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Sulla scuola stiamo sbagliando tutto, con Christian Raimo

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Pochi soldi, insegnanti sottopagati, problemi elusi, ore sottratte alla didattica. Ma soprattutto, nessuno studio e nessuna strategia su come cambiare la scuola. La propaganda su tetto agli stranieri e burqa nasce da qui. Ne parliamo con Christian Raimo, insegnante e scrittore.

"Ha ragione Giorgia Meloni quindi? Davvero il problema della scuola italiano sono gli studenti stranieri?"

Tanto per cominciare: se non altro è una notizia positiva che se ne parli, di scuola. Perché questo tema è scivolato in fondo a tutte le priorità per anni, se non decenni. Eppure – e lo dico senza la minima retorica – è il luogo in cui costruiamo il futuro del nostro Paese. Ed essendo l’istruzione obbligatoria è l’unico luogo in cui sicuramente ciascuno di noi è stato per un periodo di tempo relativamente lungo. Siamo tutti coinvolti, insomma, tutti portatori d’interesse, molto più di quanto lo siamo per altri temi su cui ci accaloriamo quotidianamente. Eppure niente: di scuola non se ne parla, non ci si investe, non è tema mai tema da campagna elettorale.

Problema numero due: quelle poche volte in cui si parla di scuola, se ne parla male. Forse proprio perché siamo disabituati a occuparcene. Per dire: nelle ultime settimane – ma potrei dire mesi, o anche anni – ne abbiamo parlato solo per casi di cronaca accaduti tra le mura degli edifici scolastici. Accoltellamenti tra studenti e aggressioni con coltelli agli insegnanti, ad esempio. Oppure perché fa troppo caldo, e poiché nelle scuole non c’è aria condizionata, qualcuno ha proposto di far iniziare dopo l’anno scolastico prolungando ulteriormente i tre mesi di vacanze estive degli studenti. Tutte cose importanti, insomma. Ma, ne converrete, sintomi, fenomeni collaterali di problematiche molto più profonde di cui, in modo strutturale, non si parla mai. Che la scuola italiana ha poche risorse per affrontare gli enormi problemi psicologici e sociali dei giovani, ad esempio. O che gli edifici scolastici sono fatiscenti e inadeguati al ruolo che rivestono, pure.

Buon ultima, è arrivata pure Giorgia Meloni, per l’appunto. Che dal palco di Fenix, la festa di Gioventù Nazionale, la giovanile di Fratelli d’Italia, ha parlato della necessità di mettere un tetto alla presenza di alunni stranieri che non parlano italiano nelle classi, annunciando un decreto che arriverà a breve. È una norma, questa, che molti esperti del mondo dell’istruzione hanno già definito inattuabile. Ma al netto della sua inattuabilità, è davvero questo il punto? Ed è davvero questo ciò di cui si dovrebbe parlare quando si parla di scuola?

Per provare a rispondere a questa domanda – e per allargare lo sguardo se non a tutti, perlomeno ai principali mali della scuola italiana – ho chiesto una mano a Christian Raimo. Scrittore, commentatore politico, assessore di municipio, candidato alle elezioni europee, ma soprattutto professore di storia e filosofia ed esperto come pochi altri di tutto quel che accade nella scuola italiana. Uno dei pochi che davvero si occupa di raccontare cosa non va e di capire come si potrebbe migliorare.

Quindi, al dunque, cominciamo: quello dell'eccessiva presenza di alunni stranieri è davvero un problema della scuola italiana?  E come si risolve?

"A questa prima domanda è molto semplice rispondere. In realtà ci sono questioni che andrebbero poste con modo completamente diverso. Qui si mette sullo stesso piano la competenza linguistica, la cittadinanza e addirittura il colore, perché si è parlato anche di bianchi. E sono tre cose completamente diverse. Partiamo dalla competenza linguistica: ci può essere un ragazzino straniero che è molto bravo in italiano, oppure ci può essere un italiano che non sa bene l'italiano. Ed è quello che effettivamente dicono le leggi che ci sono ora – a partire da quella famosa circolare di Mattarella del 1990 che è stata evocata da Meloni. C’è l'idea in particolare che la competenza dell'italiano L2 possa essere migliorata attraverso, appunto, un insegnamento della lingua italiana rafforzato da figure che hanno una capacità di insegnare questo italiano. Il problema è che queste figure non sono inserite adeguatamente nella nella scuola, perché sulla carta noi dovremmo avere moltissimi mediatori linguistici che non abbiamo, sulla carta ci dovrebbero essere, appunto, italiani di L2 insegnanti di L2 e che però invece sono pochissimi e sono impiegati come tappabuchi.

