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“Non potevo dargli da mangiare per far quadrare i conti”: parla l’ex coordinatrice di un centro d’accoglienza

L’ex coordinatrice di un centro di accoglienza lombardo racconta a Fanpage.it le difficoltà che incontrava nel gestire la struttura, soprattutto per mancanza di fondi da parte del governo.
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A cura di Sara Tirrito
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I numeri record di sbarchi e arrivi registrati nel 2023 hanno portato al sorgere di nuovi centri di accoglienza straordinari. Si tratta di strutture collocate in siti individuati dalla prefettura, che ne affida la gestione tramite bando pubblico. L’ex coordinatrice di uno di questi centri ha raccontato a Fanpage.it in quali condizioni si lavora, facendo i conti con scarsità di cibo, assistenza sanitaria inesistente e ombre sulla direzione delle risorse.

Tre le situazioni più critiche denunciate dall’ex dipendente del cas il fatto che vinca la gestione dei centri chi fa l’offerta economica più bassa. E quindi, per far quadrare i conti, capita che il gestore "mandi i migranti a letto senza cibo". In secondo luogo, il diritto alla salute non è garantito. I cas sono lontani decine di chilometri dal primo ospedale, "si muore prima che l’ambulanza arrivi e un caso di sospetta tubercolosi non è stato sottoposto a isolamento per oltre tre settimane". Infine, chi prova a migliorare le cose viene cacciato, come Marta (il nome è di fantasia), coordinatrice licenziata in tronco tre settimane dopo essere stata assunta. Eppure, colleghi e migranti parlavano bene di lei.

Per quanto tempo hai lavorato nel centro di accoglienza?

Tre settimane. Mi avevano proposto di fare sia da coordinatrice che da operatrice. Mi sono rifiutata. In Italia questo duplice ruolo è molto diffuso, perché nei centri con meno di 300 ospiti non è previsto un coordinatore a tempo pieno. I contratti prevedono un incarico di 24h settimanali per centri fino a 150 ospiti e 18 ore per centri fino a 50 posti. Quindi se una persona vuole avere uno stipendio pieno spesso tende a occupare due ruoli, di coordinamento e assistente sociale oppure di coordinamento e operatore. Io ho deciso di fare solo da coordinatore. Per me le altre opzioni non sono lineari: c’è un conflitto tra chi coordina e chi opera. Oltre ad avere turni diversi, uno deve sorvegliare sull’operato dell’altro. Questo non è possibile se coordini e operi insieme, ad esempio.

Cosa facevi prima?

Ho sempre lavorato nell’accoglienza. Mi sono formata, ho studiato per fare questo lavoro. Ho lavorato anche in altre città d’Europa. Questo mi ha permesso di capire che il sistema di accoglienza presenta lacune al livello europeo. In particolare, grava sui paesi alle frontiere e punta su procedure accelerate, con conseguente svilimento del diritto di asilo. Non c'è una vera collaborazione tra i governi europei

Perché il rapporto di lavoro si è interrotto nel cas in cui lavoravi?

Tutto è stato fatto regolarmente dal punto di vista formale. Il mio contratto prevedeva un periodo di prova, un giorno mi è arrivata una mail in cui mi veniva comunicato che non lo avevo superato.

Quindi ti hanno licenziata via mail?

Sì, in un giorno lavorativo, prima che entrassi in servizio.

Te l’aspettavi? C’erano state avvisaglie di un rapporto altalenante?

Con gli operatori mi trovavo molto bene, ma il mio compito era di accertarmi che loro potessero lavorare bene e che nel cas venissero rispettati i requisiti dell’accoglienza. Ho avuto dei dissidi con il direttore dell’ufficio tecnico e ufficio acquisti perché chiedevo spiegazioni su alcune procedure.

Per esempio?
Il cibo, che viene distribuito tre volte a settimana, finiva sistematicamente un pasto prima del rifornimento. Quindi ci trovavamo a dovere centellinare le risorse che avevamo, contando i chicchi di pasta, e spesso dovevamo uscire per comprare due baguette.

