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Ho seguito le tracce dei predatori che cacciano i minori: chi si nasconde dietro i profili

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Siamo tornati nelle chat in cui gli adulti cercano minorenni per capire chi si nasconde dietro i profili e come si costruiscono i contatti. Seguendo le conversazioni, abbiamo scoperto collegamenti con altri gruppi più ampi.

Il 12 ottobre abbiamo pubblicato la prima parte dell’inchiesta Ciao Sweetie, un lavoro per cui sono entrata nelle chat in cui i predatori cercano minorenni e ho seguito il percorso dell’adescamento. All’inizio c’è un messaggio. Poi una domanda, una conversazione, la fiducia che lentamente si costruisce. Fino a quando arriva la richiesta di una foto, una videochiamata. A volte, la proposta di incontrarsi. Ma, dopo aver seguito quel percorso, mi sono rimaste due domande. La prima: chi si nasconde davvero dietro quei nickname? La seconda: come arrivano fin lì? Per rispondere, ho deciso di tornare dentro quelle chat, per ricostruire la rete che permette a queste persone di incontrare ragazze e ragazzi giovanissimi.

Per approfondire le mie ricerche sono andata a trovare Riccardo Paccagnella, content creator Osint. Questo acronimo sta per Open Source Intelligence, una disciplina che si base sulle ricerche fatte con fonti aperte. Ci siamo sentiti più volte negli ultimi mesi. Anche lui monitora da tempo siti simili a quello in cui mi sono infiltrata nella prima parte dell'inchiesta. Perché la chat in cui sono entrata non è l’unica. Andando più a fondo ho individuato altri spazi utilizzati per l’adescamento. Siti già segnalati, finiti anche nei video di alcuni youtuber, che continuano a essere accessibili. Ed è da qui che ripartiamo.

Entro nella piattaforma. Una volta dentro basta aspettare qualche secondo perché comincino ad arrivare i messaggi. C’è chi cerca qualcuno con cui parlare, chi vuole semplicemente passare il tempo. E poi ci sono quelli che, fin dalle prime battute, cercano di spostare la conversazione su un altro piano. "Mi fai vedere come sei fisicamente?". Le richieste più esplicite arrivano presto. In alcune chat mi chiedono una foto, insistono per una videochiamata. Il copione comincia a ripetersi.  Abbiamo una trentina di conversazioni aperte. Cerchiamo di spostarne alcune su Telegram, per ottenere più informazioni e capire chi siano gli utenti con cui stiamo parlando.

L’anonimato della piattaforma, infatti, non significa necessariamente che una persona sia irrintracciabile. Quando un utente condivide un contatto, un numero di telefono o un altro profilo, si aprono nuove possibilità di ricerca. È qui che entra in gioco l’OSINT: l’insieme delle tecniche che permettono di raccogliere e verificare informazioni provenienti da fonti pubbliche. Un numero di telefono può rimandare a un profilo WhatsApp. Un’immagine può essere confrontata con quella utilizzata su un social network. Un nickname può ricomparire su un’altra piattaforma. Presi singolarmente, questi elementi possono non bastare. Ma, quando coincidono, possono contribuire a ricostruire un’identità.

Sia chiaro. Il nostro obiettivo non è fare doxxing, né una caccia alle streghe. Rintracciare i responsabili è un compito delle forze dell'ordine – e noi ci siamo resi disponibili a condividere tutto il necessario per agevolare le indagini – il nostro obiettivo è cercare di capire se c'è un profilo tipo e un rete dietro un singolo predatore. 

File 01 | La ricerca

Durante le ricerche troviamo profili con moltissime informazioni pubbliche. Altre volte, invece, gli elementi sono pochi e non permettono di arrivare a conclusioni certe. In un caso, per esempio, alcuni indizi sembrano rimandare a una persona che potrebbe lavorare nella polizia penitenziaria. Ma non troviamo una conferma sufficiente: non possiamo dire che sia davvero lui. In un’altra conversazione, invece, il numero di telefono e il profilo social sembrano combaciare. Apriamo WhatsApp. Compare la fotografia di un uomo anziano. Ha una famiglia, una vita ordinaria. È uno di quei momenti in cui mi rendo conto di quanto possa essere difficile immaginare chi ci sia dietro uno schermo. Ma anche di quanto sia importante distinguere un sospetto da un’identificazione verificata.