Quindi è chiaramente una misura che non ha senso, per come è formulata.

Se si vuole migliorare le competenze linguistiche delle bambine, bambini, ragazzi, ragazze con background migratorio, basterebbe semplicemente finanziare più cattedre o anche semplicemente dare più ore, e pagare meglio mediatori linguistici e insegnanti di L2.

E tutto questo si può fare anche senza creare delle classi ghetto, delle classi ponte, che è l'idea dei governi di centro-destra da sempre, dagli anni 90 in poi,  da quando poi l'immigrazione in Italia è diventata più consistente".

Come avrete capito, abbiamo già messo altra carne al fuoco. Come dice Raimo, le leggi per aiutare i giovani che non sanno bene l’italiano – che abbiano background migratorio o meno – ci sono già. E già ci sono le figure professionali che potrebbero occuparsene, i cosiddetti insegnanti di italiano L2, cioè dell’italiano come seconda lingua. Il ministro Valditara ne aveva promessi mille, ma il problema è che ce ne sono troppo pochi. E che quei pochi, in molti casi, vengono messi a fare altro. A tappare i buchi delle carenze di organico, ad esempio. Perché banalmente non ci sono abbastanza insegnanti per le materie curriculari, ad esempio. Eccoci al dunque, quindi: dietro al problema segnalato da Meloni a Fenix e dietro la proposta di un tetto agli studenti stranieri nelle classi si nasconde un problema ben più grosso. Che la scuola italiana ha carenze enormi per mancanza di risorse. E che queste risorse sono diminuite anziché aumentare negli ultimi anni, o decenni. Più nel dettaglio: l'Italia spende circa il 4,3% del PIL in istruzione, e in questa speciale classifica è il terzultimo Paese d'Europa. Che servano soldi in più per la scuola è quasi ovvio: ma dove andrebbero messi in via prioritaria secondo Christian Raimo?

L'Italia spende poco in istruzione, ma anche questo non è un dato neutro. L'Italia spendeva molto di più fino agli anni 70-80, poi abbiamo avuto quel disastro terribile che sono state le riforme Gelmini e Moratti. La riforma Gelmini oggi è maggiorenne, come dire, dovrebbe prendersi le sue responsabilità. Siamo passati dal 5,1% al 4,3%.  Questo vuol dire che le risorse che possiamo mettere sulla scuola non hanno un grande margine di scelta, nel senso sono dedicate nella maggior parte dei casi ai costi del personale che anche qui hanno una media europea tra le più basse, una media tra le più basse in Europa e con un calo drastico proprio a partire da quegli anni berlusconiani.

Quindi dove dovrebbero essere messe queste risorse in modo prioritario? È un problema che purtroppo non si pone. Ogni scuola, ogni istituto ha un una piccola dotazione di istituto, un fondo di istituto si chiama FIS e ogni volta a inizio anno i collegi docenti devono decidere che cosa farne di quelli di quei fondi. Ma quei fondi per ogni istituto sono 50.000, 70.000, se va bene 100.000 euro. Cosa fare per una scuola in cui si hanno 50.000 euro in più?  Ci si mettono i condizionatori o si fa un corso di teatro in più. Chiaramente la scelta è tra un miglioramento microscopico e un altro miglioramento microscopico. La maggior parte dei fondi dovrebbero essere strutturali e invece sono fondi episodici.

Se io dovessi immaginare che cosa servirebbe alla scuola chiaramente sarebbero più fondi e se il ministero fosse ministero di persone capaci, strutturerei meglio quegli organi che già esistono e che possono migliorare strutturalmente la scuola. Faccio due esempi: in Italia abbiamo per esempio l'INVALSI e l'INDIRE che sono due istituti di ricerca che però negli ultimi anni sono stati usati al di fuori della loro funzione. L'INDIRE dovrebbe fare ricerca scolastica e di fatto si è messo a fare formazione per gli insegnanti di sostegno, con dei corsi insomma meno qualificanti quello che dovrebbero essere. E  l'INVALSI, invece, viene sempre meno usato per riflettere intorno alla qualità degli studi scolastici e sempre di più per cercare di classificare i singoli istituti e i singoli studenti. Quindi quei pochi soldi si dovrebbero mettere sulla qualità della ricerca anche per capire magari come reperire i fondi a livello europeo e internazionale.

