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Emanuela Perinetti e l’anoressia, la sorella: “Voleva vivere, nascondeva il dolore per proteggerci”

Emanuela Perinetti: lo sport, i sogni, il successo e la malattia. “Mia sorella non voleva morire, non voleva lasciarsi andare”, dice a Fanpage.it Chiara Perinetti, che ricorda la personalità forte di Emanuela fino agli ultimi giorni, prima della morte per anoressia.
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A cura di Chiara Daffini
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Emanuela Perinetti, nota influencer e marketing manager del mondo dello sport, è morta a soli 34 anni per l'anoressia nervosa che l'aveva colpita. La sua scomparsa ha rattristato l'Italia e in particolare il mondo del calcio, dove lavora il padre Giorgio Perinetti, storico dirigente sportivo. La sorella di Emanuela, Chiara, racconta a Fanpage.it la vita della giovane donna deceduta a Milano il 29 novembre 2023.

Chi era Emanuela Perinetti?

"Emanuela era una persona piena di vita e che riusciva, senza nessuna fatica, a entrare nelle persone e a rimanerci. Aveva studiato scienze politiche e poi aveva deciso di entrare nel mondo del management, dell'economia per applicare questo tipo di competenze al mondo dello sport".

Quanto ha influito la presenza di vostro padre, il dirigente sportivo Giorgio Perinetti, nelle scelte di vita di tua sorella?

"Nostro padre sicuramente è un direttore sportivo conosciuto all'interno del mondo del calcio. È ancora un grande dirigente, ma credo che Emanuela volesse in qualche modo rendere onore anche a lui, per poi però farne ancora di più, applicare le sue competenze di marketing e di pubbliche relazioni a questo mondo e allargarlo anche oltre il calcio".

Emanuela Perinetti con il padre Giorgio
Emanuela Perinetti con il padre Giorgio

Quando Emanuela si è ammalata di anoressia?

"Quando aveva 16 anni si sentiva forse sul lato fisico un po’ più in carne magari rispetto alle persone che frequentava, le compagnie, ed è lì che ha deciso di fare una dieta drastica, nel periodo estivo, solo che quello che poi è successo da lì è stato che si è innescata una forma di controllo ossessivo sul cibo. Questo è stato, credo, un po’ l'inizio di tutto: non il desiderio di dimagrire, ma la paura di ingrassare e tornare a non piacersi".

Da allora, però, sono passati molti anni.

"Per diverso tempo la situazione è rimasta relativamente stabile, le sue condizioni non erano allarmanti, non era sottopeso. I problemi più evidenti sono arrivati dopo e non immediatamente a livello fisico. Tra il 2017 e il 2018, quindi ben dopo anche la scomparsa di nostra madre, io ho cominciato a notare che qualcosa era diverso in lei, sentiva il bisogno di isolarsi. Questo isolamento progressivo, che poi è peggiorato con il Covid, è quello che ha fatto precipitare il suo stato di salute".

C'è stato poi un peggioramento repentino negli ultimi mesi.

"La progressione veramente drammatica noi l'abbiamo vista a partire da settembre 2023. Quando sono tornata dalle vacanze estive ho incontrato mio padre e mia sorella per una colazione e lì ho notato che Emanuela era molto dimagrita. Un dimagrimento che mi ha preoccupata, ma che non era ancora di quelli tali da farmi già dire con sicurezza: c'è un problema. Invece la situazione è peggiorata in fretta e infatti a ottobre l’abbiamo convinta ad andare da un primo specialista,
che ha subito diagnosticato l'anoressia e ha predisposto un ricovero urgente. Emanuela però si è rifiutata e noi familiari non avevamo i mezzi per costringerla. L'abbiamo così portata da un secondo specialista, a cui lei si è affidata immediatamente e che voleva in qualche modo portarla alla soluzione ospedaliera gradualmente. Solo che non c'è stato neanche il tempo, perché dopo tre giorni dalla visita, verso metà novembre, Emanuela è scivolata in casa ed è stata soccorsa
dal 118 perché non riusciva a rialzarsi in autonomia: la sua muscolatura era al limite. Da lì è stata ricoverata in ospedale per stato di necessità".