Non sempre, però, siamo noi a dover ricostruire tutto. A volte sono gli stessi utenti a fornire dettagli sufficienti per farsi riconoscere. Un uomo mi manda una fotografia in divisa. Dice di lavorare nell’esercito e mi invia altre immagini, anche dal suo ufficio. Altri condividono direttamente il proprio nickname Telegram. C’è chi pubblica il link al profilo Instagram e chi lascia circolare immagini personali su altre piattaforme. Durante le conversazioni, alcuni raccontano dove lavorano, che professione fanno, in quale città vivono. Parlano della famiglia, della loro quotidianità. Uno dice di essere professore in una scuola media. Un altro racconta di lavorare in un liceo. Altri ancora fanno riferimento alla pubblica amministrazione, a negozi o alla pensione.

Naturalmente, raccontare qualcosa di sé non significa dimostrarlo. Ma ogni informazione può diventare un tassello, soprattutto quando trova riscontro in altri elementi. Ed è proprio questo che mi colpisce: dietro un nickname non c’è necessariamente qualcuno che vive ai margini della società, ma una persona che, all'apparenza, è insospettabile.

File 02 | Una rete che non si vede

A questo punto, però, la domanda cambia. Non voglio più sapere soltanto chi si nasconde dietro quei profili. Voglio capire come queste persone arrivino a incontrare ragazze e ragazzi così giovani. La piattaforma si presenta come una chat gratuita per fare amicizia, messaggiare a qualsiasi ora e conoscere nuove persone. Per entrare basta scegliere un nickname. Formalmente bisogna avere almeno 14 anni, ma non c’è un controllo efficace dell’età che impedisca a chiunque di accedere. La chat è conosciuta anche attraverso i forum. La frequentano utenti molto giovani, spesso annoiati, soli o semplicemente in cerca di nuove amicizie. Parlo con alcune ragazze che la utilizzano. Meri, 14 anni, mi dice che entra per conoscere qualcuno o quando si annoia e non ha voglia di fare i compiti. Sara, 15 anni, racconta di aver scoperto la piattaforma grazie a un’amica. «A volte trovi gente strana», mi spiega. «Altre ragazzi normali con cui fare due chiacchiere».

È un dettaglio importante. Perché chi arriva lì non lo fa necessariamente con la consapevolezza di trovarsi in un ambiente rischioso.  Anche le persone giovani con cui ha avuto contatti Riccardo gli hanno raccontato esperienze simili. Ragazzi di 15 o 16 anni, a volte diciottenni, che entrano soprattutto per solitudine, perché non conoscono nessuno o cercano qualcuno con cui trascorrere il tempo. Ma se da una parte ci sono ragazzi che cercano una conversazione, dall’altra ci sono adulti che possono sfruttare proprio quel bisogno di contatto. Nella prima parte dell’inchiesta avevo già incontrato persone che si muovevano in gruppo. A spiegarmi quanto questo aspetto era stata anche Brunella Greco, esperta di tutela dei minori online di Save the Children.

"Gli abusanti non agiscono necessariamente da soli. Possono riunirsi in comunità, condividere manuali sulle tecniche di manipolazione e scambiarsi consigli su dove trovare nuovi contatti. In questi ambienti può circolare anche materiale di abuso sessuale su minori."

La chat, insomma, potrebbe essere soltanto uno dei luoghi in cui si svolge una parte del processo. Un primo indizio lo trovo all’interno della stessa piattaforma. Non ci sono soltanto conversazioni individuali: esistono anche gruppi e chat collettive, accessibili attraverso inviti. Il problema è che, in alcuni casi, sono proprio gli utenti con cui entro in contatto a cercare di portarmi lì. Dopo poco vengo aggiunta a una chat dal nome esplicito: «piccole cagne». Dico di avere 13 anni. La reazione è immediata. Mi chiedono una fotografia e poi di entrare in videochiamata per compiere atti sessuali davanti a loro.

In un’altra stanza, le domande diventano un interrogatorio sul mio corpo: quanto sono alta, quanto peso, che taglia di jeans porto. «Qui per entrare servono delle foto, mandale», scrivono. La dinamica è diversa da quella di una conversazione che procede lentamente, ma il punto di arrivo è lo stesso: ottenere immagini, portare la persona in video, superare progressivamente i suoi confini. E più continuo a esplorare questi ambienti, più mi accorgo che la rete si estende ben oltre la piattaforma in cui mi sono infiltrata.

