Salvatore Quasimodo muore a Napoli il 14 giugno del 1968.
in foto: Salvatore Quasimodo muore a Napoli il 14 giugno del 1968.

Salvatore Quasimodo muore a Napoli il 14 giugno del 1968. Nove anni prima l’Accademia svedese aveva scelto di assegnargli il Nobel per la letteratura "per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi": una tragicità che Quasimodo seppe rendere universale nella bellissima “Ed è subito sera”, ma che allo stesso tempo permea, in modo intimo e profondo, tutta la sua sterminata produzione poetica. È anche per questo che, a cinquant'anni dalla sua scomparsa, alcuni dei suoi versi risuonano dolorosamente attuali.

Un lamento d’amore senza amore, per il Sud

Oh, il Sud è stanco di trascinare morti

in riva alle paludi di malaria,

è stanco di solitudine, stanco di catene,

è stanco nella sua bocca

delle bestemmie di tutte le razze

che hanno urlato morte con l'eco dei suoi pozzi,

che hanno bevuto il sangue del suo cuore.

La poesia “Lamento per il Sud” apre la raccolta poetica forse più intensamente ed intimamente legata alla Sicilia. “La vita non è sogno” venne pubblicata nel 1949, quando ormai da anni Quasimodo vive la condizione di esule al Nord, lontano da quella terra che per lui rappresenterà sempre un simbolo di un’epoca lontana e felice. Il poeta si racconterà sempre come un Ulisse moderno che non tornerà mai alla propria Itaca: nella bellissima “Lettera alla madre”, che “come tutte le madri dei poeti, povera e giusta nella misura d'amore per i figli lontani” le ricorderà e ricorderà a se stesso “di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto e alcuni versi in tasca”.

Al Padre: i ricordi polverosi della tragedia

Alla figura della madre Quasimodo sarà sempre legato, così come a quella di suo padre a cui dedicherà un’altra bellissima poesia intrisa di nostalgia e ricordi “polverosi” come le macerie di Messina devastata dal terremoto. La poesia “Al padre” porta con sé l’eco lontana della tragedia che il piccolo Salvatore aveva vissuto quando aveva solo sette anni. L’immagine paterna s’intreccia al ricordo indelebile di quei giorni vissuti in un carro merci parcheggiato su un binario morto della stazione, metafora di quella umanità abbandonata a se stessa ma piena di speranza che molto spesso ritornerà nelle sue poesie:

La tua pazienza

triste, delicata, ci rubò la paura,

fu lezione di giorni uniti alla morte

tradita…

Il tuo berretto di sole andava su e giù

nel poco spazio che sempre ti hanno dato.

Anche a me misurarono ogni cosa,

e ho portato il tuo nome

un po’ più in là dell’odio e dell’invidia.

Uomo del mio tempo: l’uomo di ogni tempo

Pubblicato nella raccolta “Giorno dopo giorno” del 1947, questa poesia si alza come una condanna impietosa e feroce nei confronti degli orrori della guerra: una guerra che Quasimodo considera parte della natura stessa dell’uomo, fratricida fin da quando impugnava soltanto “pietra e fionda”, incapace di cambiare. Versi che il poeta dedica agli uomini del tempo che verrà, ai figli di quei padri il cui cuore è coperto da “uccelli neri e dal vento”.

Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo.

(…) T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.