, dobbiamo anche creare occasioni per parlare dei rischi connessi al suo utilizzo. Tra questi ci sono le relazioni sentimentali che nascono online e le situazioni in cui qualcuno può arrivare a formulare richieste sessuali.

Sono argomenti che spesso facciamo fatica ad affrontare, ma è fondamentale che i ragazzi sappiano di poter condividere con noi dubbi, paure ed esperienze. Oggi le relazioni tra coetanei nascono anche attraverso i social network e le applicazioni di messaggistica: è una realtà che non possiamo ignorare.

Dobbiamo poi prestare attenzione ai cambiamenti improvvisi nel comportamento, nelle abitudini, nel rendimento scolastico, nell'umore o nel rapporto con lo smartphone. Se un ragazzo diventa improvvisamente molto riservato e non lascia mai il telefono incustodito, può essere utile cercare di capire che cosa stia succedendo.

Questo non significa concludere automaticamente che ci sia un adescamento, ma osservare con attenzione e aprire un dialogo. Anche gli strumenti di parental control possono essere utili, soprattutto per i più piccoli, per regolare l'accesso a determinati servizi.

Quali sono gli spazi più pericolosi? Durante le indagini avete individuato piattaforme o ambienti digitali più a rischio?

Spesso si pensa che il rischio riguardi soprattutto le chat o i social network, ed è vero, ma anche i videogiochi possono diventare un terreno di adescamento. Molti diffusi tra bambini e ragazzi permettono di interagire con giocatori provenienti da tutto il mondo. È un'opportunità straordinaria, ma comporta anche dei rischi.

Come dicevamo, non esistono necessariamente luoghi online pericolosi in sé: esistono persone che cercano i minori e che si concentrano proprio negli ambienti digitali dove possono incontrarne molti.

Nei videogiochi, inoltre, i ragazzi si trovano a fare ciò che amano di più: giocare. Possono sentirsi liberi, rilassati e portati a fidarsi degli altri, abbassando le proprie difese. La curiosità, il desiderio di conoscere persone nuove e il piacere della condivisione possono essere sfruttati da chi ha intenzioni criminali.

Per questo non basta concentrarsi su una singola piattaforma. È importante comprendere come si costruiscono le relazioni online e aiutare i ragazzi a riconoscere i comportamenti che possono nascondere una manipolazione.

Se un genitore scopre che il figlio o la figlia sta scambiando messaggi inappropriati con uno sconosciuto, magari anche immagini sessuali, che cosa deve fare?

Prima di tutto, non deve farsi prendere dal panico e non deve cancellare i profili, i messaggi o le immagini ricevute e inviate. Tutti questi elementi possono essere determinanti per avviare le indagini e individuare i responsabili.

È possibile rivolgersi a un qualsiasi ufficio delle forze dell'ordine. Quando la situazione riguarda l'ambiente digitale, la Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica ha competenze specifiche per affrontare questo tipo di fenomeni.

La cosa più importante è non rimanere soli e intervenire tempestivamente. Le dinamiche online possono evolvere molto rapidamente e, se non vengono gestite in tempo, possono aumentare ulteriormente il rischio per il minore.

C'è un ultimo messaggio che vorrebbe rivolgere ai genitori?

Vorrei sottolineare un aspetto essenziale: il giudizio, il rimprovero e la punizione non sono gli strumenti che aiutano a mettere in sicurezza un minore. Quando scopriamo una situazione di questo tipo, dobbiamo ricordare che l'adescamento si realizza perché un adulto sfrutta l'inesperienza e la curiosità di un ragazzo o di una ragazza.

Il minore è una vittima, anche quando può sembrare che abbia partecipato volontariamente alla relazione. Dall'altra parte c'è un adulto che conosce la gravità di quello che sta facendo e che utilizza consapevolmente la propria posizione per manipolare un bambino o un adolescente.

Se non riconosciamo la condizione di vittima del ragazzo, rischiamo di vittimizzarlo ulteriormente. La paura di essere puniti o giudicati può diventare uno dei principali ostacoli alla richiesta di aiuto.

Non dobbiamo dimenticare che, in alcuni casi, quello stesso adulto sta interagendo con molte altre vittime. La responsabilità dell'abuso è di chi lo commette, non di chi cade nell'inganno.

Anche un abuso senza contatto fisico può provocare conseguenze profonde?

Sì. A volte facciamo fatica ad accettare che un abuso avvenuto esclusivamente online possa generare una sofferenza così intensa. Eppure è proprio ciò che può accadere.

Quella che un ragazzo o una ragazza potrebbe vivere come un'esperienza di esplorazione affettiva o sessuale si trasforma nell'esercizio del potere e della manipolazione da parte di un adulto. Significa utilizzare un'altra persona per raggiungere un fine personale, senza rispettarne la libertà e la vulnerabilità.

È particolarmente grave quando le vittime sono molto giovani. L'età alla quale possono iniziare questi approcci si sta abbassando anche perché i bambini accedono sempre prima a piattaforme e ambienti digitali frequentati da persone di tutto il mondo.

Per questo è fondamentale che genitori, educatori e ragazzi stessi sappiano riconoscere i segnali di rischio e che nessuno abbia paura di chiedere aiuto. La protezione dei minori comincia anche dalla possibilità di parlare di ciò che accade online, senza vergogna e senza giudizio.

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