File 03 | La tana dei predatori

Ci sono altri siti, altri gruppi, altre piattaforme. In alcuni circolano collegamenti a servizi di live streaming. In altri vengono condivisi manuali per adescare ragazzi, immagini e video. L’obiettivo, al di là delle differenze tra i singoli ambienti, è trovare nuovi spazi in cui entrare in contatto con potenziali vittime. Per capire come funzionano questi collegamenti, continuo a seguire le tracce che ho trovato online. La piattaforma in cui sono entrata compare anche tra i siti promossi attraverso inserzioni e link pubblicati su altri portali, compresi siti erotici e pornografici e spazi in cui circola materiale di abuso sessuale su minori. In alcuni casi, basta navigare in questi ambienti per imbattersi in collegamenti che rimandano alla chat.

È una delle tracce più importanti che troviamo: la piattaforma non viene raggiunta soltanto da chi la cerca direttamente. Può essere pubblicizzata e suggerita anche all’interno di circuiti più ampi, frequentati da persone che cercano contenuti sessuali illegali. Con Riccardo esaminiamo alcune pagine. Troviamo materiale che ritrae minorenni e contatori di visualizzazioni. In un caso, una pagina risulta essere stata visualizzata migliaia di volte nell'arco di un mese. Ogni dato racconta soltanto una parte della storia, ma il quadro che emerge è inquietante. I contenuti circolano, vengono consultati e condivisi. E, attraverso collegamenti e suggerimenti, gli utenti possono passare da un sito all’altro. La chat in cui sono entrata non è un mondo chiuso. È un punto di accesso a un ecosistema più grande.

File 04 | Le tecniche dell'adescamento

Per capire che cosa spinga queste persone a cercare un contatto con un minore, decido di parlare con Robert Bergonzi, psicologo clinico e psicoterapeuta esperto di abusi sui minori. Il primo elemento che mi chiarisce è che non esiste un unico profilo psicologico. Ci sono giovani adulti e adulti più maturi, persone che cercano materiale sessuale, altre che vogliono raccoglierlo e distribuirlo. Esistono anche soggetti che utilizzano immagini intime per perseguitare o ricattare qualcuno. Bergonzi mi spiega che, nei percorsi di adescamento più strutturati, l'adulto può frequentare diverse chat, osservare i minori, individuare i loro problemi e capire quali siano le loro fragilità. Il contatto comincia spesso con un approccio amichevole.

«L’adulto che sta dietro lo schermo agisce in maniera molto strutturata. Il punto di partenza è che frequenta diverse chat, identifica i minori – indicativamente, l’80% femmine e il 20% maschi – e osserva chi sono, quali problemi esprimono e quali difficoltà raccontano nelle loro conversazioni. A quel punto inizia un approccio di amicizia: si parla della propria vita, di come va la scuola, di quello che funziona e di quello che non funziona. Poi, poco alla volta, si passa a domande che hanno prima un contenuto sentimentale e, successivamente, sessuale».

Non è necessariamente un processo rapido. Può durare settimane, mesi o anche anni. L'adescamento non si presenta sempre come una minaccia. Può assumere la forma di una relazione in cui un adulto conquista la fiducia di un minore e usa quella fiducia per ottenere qualcosa da lui. E quando la conversazione diventa esplicitamente sessuale, il percorso può essere già iniziato da tempo.

File 05 | Le ferite che restano

Ma qual è l'impatto sulla vittima? Le conseguenze, mi spiega Bergonzi, possono essere gravi e durare a lungo. Possono manifestarsi nell'autostima, nella fiducia negli adulti, nelle relazioni e nel modo in cui una persona impara a vivere la propria sessualità. Ci possono essere isolamento, forme depressive, perdita di fiducia e autosvalutazione.

In alcuni casi, le esperienze subite possono influenzare anche le relazioni affettive e sessuali nell'età adulta. Può portare da un alto ad alcuni un'ipersessualizzazione della propria vita quindi scegliere sempre i partner sbagliati, diciamo quelli tossici, dall’altro un ritiro dalla vita sessuale di coppia.

Non esiste una reazione uguale per tutti. Ma c'è un elemento che ritorna: ciò che accade online non resta necessariamente online. Una conversazione può avere conseguenze gravi nella vita di chi l'ha subita. È anche per questo che non basta chiudere una chat o cancellare un profilo. Bisogna riconoscere che dietro quelle conversazioni ci sono persone, spesso minorenni, che possono aver bisogno di protezione e sostegno.