Come mai c’era questa differenza?

Le porzioni sono stabilite in base a una grammatura decisa al livello ministeriale. Normalmente si considerano un tot di grammi per un uomo adulto. Una delle discussioni riguardava proprio le porzioni: per evitare che gli ospiti si lamentassero, un collega aveva fatto dei piatti più scarichi del normale, che era già poco, lasciando 3 porzioni di riserva per chi chiedeva il bis. Secondo lui era il modo per evitare lamentele, per me era ingiusto oltre che contro il regolamento. Tutto questo è dovuto non tanto alla cattiva fede del personale o del gestore, ma ai bandi per la gestione, che sono fatti a ribasso. Vince chi fa l’offerta più bassa, quindi per forza di cose la qualità del servizio non è buona e ai migranti mancano i beni di prima necessità.

C’erano situazioni simili con altri beni di prima necessità?

Ogni ospite all’arrivo compila diversi moduli indicando ad esempio le proprie taglie di abbigliamento e dopo poco dovrebbe ricevere un kit d’ingresso con indumenti di base e scarpe. Quando ho iniziato a lavorare in quel cas erano trascorsi due mesi dall’ingresso degli ospiti e forse 5 persone su 60 avevano ricevuto questo kit. Significa che in autunno, in zone di montagna, i migranti escono in ciabatte a piedi nudi.

Da coordinatrice cos’hai fatto?

Ho segnalato le mancanze all’ufficio acquisti, ed è una delle ragioni che potrebbe aver causato rigidità.

Nel tuo ruolo di coordinatrice quali altre mansioni rientravano?

Dovevo assicurarmi del buon funzionamento del centro, in tutto e per tutto.

E ci riuscivi?

Non sempre. Per esempio. Ogni giorno, il mio compito era di inviare per prima cosa alla prefettura una mail con i dati anagrafici delle persone presenti nel cas. Questi dati sono il confronto tra le persone registrate all’ingresso e quelle che ogni sera firmano un foglio delle presenze. Questi nominativi non coincidevano quasi mai.

In che senso?

C’era sistematicamente una differenza tra i presenti della sera e quelli reali. Dopo tre assenze una persona non viene più conteggiata come ospite del cas. Nei miei calcoli c’erano diverse persone assenti da molto più di tre giorni, che però continuavano a firmare.

Quindi le firme erano false?

Non lo so, ma quelle persone erano assenti.

Sulla base di quelle firme però vengono assegnati ad esempio i soldi alle cooperative, stanziati ad personam dal Ministero, giusto?

Sì.

Ci sono altri aspetti che non ti sembrava funzionassero?

Ho trovato grosse carenze nell’avvio delle procedure di regolarizzazione e di integrazione vera e propria.

Cosa intendi per procedure di regolarizzazione? Quando arrivano nei cas le persone dovrebbero essere già state fotosegnalate e identificate, non è così?

Non nella mia esperienza. I cas sono centri di accoglienza straordinari, quindi in un momento storico in cui i numeri degli arrivi sono i più alti raggiunti dal 2016, molti compiti, di fatto, ricadono sui cas. Uno di questo è la domanda di protezione internazionale. Quando ho preso servizio, l’80% degli ospiti non aveva avviato la procedura. I pochi che lo avevano fatto erano stati aiutati all’approdo, negli hotspot. Questo non solo perché il centro era aperto da poco ma anche perché presentare una domanda di protezione internazionale è complesso. Per avviare le procedure di identificazione e fotosegnalamento bisogna andare in una questura, dunque in una delle città più vicine, che nel nostro caso avrebbe richiesto un’ora di strada all’andata e una al ritorno, l’impiego di almeno un operatore solo per questo e comunque il noleggio di un autobus. Di solito sono operazioni che si fanno a gruppi di qualche decina, ma in una situazione in cui ci sono tante emergenze e pochi operatori, diventa complesso. Accanto a questo ho cercato di avviare un processo di integrazione vera e propria, progettando percorsi di apprendimento della lingua: erano previsti dagli Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, aboliti con il decreto sicurezza Salvini nel 2018, ndr) ma ora non esistono più figure professionali pagate dallo Stato per insegnare l’italiano, questo di fatto rende impossibile l’integrazione.