Anche qui ogni risposta porta con sé una nuova domanda e ogni soluzione scoperchia un nuovo problema. E in questo caso Raimo ne pone uno non immediatamente intuitivo: anche se volessimo risolvere strutturalmente i problemi della scuola italiana, e anche avessimo i soldi per farlo, abbiamo piena conoscenza di quali siano i problemi? Di come potremmo migliorare la scuola? La risposta è no, perché non ci sono abbastanza fondi per la ricerca finalizzata a migliorare la nostra istruzione. E perché chi dovrebbe fare ricerca, così come gli insegnanti di italiano come seconda lingua, viene messo a fare altro.

In questo modo, la scuola diventa terreno su cui si fronteggiano, al solito, due opposte visioni della società. Banalizzo un po’, ma è per capirci: la scuola che fa accoglienza, a sinistra. La scuola del merito, a destra. La scuola che si apre alla diversità, a sinistra. La scuola contro l’ideologia gender, a destra. Restando nella stretta attualità: Meloni a Fenix ha parlato di scuola anche in relazione a due novità introdotte dal ministro Valditara: quella sul voto in condotta, che torna ad avere un valore in sede di valutazione dello studente. Quello sulla scena muta agli esami, come protesta contro la scuola iper-performativa, che comporterà la bocciatura anche per quegli studenti che hanno già raggiunto i punti sufficienti per essere promossi. E poi quella sull'educazione civica, che dice Meloni, tornerà a essere una materia insegnata come si deve. Come leggi queste due novità? Che idea di scuola raccontano?


“Dal 2015 a oggi sono state introdotte surrettiziamente a scuola cinque materie di fatto. L'alternanza scuola-lavoro dal governo Renzi, le prove INVALSI sempre Buona Scuola – diciamo il il tempo che a scuola si dedica alla preparazione delle scuole delle prove INVALSI. Poi nel 2020 l'educazione civica dal governo Conte, quello giallo-rosso. Poi nel 2022 l'orientamento con il PNRR. E ora arriva Meloni con il voto in condotta, quindi diciamo con la materia del comportamento. Che, come dire, non è una materia che dovrebbe avere delle ore specifiche, ma chiaramente le ha perché il tempo che si passa a capire che cosa vuol dire comportarsi bene o non comportarsi male e che nei consigli di classe si dedica alla condotta è tanto. E poi sono dei voti. Allora, questo comporta valutazioni, quindi osservazioni, verifiche, eccetera.

Il tema è che questo tempo non è regalato in più alle scuole, è un tempo sottratto alla didattica. Perché le ore di orientamento devono essere comunque 15, le ore di alternanza scuola-lavoro devono essere comunque 40, le ore dii educazione civica devono essere comunque 33, le ore di per fare le INVALSI devono essere comunque appunto una decina, una quindicina. Sono ore curricolari e bisogna prenderle e quindi dove si prendono? Dalle altre materie. Così io l'anno scorso sulla carta avrei dovuto fare 66 ore di storia, ma alla fine mi sono ridotto a farne 38, quasi la metà. Mentre sulla carta io dovevo fare 33 ore di educazione civica e ne ho fatte 33. Dii orientamento ne dovevo fare 30 e ne facciamo 30, di alternanza scuola-lavoro ne dovevamo fare 70 e ne facciamo 70. Cioè quelle ore sono intoccabili, mentre le ore dove insegniamo matematica, biologia, chimica, italiano, inglese, quelle invece possono essere erose, ma sono talmente erose che spesso essenzialmente sono dimezzate.

Quindi queste novità sono pagliaccesche e non non ci fanno rendere conto come una scuola orientata essenzialmente al disciplinamento non vuol dire una scuola più seria, ma vuol dire una scuola molto meno seria perché le ore invece sulla dedicate alla didattica diventano giocoforza molto poche".

A proposito di educazione civica e problemi seri, rimane sul tavolo un problema molto serio che riguarda l'incolumità degli insegnanti, vittime di diversi assalti all'arma bianca da parte degli studenti, negli ultimi mesi. E più in generale quello della radicalizzazione di molti giovani, radicalizzazione che avviene online, in molti casi, fuori dal controllo di genitori e insegnanti. Come si origina questo fenomeno? E com’è che la scuola dovrebbe affrontarlo? Bastano i metal detector, per essere chiari?

