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Maltrattate, violentate e ri-vittimizzate: le donne che subiscono violenza dagli uomini spesso ne sono vittima anche dentro le istituzioni. Proprio quelle che dovrebbero aiutarle e soprattutto accompagnarle in un percorso difficile e tortuoso. Un atteggiamento ricco di stereotipi che sminuisce le donne che denunciano, provoca disagi psicologici e spesso le spinge a ritrattare o ridimensionare quanto subito. Sul tema c'è quindi ancora tanto lavoro da fare e le disposizioni attuali, come quelle previste nel Codice rosso, per quanto possano aver velocizzato la primissima fase – e cioè il passaggio dalle forze dell'ordine alla Procura – non hanno dato nessuna spinta alle indagini e ai processi, i cui tempi sono ancora lunghi. A questo problema si aggiunge l'impennata di richieste d'aiuto nei centri antiviolenza dopo il lockdown di marzo, imposto dopo la prima ondata di contagi da Coronavirus, che pone l'attenzione su come sia difficile tutelare la salute psico-fisica in diversi contesti.

La violenza secondaria delle istituzioni

La violenza secondaria o ri-vittimizzazione è un tema sul quale si discute ancora poco: "È una tipologia di violenza che tocca qualsiasi ambito: dai processi alle denunce", spiega a Fanpage.it Francesca Garisto, avvocata e vicepresidente del Cadmi (Casa di accoglienza delle donne maltrattate) di Milano. In ambito civile è legata all'aspetto della genitorialità: "Quando le donne si rivolgono all'autorità civile spesso come primo provvedimento ottengono quello dell'affidamento dei minori ai servizi sociali. Questo mette in discussione il loro ruolo genitoriale e fa passare il messaggio che, avendo patito la violenza,  la donna sia inadeguata come genitore". Anche se meno evidente, la ri-vittimizzazione è presente anche nei procedimenti penali: "Capita spesso che, durante l'interrogatorio del giudice, ci si sposti su elementi di contorno come la moralità o le abitudini di vita della donna. Questo atteggiamento – spiega Garisto – alimenta pregiudizi che mirano a far credere che le donne strumentalizzino la violenza per ottenere dei vantaggi". Prime che nelle aule dei tribunali, spesso la violenza secondaria trova spazio negli uffici preposti alle denunce: "Molto spesso i maltrattamenti vengono sminuiti dalle stesse forze dell'ordine, ovviamente non da tutti, e questo modus operandi spinge molte donne a non denunciare, a ritrattare e ridimensionare i fatti". Rendere poco credibile chi ha subito violenza è un danno enorme, chi viene creduto viene tutelato, altrimenti no e questo potrebbe causare atti estremi come femminicidi, ma anche altre forme di violenza ugualmente pericolose: "È necessario fare quindi – continua l'avvocata – un enorme lavoro di cambiamento culturale che possa abbattere una serie di pregiudizi e stereotipi che riguardano sia le donne che gli uomini: spesso, al momento della sentenza e durante la fase processuale, capita che l'attenzione venga spostata dalla violenza cercando in qualche modo un elemento che possa giustificare quanto fatto".

I limiti del Codice rosso

Il cambiamento culturale però deve essere abbinato a quello giuridico e normativo. E il Codice rosso ne è un esempio. Entrato in vigore nell'agosto del 2019, tutela le donne che hanno subito atti persecutori, violenza e maltrattamenti. La legge è intervenuta in modo decisivo soprattutto nella primissima fase e cioè nel passaggio della notizia di reato dalla polizia alla Procura: "Purtroppo però i tempi di indagini e di processo rimangono sempre quelli e noi – sostiene la vicepresidente – sentiamo l’esigenza che si velocizzino. È anche vero che dopo la sua entrata in vigore, è entrata in gioco la pandemia e questa non le ha ancora permesso di raccogliere i suoi frutti". L'altro elemento di novità, e cioè l'ascolto nei tre giorni successivi alla denuncia, per il Cadmi potrebbe essere piuttosto pericoloso: "Il rischio è che se non è in sicurezza dopo due giorni, la donna potrebbe essere pronta a ritrattare o la si può esporre al rischio di reazione da parte del maltrattante. Questa decisione sarebbe stata ottimale solo in caso di misura cautelare con arresto o allontanamento. Così invece si espone la donna a dei rischi".

L'impennata di domande durante il lockdown di marzo

Il primo lockdown di marzo, dovuto alla prima ondata di contagi da Coronavirus, ha reso più complessa la lotta contro la violenza sulle donne: "Nei primi mesi di chiusura c'è stata una riduzione delle chiamate, poi dopo la riapertura c'è stata un'impennata addirittura maggiore rispetto all'anno passato. Durante il lockdown, che ha consentito di far emergere tante situazioni di violenza, le donne faticavano infatti a trovare uno spazio per sé". Dall’inizio dell’anno e fino al 31 ottobre ci sono state infatti 751 richieste d’aiuto pervenute al Cadmi di Milano, di cui 631 sono nuove: "Se continua così – conclude Garisto – arriveremo presto a quota mille, il doppio rispetto all'anno precedente".