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Secondo le psicologhe del carcere “Alessia Pifferi non cercava amanti per sé ma un papà per Diana”

Secondo le psicologhe del carcere di San Vittore, ora indagate, i reati contestati ad Alessia Pifferi “potrebbero essere la conseguenza del desiderio di costruirsi una vita familiare stabile”.
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Alessia Pifferi
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Continuano a far discutere la relazione delle psicologhe del carcere di San Vittore sulla detenuta Alessia Pifferi. Il sostituto procuratore ha da subito espresso non poche perplessità non solo sul loro contenuto ma soprattutto sulle modalità con cui sono state realizzate. A tal punto da arrivare a indagare le due professioniste, insieme all'avvocata che difende la donna accusa di aver lasciato morire la figlia di stenti. Eppure proprio quelle relazioni sono servite alla difesa per ottenere dal giudice la perizia psichiatrica.

Il primo punto, e forse quello più importante, è sulle modalità con cui le due psicologhe, Paola Guerzoni e Letizia Marazzi, hanno approcciato Alessia Pifferi. Va ricordato che il loro compito era unicamente quello di valutare la sua compatibilità con il carcere e la vita da reclusa. Invece, secondo l'accusa, si sarebbero spinte ben oltre, sottoponendo la donna anche a test che non hanno nulla a che vedere con la detenzione.

Ma avrebbero, sempre secondo la Procura della Repbblica, anche scavato nel passato di Pifferi con l'obiettivo di determinare un profilo psicologico che potesse in qualche modo determina il contesto in cui è maturato l'atroce delitto di cui si è macchiata. In questo senso risulta interessante il contenuto delle relazioni e la descrizione che ne esce dell'imputata, soprattutto in riferimento a quanto accaduto nel luglio del 2022.

In particolare quando parla della ricerca spasmodica da parte di Alessia di un compagno: "La donna non ricercava amanti per il proprio divertimento ma, in modo adolescenziale e anche a tratti ingenuo, sperava di trovare un compagno che potesse amare e proteggere lei ed essere un buon padre per la bambina", scrivevano la due psicologhe secondo quanto riferisce il Corriere della sera.

"Lo scopo di questa ricerca – continuavano le due professioniste – ha a che fare con i vissuti della donna legati ad un sentimento di bassissima stima di sé e relativi alla sua storia personale di bambina non amata. I reati contestati potrebbero quindi essere la conseguenza del desiderio di costruirsi una vita familiare stabile e questo modo trasognato di vedere la realtà l’avrebbe portata a non essere lucida e consapevole della gravità delle proprie azioni".

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