File 06 | L'analisi della Polizia Postale

A questo punto mi resta un'altra domanda. Se questi ambienti vengono segnalati, se i contenuti sono noti e se alcuni siti sono stati già individuati, perché continuano a essere accessibili? Riccardo mi racconta che la piattaforma che abbiamo monitorato è stata segnalata molte volte, anche da loro. Eppure è ancora online. La rimozione di siti che ospitano materiale di abuso sessuale su minori può essere complessa. I server possono trovarsi all'estero, possono essere coinvolti diversi provider e gli stessi contenuti possono essere copiati e ripubblicati rapidamente. Le procedure richiedono spesso il coordinamento tra soggetti diversi e possono richiedere tempo.

Per capire come affrontare un fenomeno così esteso, contatto Cristina Bonucchi, psicologa e Primo Dirigente Tecnico della Polizia di Stato. Mi spiega che molti servizi digitali non sono stati progettati per facilitare interazioni manipolatorie tra adulti e minori con finalità abusive. Ma il problema non coincide necessariamente con il servizio in sé. Spesso, mi dice, il punto è la volontà di chi cerca i minori di raggiungerli proprio negli spazi virtuali in cui sono presenti. È una distinzione fondamentale. Perché una piattaforma utilizzata per fare amicizia può diventare un luogo di adescamento se qualcuno la usa per individuare ragazzi vulnerabili e instaurare con loro una relazione manipolatoria.

"La nostra investigazione è innanzitutto orientata a tutelare le vittime, perché sappiamo che i percorsi di adescamento possono durare mesi, a volte persino anni. Un minore che si trova in una situazione del genere può scrivere al nostro portale, il Commissariato di P.S., e raccontarci quello che sta succedendo. Quando i ragazzi ci contattano, siamo noi psicologi a intercettare le loro richieste e a cercare un contatto, via e-mail o telefonico, per capire insieme a loro che cosa sta accadendo".

E se a scoprire una conversazione sospetta è un genitore?

«La prima cosa da fare è non farsi prendere dal panico e non chiudere né cancellare nulla, comprese le immagini che il proprio figlio o la propria figlia ha inviato o ricevuto. Tutti questi elementi possono essere determinanti per avviare un’indagine e individuare i responsabili. È importante ricordare che la denuncia di una vittima può contribuire anche a mettere in sicurezza molti altri minori».

«Credo sia importante dire ai genitori che, quando scoprono una situazione del genere, il giudizio, il rimprovero e la punizione non servono. La priorità è mettere in sicurezza il minore. Dobbiamo sempre tenere presente che, se un percorso di adescamento va avanti, è perché c’è una volontà adulta che ha fatto leva sull’inesperienza e sulla curiosità di un minore. Quel minore è una vittima».

File 07 | La fine della caccia

Quando ripenso al percorso che ho fatto, mi accorgo che ogni risposta ha aperto una nuova domanda. Sono entrata in una chat per capire come avviene l'adescamento. Ho seguito le conversazioni, le richieste di fotografie, le videochiamate. Poi ho cercato di capire chi ci fosse dietro quei nickname. Ho trovato numeri di telefono, immagini, profili social, informazioni pubbliche e dettagli che alcuni utenti hanno condiviso spontaneamente. Ho parlato con ragazzi che frequentano quelle piattaforme per noia o solitudine. Ho visto come le conversazioni possano spostarsi verso gruppi in cui le richieste diventano esplicitamente sessuali. Ho seguito i collegamenti che portano da una chat ad altri siti, da un portale a un altro, fino a incontrare ambienti in cui circolano contenuti di abuso su minori.

Dopo aver ricostruito la rete c'è un elemento che appare chiaro: la facilità con cui questi percorsi possono intrecciarsi. Un sito rimanda a un altro. Un gruppo suggerisce una piattaforma. Un utente condivide un link. E quando penso di essere arrivata alla fine, trovo un altro punto da cui ripartire. Per questo stiamo continuando a raccogliere materiale sull'universo dei predatori online. Nei prossimi mesi pubblicheremo nuove puntate di Abisso dedicate a questo fenomeno. Perché capire come si muove questa rete è il primo passo per riconoscerla e provare a fermarla.

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