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30 Ottobre 2022
8:51

Dalla curva dell’Inter alla ‘ndrangheta: chi era Vittorio Boiocchi, il capo-ultrà ucciso a Milano

Con 26 anni e 3 mesi di galera ben 10 condanne definitive, Vittorio Boiocchi aveva più un passato da criminale che da capo ultrà dell’Inter. È in questa direzione che si indaga per trovare il suo assassino.
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Vittorio Boiocchi
Vittorio Boiocchi

Vittorio Boiocchi è famoso per essere stato il capo della curva Nord dello stadio San Siro, quella riservata ai sostenitori più agguerriti dell'Inter. E, più precisamente, era il punto di riferimento per i Boys, uno dei vari gruppi in cui si divide la tifoseria: perché la fede calcistica è una, ma i tentativi di primeggiare sono tanti.

Non a caso, nel settembre del 2019, è stato fermato durante una partita perché si stava prendendo a pugni con Franco Caravita, il capo di un alto gruppo di ultrà. Perché anche in questo caso probabilmente la scazzottata era più divertente delle partita.

Ma soprattutto quante volte sia andato realmente a vedere l'Inter giocare allo stadio è un mistero da appurare, visto che dei suoi 69 anni di vita, prima di essere ucciso in un agguato in strada la scorsa notte, ben 26 (e tre mesi, per la precisione) li ha passati chiuso in una cella.

Perché fare il capo della curva dell'Inter per Vittorio Boiocchi era un hobby, la sua professione era un'altra e spazziava dal traffico di stupefacenti all'estorsioni, con la connivenza prima della mala del Brenta, poi con Cosa nostra e alla fine con la ‘ndrangheta, a seconda di chi comanda gli affari criminali sotto la madonnina.

I rapporti di Boiocchi con le mafie

Sono ben 10 le condanne, tutte definitive, che Boiocchi ha riportato per associazione a delinquere, traffico internazionale di stupefacenti, ricettazione, porto e detenzione illegale di armi, sequestro di persona e furto. Ma a preoccupare sempre di più la forze di polizia sono stati i suoi rapporto con le mafie.

Già nel 1996 Boiocchi faceva parte di un sodalizio criminale che importava cocaina dalla Colombia. Di questo stesso gruppo Giuseppe e Stefano Fidanzati, due uomini vicini alla cosca Mannino della mafia siciliana. Ma, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti a suo tempo, anche Baiocchi e i fratelli Fidanzati collaboravano anche con la Mala del Brenta.

Più di recente, invece, lo si riteneva più contiguo alla ‘ndrangheta, diventata nel frattempo l'organizzazione criminale predominante anche a Milano e in Lombardia. Nel 2020 è infatti stato visto diverse volte ai tavoli del bar Calipso in via Correggio insieme a Vincenzo Facchineri, ritenuto "diretto appartenente della ‘ndrina Facchineri e fratello di Luigi, divenuto boss dell’organizzazione criminale"

Anche se, in realtà, è stato visto anche in compagnia di Antonio Francesco Canito, esponente del "clan Magrini, famiglia appartenente alla malavita barese", si legge nelle carte processuali più recenti. Giusto per non farsi mancare nulla.

È evidente che gli inquirenti stiano indagando soprattutto in questa direzione, più che nell'ambiente delle tifoserie calcistiche, per individuare il responsabile del suo omicidio.

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