Sei riuscita a trovare insegnanti?

Soltanto qualche volontario ma non con una garanzia di assiduità tale da costituire un percorso di integrazione.

Perché rifiutavano?
Principalmente per la posizione del cas. Se anche si riescono a trovare i fondi per assumere, anche part time, un docente di italiano, nessuno riesce ad arrivare in un centro così lontano. La collocazione dei cas è molto limitante per chi coordina un centro e crea anche altri problemi.

Di che tipo?

In primo luogo con le comunità. Molti cas sono collocati al di fuori delle città, in comuni molto piccoli, con qualche centinaio di abitanti. È chiaro che questo può creare i presupposti perché ci siano situazioni di tensione tra la popolazione locale e i migranti. Oltre a questo, il fatto che si trovino dislocati dai centri abitati fa sì che nessuno voglia andarci a lavorare. Ma questa scelta, del Ministero dell’Interno, di collocare i cas a decine di chilometri dai servizi di base, fa sì che ad esempio le ambulanze non possano arrivare tempestivamente se qualcuno sta male.

È mai successo?
Nel centro che ho coordinato nessuno ha avuto malattie fulminanti, ma in Italia c’è stato un caso molto noto, di una persona che si è sentita male e quando i soccorsi sono arrivati non c’era più niente da fare. Era deceduta per arresto cardiaco.

Per fortuna non mi è capitato, e spero non ricapiti mai, ma bisogna tenere in considerazione questo fattore a monte, quando si individuano i siti idonei a divenire cas.

A proposito di Sanità, quali sono le condizioni degli ospiti con cui hai lavorato?

Affrontano un viaggio molto lungo e insidioso per arrivare nel nostro Paese. È molto difficile che si lamentino, perché hanno vissuto in condizioni che noi, al sicuro nelle nostre case in Italia, non possiamo lontanamente immaginare. Ma c’è ovviamente chi arriva con delle patologie, già in fase di cura, o chi ne sviluppa di virali.

Ti è capitato che qualcuno avesse delle malattie contagiose? Come l’avete gestita?

È stato un altro dei motivi di contrasto con i miei superiori. Quando sono arrivata, ho notato che una persona era stata ospedalizzata 3 settimane prima e dimessa con una diagnosi di ‘sospetta tubercolosi’. Gli avevano prescritto degli accertamenti che non aveva ancora fatto e, soprattutto, si erano raccomandati di tenerlo in isolamento per evitare che contagiasse gli altri. Ebbene, per tre settimane quella persona era stata in mezzo agli altri giorno e notte, senza mascherina e senza protezioni di nessun genere. Quando sono arrivata è stato messo in isolamento in uno stanzino ma anche in quel caso tutto è stato fatto senza tenere conto di come stesse lui. Nessuno gli ha spiegato perché veniva sottoposto all’isolamento, né quando sarebbe uscito né cosa avrebbe dovuto fare. Questa mancanza di comunicazione crea una pressione psicologica dannosa e inutile.

Ci sono altri casi in cui è mancata la comunicazione?

Sì. Uno dei più lampanti sono proprio le procedure di accoglienza. Non esiste, né da protocollo ministeriale né da parte degli enti, un momento di ascolto e di spiegazione di come funziona l’integrazione in Italia. La maggior parte delle volte, chi arriva lo fa per cominciare una nuova vita senza rischiare di morire ogni giorno. Fugge da un Paese in cui lavorare onestamente non garantisce la sopravvivenza e fondamentalmente ambisce a poco: a regolarizzarsi e iniziare una vita tranquilla. Eppure, quando un migrante arriva, nessuno gli spiega come deve regolarizzarsi. Nessuno gli insegna l’Italiano, nessuno lo aiuta a cercare un lavoro, e passa giorni interi in un cas sperduto in una comunità dove non c’è lavoro nemmeno per chi ci abita. Questa non si può chiamare accoglienza.

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