"Allora, la questione invece della della radicalizzazione degli studenti è una questione vera, non è una falsa questione, quella è un'emergenza vera. È un cavolo di problema strutturale e l'origine di questo fenomeno è abbastanza semplice: la solitudine degli studenti. È una cosa a cui pensiamo molto poco, ma rispetto alle generazioni cresciute negli anni del 900, gli studenti di oggi sono soli, ma non è che sono soli perché si sentono soli, sono materialmente soli perché spesso sono figli unici, figli di separati, i genitori tornano molto tardi la sera, i nonni non ci sono e quindi la scuola è spesso l'unico posto dove vedono dei pari. Questa solitudine chiaramente produce – non è prodotta da – la confidenza digitale, soprattutto la confidenza digitale che affida ai social la socialità. E quindi lo streamer, l'influencer diventa una figura di riferimento autorevole, soprattutto quando comincia a essere una figura educante.

Pensa al look maximizing, alle varie forme di miglioramento fisico,  alle idee sui maschi e femmine che un ragazzo di 12 anni può avere da uno streamer. Chiaramente sono una compensazione di un tempo che effettivamente i genitori, le famiglie, ii nonni, gli amici non riescono ad avere. Se dovessimo cominciare a voler contrastare veramente questi fenomeni bisognerebbe aprire la scuola di più e fare teatro, fare attività sportive, fisica, introdurre, appunto, gli psicologi a scuola e invece questa cosa non si fa e si pensa che mettendo i metal detector e pensando che il divieto dei cellulari a 14 anni possa compensare tutto questo. A dirla tutta, secondo me sarebbe bene evitare il cellulare e i social fino a 14 anni, ma anche questa dovrebbe essere una misura di cui un mondo politico adulto può ragionare anche in contrasto effettivamente a quelle che sono le logiche predatorie delle società digitali".

E a proposito di digitale. L’ultima questione che non possiamo eludere, in questa lunga chiacchierata sulla scuola, è quella sull’intelligenza artificiale. La faccio brevissima: è sempre più usata dagli studenti, con motivazioni dalle più alle meno nobili. In prosa, c’è chi la usa per studiare sempre meglio e chi la usa perché studi e faccia i compiti al posto suo. Ultima domanda per Christian Raimo: secondo te la scuola come dovrebbe affrontare una simile rivoluzione tecnologica? Tenendola fuori dalle porte degli istituiti o facendola entrare a pieno titolo negli strumenti di formazione a disposizione di studenti e docenti?

L'intelligenza artificiale è un tema gigantesco, ma anche quello è un tema di didattica, di apprendimento. Ci sono delle linee guida molto articolate che sono state redatte negli ultimi anni dal Ministero, ma le intelligenze artificiali cambiano a tal punto da aver fatto invecchiare quelle linee guida. Sono usciti un paio di libri molto interessanti quest'anno sull'intelligenza artificiale almeno per l'apprendimento dell'italiano, uno di Giuseppe Antonelli, un altro di Massimo Palermo ed entrambi ragionano in modo allarmistico sull'intelligenza artificiale perché chiaramente fa parte ormai della nostra quotidianità. Tra le tante cose molto intelligenti che dicono c’è l’idea che l'intelligenza artificiale può compensare le l'attività di scrittura, ma chiaramente non sostituisce l'attività di lettura e che quindi a scuola bisognerebbe, tra le mille altre cose, la lettura ad alta voce e la lettura di libri interi.

Immagino la domanda. Cosa ha cosa ha a che fare la lettura ad alta voce con l'intelligenza artificiale? Beh, questo ha migliorerebbe sicuramente anche la possibilità di leggere quelli che sono gli artefatti dell'intelligenza artificiale perché è chiaro che ci può sostituire nel fare un tema, un compito di matematica, ma non ci può sostituire nel leggere quel tema e quel compito di matematica, che magari appunto è stato fatto in modo artificiale.

E forse, tra le tante grandi proposte e tra grandi strategie che mancano, se proprio si vuole immaginare una proposta da cui partire, ecco, potrebbe essere questa. Leggere, leggere, leggere.

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