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Che cosa è successo durante la degenza?

"Da quando è arrivata in ospedale ho rivisto la Emanuela che conoscevo: una persona determinata, che voleva mangiare, che voleva essere aiutata. Ho visto una persona che soffriva moltissimo rendendosi conto che il corpo fragile dentro il quale viveva non era il suo e non era adatto a contenere la fame di vita che in realtà la contraddistingueva. Ho visto anche una persona anche gentile, che ringrazia il rianimatore perché le ha salvato la vita dopo una crisi respiratoria".

Purtroppo però Emanuela non ce l'ha fatta.

"In una decina di giorni se n'è andata. Il suo corpo, nonostante l'alimentazione artificiale, oramai non rispondeva più. Mi ricordo le sue ultime parole, il giorno prima che mancasse, non me le ha dette neanche dal vivo, le ha registrate in un video in cui in realtà diceva soltanto ‘Ciao‘".

Hai mai pensato a quali possano essere i motivi che hanno causato questo disagio così profondo da parte di Emanuela?

"Credo che la somma dei pesi, delle responsabilità e anche dei disagi che lei aveva avuto nei periodi precedenti sia semplicemente esplosa in un disagio fisico che che poteva essere in un qualche modo palese. Paradossalmente, sparire per essere vista e uscire così da quella forma di isolamento che si era creata negli ultimi anni. Sono molto sicura del fatto che non volesse né morire, né spegnersi, né lasciarsi andare. Me l'ha detto a gran voce. Credo che lei, nella sua testardaggine e nel tentativo di protezione delle persone che aveva attorno, semplicemente abbia creduto per molto tempo di farcela da sola e abbia anche creduto che il suo corpo non avrebbe ceduto finché lei non lo avesse voluto".

Cosa vorresti che restasse di Emanuela anche a chi non la conosceva direttamente?

"Non ho la presunzione di parlare a nome di tutte le persone che la vivono, però credo che sia molto facile leggere una storia di anoressia e pensare “Lei non era come me, io non sono a quel punto, non ci arriverò”. Invece non è così, non si è mai troppo poco malati per curarsi. Dopo la morte di Emanuela e l'eco mediatica suscitata, ho sentito di più persone che hanno accettato il ricovero, molte mi hanno addirittura scritto. E questo è quello che mi piacerebbe che un po’ restasse: la consapevolezza, nelle persone che soffrono di un disturbo del comportamento alimentare, che bisogna chiedere aiuto, oltre a strumenti in più per ottenerlo".

Scrivere storie con un finale diverso quindi?

"Sì. Nel nostro caso la difficoltà più grande è stata il fatto che Emanuela fosse maggiorenne e potesse decidere da sé: a causa dell'anoressia stessa, che spinge a rifiutare gli aiuti esterni, era difficile per noi convincerla a curarsi. Quindi penso che avere gli strumenti, sia per le persone malate sia per le loro famiglie, per mettersi in salvo in tempi rapidi è importantissimo e magari riuscirebbe a cambiare una o più storie".

È stato detto che Emanuela "aveva tutto". In molti si sono stupiti del dolore che si portava dentro.

"Non credo che quella frase sia stata pronunciata necessariamente nel modo sbagliato, perché immagino che il tutto di cui si parlasse non fosse solo legato a un successo materiale, personale, lavorativo, ma anche a un successo negli affetti. Quindi è vero: Emanuela aveva tutto. Credo però che questa malattia sia semplicemente qualcosa che non nasce dalla mancanza di qualcosa. O meglio, nasce dalla mancanza di qualcosa legato però all'intimo e alla propria sfera personale, non dipende da quello che si ha ma da quello che si sente. Emanuela non si riconosceva più nella persona che era o che voleva essere e quindi era come vivere due vite: fuori, aveva tutto, compreso il successo, ma dentro si sentiva profondamente sola. Penso che mia sorella abbia scoperto di avere una fragilità che non credeva di avere e che secondo tutti non aveva, perché all'esterno era una persona sempre forte, che poteva aiutare tutti e che non aveva bisogno di essere aiutata".

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